Metti un viticoltore di Tokyo in Val Trebbia e viene fuori il vino Gate

Shun Minowa ha 37 anni ed è approdato in Val Trebbia dove produce un vino naturale con un nome che evoca il Nirvana. Coltivando la contaminazione culturale.

DiMichela Fantozzi

Ago 10, 2021

Shun Minowa è un giovane viticoltore giapponese di 37 anni, laureato in Scienze della Biodiversità a Tokyo che dopo gli studi ha deciso di viaggiare per conoscere l’antico metodo di produzione del vino naturale. Prima in Spagna e poi in Cile, dove scopre i vini della Val Trebbia, ultima meta del suo itinerario. Nel 2017 si trasferisce a Travo dove. inizialmente lavora per la cantina La Stoppa di Elena Pantaleoni e Giulio Armani e poi, grazie all’aiuto di Andrea Cervini della cantina Vino del Poggio e Alberto Anguissola della cantina Casé inizia la produzione del suo vino sotto etichetta indipendente, il Gate, con l’uva che coltiva nel suo scarso ettaro di terreno. Nel suo lavoro, la tradizione vinicola occidentale e la filosofia orientale si intrecciano, restituendo valore alla contaminazione di diverse culture.

Da cosa è nato il suo interesse per la viticoltura ?

«Probabilmente dalla passione che mio padre ha sempre avuto per la cucina Mediterranea. Il mio percorso di, diciamo, degustatore, è iniziato con il caffè di cui ho studiato gusti e odori. A un certo punto mi sono reso conto che c’era una cosa più interessante del caffè, ossia il vino. All’università studiavo scienza della biodiversità perché imparare a proteggere l’ecosistema e tutelare le diversità della natura è sempre stato molto importante per me. E il vino era più interessante perché rappresenta molto bene le tipicità di una terra».

Perché ha scelto la produzione del vino naturale?

«Il vino naturale è semplicemente vino fatto senza intervento umano.  Fare un vino naturale è stata come una missione: volevo farne uno buono e rispettoso del mondo e della terra. Perché se tu hai una vigna e stai pensando a quale vino potrebbe venirne fuori, ci sono tante opzioni tra cui scegliere. Se ti piace un vino intenso ma in mano hai un’uva chiara e leggera, grazie alla conoscenza enologia ti sarebbe possibile ricavare il vino che vuoi. Ma se tu hai quell’uva e quella terra, perché non usare la bellezza e la potenzialità di quest’uva e di questo luogo? Tutte le aggiunte artificiali non sono un’opzione per me, io non faccio altro che aspettare la fermentazione naturale. È così che il vino acquista una personalità sua, esprimendo nel sapore anche la terra in cui è stato coltivato ed è proprio così che ogni vino si rende diverso dagli altri».

Ha un’etichetta davvero originale, che cosa l’ha ispirata?

«Questa è un’opera di un’artista giapponese, Ayumi Takahashi, che si chiama “Fioritura”. Simboleggia un fiore ed è dipinto a mano. Ho subito pensato che fosse perfetta per il mio vino perché è un’immagine che rimanda indirettamente al lavoro fatto a mano. Io lavoro in una vigna antica che appartiene alla stessa famiglia da settant’anni. Ci vuole una grande forza per curare una vigna e la famiglia che possiede la mia non ce la faceva più. Il proprietario mi ha raccontato anche i suoi ricordi di bambino di 10 anni a cui il padre insegnava la coltivazione. Questa terra è legata alla memoria della famiglia e io faccio qualsiasi cosa per proteggerne l’eredità. Questo è il significato della scelta di quest’immagine sull’etichetta: il vino è una fioritura possibile grazie al lavoro di tante mani».

 

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E invece che significato ha il nome del suo vino, Gate?

«Il vino dell’annata 2019 l’ho chiamato Gate, che è una parola sanscrita importante per il buddismo. È ricavata dal sutra del cuore, scritto più di 2000 anni fa ed è forse il sutra più importante.Tra il 300 e il 400 dopo Cristo un monaco buddhista di nome Kumārajīva ha tradotto i sutra in cinese, tranne l’ultima frase. L’ultima frase inizia con “Gate” e viene ancora letta in sanscrito perché si ritiene sia troppo importante e potente per essere recitata tradotta».

Gate letteralmente vuol dire lui è andato e la frase intera fa riferimento al superamento del fiume e il raggiungimento del Nirvana

Come mai l’ha scelta per il suo vino?

«Normalmente i nomi dei vini seguono una classificazione, ma per me non ha molto senso. È come quando vai al museo e vedi un quadro o un’opera d’arte. Noi dobbiamo confrontarci con quest’opera senza avere nessuna informazione a riguardo e dobbiamo cercare di interpretarla.  Ogni tanto di fianco a quest’opera c’è una piccola descrizione che spiega chi l’ha realizzata e anche il significato che può essere interessante ma contamina l’esperienza con l’opera».

E con il vino cosa succede?

«Con il vino dovrebbe essere la stessa cosa. Per esempio, se un ragazzo apre una bottiglia e si rivolge alla sua fidanzata dicendole che si tratta di un Montepulciano d’Abruzzo, spiegandone le proprietà e la varietà, ecco, l’atto di spiegare per me non è affatto figo. Invece di dire queste sciocchezze alla sua fidanzata potrebbe dirle “questo è buono”, come il sutra, e deve avere potere perché è buono. Il vino deve spiegarsi da solo, non essere classificato».

Per arrivare a produrre Gate ha viaggiato molto.

«Il viaggio mi è stato utile per esercitare la mia umiltà. Quando lavori su un qualsiasi tema il nemico peggiore è sempre l’arroganza, perché l’arroganza viene dall’ignoranza. Io non penso di aver viaggiato tantissimo, però sono riuscito a vedere mondi abbastanza diversi ed ho adottato l’apertura nei confronti dell’altro, cercando di superare ciò che è stereotipo. Il vino deve essere così, aperto. Perché è molto difficile dire quale sia la morale giusta e quale quella sbagliata. Se uno vive in una comunità piccola può illudersi di dire qualcosa di moralmente universale, ma in realtà non dovrebbe mai generalizzare».

Che idea si è fatto dell’apertura al diverso in Italia e altrove?

«In questa zona d’Italia (la Val Trebbia) ho trovato una spiritualità che mi è famigliare, c’è un’atmosfera speciale e anche la gente mi ha fatto innamorare. Tutti sono sempre stati accoglienti con me. Prima ho vissuto in Spagna e ho percepito una forte intolleranza che non ho trovato altrove. Poi ho fatto un  breve viaggio in Italia e mi sono sentito bene perché non ho trovato razzismo».

Cos’hanno in comune il vino e la diversità ?

«Siccome sto lavorando con il vino il tema della diversità è molto importante. Io non ho intenzione di dire qualcosa di politico con il mio vino, però penso che quella stessa diversità che ho incontrato si possa ritrovare nei vini. Cerco di ottenerne uno che rispetti la diversità della terra e se qualcuno bevendolo sente questo mio sforzo, io sono felice. Perché la diversità è per me un valore. Ogni tanto mi chiedono qual è secondo me il vino più buono, ma questa è una domanda senza senso. Perché il vino è prezioso e unico, come noi».

Foto di Federica Calzi

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