I miei genitori, madre tedesca e padre somalo, si sono conosciuti e sposati a Berlino nel 1963. Mio padre, che era arrivato in Germania dalla Somalia per un corso universitario di giornalismo e regia, era stato ammesso in una un’università tedesca perché aveva frequentato le scuole italiane in Somalia. Io sono nata a Berlino nel 1966. Nel 1969, i miei genitori decidono di trasferirsi a Mogadiscio, dove mio padre lavora come giornalista e regista nella televisione somala. Ho frequentato le scuole in Somalia, mi sono laureata in Medicina lì: la nostra università era convenzionata con La Sapienza di Roma e quasi tutti i nostri professori erano italiani, per cui posso dire che la mia formazione è italiana. A ventiquattro anni mi sono sposata con un mio collega somalo, con cui ero fidanzata da anni, e secondo la tradizione somala e soprattutto la religione islamica il matrimonio era a quel punto un obbligo. Nel 1990 nasce il mio primo figlio.

A causa della guerra civile, la situazione in Somalia diventa sempre più difficile e, il 31 dicembre 1990, riesco con mio padre e il mio bimbo di quattro mesi a salire sull’ultimo volo Somali Airlines. Così arrivo a Berlino da mia madre, mentre mio padre prosegue per Londra, dove lavorerà alla BBC. Mio padre è diventato poi cittadino britannico, è morto nel 2007 ed è sepolto a Londra. In Germania, la mia laurea somala non aveva valore legale, per questo nel 1993 sono venuta in Italia, a convalidare la mia laurea presso l’Università della Sapienza grazie alla convenzione tra l’università italiana e quella somala. Facevo avanti e indietro tra Berlino e Roma per sostenere gli esami.

Con madre tedesca e conoscendo perfettamente il tedesco non era difficile per me integrarmi, comunque il color cioccolato della mia pelle qualche problema me lo creava. Inoltre, innamorata dell’Italia, volevo venire a lavorare e vivere qui. Dal 1990 al 1997 continuo a fare il medico in Germania. Nel 1995 ho finalmente avuto il divorzio da mio marito, con cui mi ero separata dopo la nascita di nostro figlio, secondo le leggi tedesche. Il mio ex marito, nel frattempo, dalla Somalia era espatriato in Canada. Nel 1997, finalmente mi trasferisco a Desenzano sul Garda e lavoro come guardia medica e medico presso le Terme di Sirmione.

Volevo venire in Italia, perché caratterialmente mi sento più mediterranea che tedesca. Da parte di mia madre ho sicuramente ereditato la precisione teutonica, ma il carattere chiuso e l’abitudine a essere molto riservati dei tedeschi mi hanno fatto sentire sempre a disagio. Nel 2001, sono ammessa alla specialità di reumatologia a Pavia e dal 2005 sono una reumatologa. Dal 2002 lavoro all’Istituto Scientifico Maugeri di Castel Goffredo in provincia di Mantova come dirigente di primo livello. Qui in Italia, ho avuto il mio secondo figlio, che adesso ha quattordici anni, dal mio compagno italiano. E sono felice.

Non è stato difficile integrarmi in Italia, anche se sono convinta che essere laureata mi abbia aiutato molto. Come tutti ho iniziato con le guardie mediche, che prevalentemente sono considerate un lavoro di serie B, infatti la maggior parte dei medici in questo settore sono stranieri, ma una volta specializzata nel lavoro non hai problemi. Molti medici somali che conosco, una volta specializzati, sono andati in Canada o a Londra. Hai, forse, più problemi con i pazienti, con cui devi superare la doppia diffidenza, verso il medico donna e di colore. Quando mi è capitato di essere in reparto da un paziente, accompagnata da un collega uomo, lui veniva promosso a “professore” ed io a semplice “signorina”. Medici di origine straniera sono tanti, moltissimi arrivano dall’Est Europa e dalla Russia.

Molti mi chiedono se il clima nei nostri confronti è cambiato negli ultimi anni, me lo chiedono visto che sono qui da trent’anni e ho memoria storica. Sì, è cambiato, ed è cambiato anche da parte di persone istruite, che dovrebbero avere gli strumenti per non cadere nelle trappole xenofobe. Mio figlio primogenito aveva difficoltà, nonostante fosse integrato, e adesso vive in Canada, dove sta decisamente meglio. Il mio secondogenito, avendo un padre italiano, ha decisamente meno difficoltà. Sicuramente, il sistema di integrazione tra Germania e Italia è diverso, e nonostante la nota rigidità del carattere tedesco, ha un approccio più inclusivo: a chi arriva viene subito insegnato il tedesco, gli usi e i costumi locali. Questo sistema li spinge a inserirsi più velocemente, perché la conoscenza della lingua non li costringe a chiudersi tra loro in comunità in cui continuano a parlare la lingua d’origine. Qui da noi, invece, le comunità si formano ed è più difficile poi integrarsi se non sei obbligato a parlare bene la lingua e a imparare la storia del Paese che ti ospita. Inoltre, bisognerebbe fare una campagna d’informazione corretta nei Paesi di partenza. Soprattutto indirizzata ai ragazzi più giovani, a cui si descrive una vita diversa da quella che poi affronteranno una volta arrivati in Italia.

L’integrazione è comunque un punto di incontro tra due culture, bisogna che chi accoglie e chi viene accolto abbiano rispetto uno dell’altro.

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