Luisa Zhou: «Con Steady rilanciamo il giornalismo autofinanziato e indipendente»

Il modello adottato dalla startup berlinese Steady potrebbe essere il futuro per media maker che non amano contenuti acchiappaclick. In Italia lo promuove Luisa Zhou.

La storia di Luisa Zhou, consulente per la startup Steady, che utilizza il metodo della membership, comincia e continua a Torino. Ma le sue radici affondano nello Zhejiang, da cui i genitori sono partiti per costruire una vita migliore. La prima attività che hanno aperto è stato un ristorante (un cliché), dove Luisa ha trascorso i miei primi 19 anni e scoperto la scrittura. Dopo la maturità, ho trascorso un anno sabbatico a Hangzhou, vicino a Shangai. Tornata a Torino si è laureata in Scienze della Mediazione Linguistica e cominciato il biennio alla Scuola Holden, indirizzo Story Design & Digital Communication. Dal 2016 porta avanti una riflessione personale sull’identità sino-italiana e sulla rappresentazione delle “nuove generazioni”, partecipando a diverse attività come il Concorso letterario nazionale Lingua Madre (premio speciale Slow Food – Terra Madre) e lo spettacolo La Giovine Italia (Almateatro), vincitrice del bando MigrArti 2016. Nell’ultimo anno ha cominciato a lavorare per la startup berlinese Steady, una realtà che aiuta editori, creativi e media maker in senso ampio a raggiungere una stabilità economica attraverso la formula delle membership.

Qual è la mission di Steady?

«Steady è una piattaforma che aiuta giornalisti, editori, podcaster, media maker in senso ampio a raggiungere stabilità economica attraverso un modello basato sulle membership, o adesioni. Non a caso, Steady significa “costante, stabile”. In un panorama mediatico più sostenibile, variegato, serve costruire un patto di fiducia con il proprio pubblico. Produrre un contenuto di qualità ha un costo che deve essere riconosciuto».

Abbiamo ideato un vero e proprio business-in-a-box per la Creator Economy: con Steady ora è possibile pubblicare il proprio giornale, magazine o newsletter direttamente sulla piattaforma, crescere e monetizzare. Tutto in un unico spazio

Che ruolo giocano le membership?

«I membri di una comunità decidono di offrire finanziamenti mensili o annuali per sostenere un progetto che amano, a volte senza ricevere nulla in cambio. Le membership consolidano il legame con il proprio pubblico, ma sono anche un modo per garantire indipendenza economica ed editoriale. In italiano le traduciamo con adesioni, per differenziarle dai semplici abbonamenti e per evidenziare il rapporto con i membri. Serve solo pubblicare contenuti regolarmente e avere una comunità che apprezzi il tuo lavoro».

Cosa l’ha portata a scegliere Steady?

«L’incontro con Steady è stato fortuito. Mi sono imbattuta in un annuncio di lavoro su LinkedIn e per curiosità ho dato un’occhiata alla piattaforma: il concetto di adesione era qualcosa che avevo già sentito, ma non davvero esplorato. Mi sono piaciute due cose: il riconoscimento economico del lavoro editoriale e creativo e il focus sul legame tra media maker e comunità. In un momento storico dove si consumano centinaia e centinaia di contenuti online, si finisce spesso a essere fruitori passivi, senza la possibilità di creare dialogo o partecipare attivamente alla conversazione».

Aderire a un programma di adesioni e sostenere un progetto in cui si crede è una scelta consapevole, che porta un cambiamento enorme nelle attuali logiche di mercato. Non si paga perché si deve, si paga perché si vuole

Come vede oggi editoria e giornalismo?

«Il mondo della comunicazione ha il compito di creare un terreno comune tra chi produce il messaggio e chi lo riceve , che sia una campagna pubblicitaria, un post su Instagram o una diretta su Twitch. Chi fa comunicazione è al servizio della comunità, ed è bene ricordarlo. Lo stesso vale anche per il giornalismo, che a volte resta ancorato a titoli acchiappaclick, fake news e alla dipendenza dalle entrate pubblicitarie. Ma per fortuna ci sono molti casi di buon giornalismo».

Quali sono gli svantaggi in un modello member-funded?

«La difficoltà è proprio il primo step, quello dove si comincia a chiedere soldi al proprio pubblico. È una cosa che può creare un po’ di disagio all’inizio, dal momento che non è facile fare autopromozione. Spesso gli editori ci dicono di non avere il tempo per la pubblicità, di non voler fare spam tra i loro contatti o di non averne bisogno, ma per far sì che un programma di adesioni funzioni occorre parlarne più e più volte, comunicare alle persone che esiste la possibilità di sostenere il progetto X e che è proprio lì, a pochi click».