Con un ridotto senso del tragico, i nazisti amavano la musica. Al punto da creare vere e proprie orchestre tra gli internati dei lager, costretti a suonare in molte occasioni della giornata. La più famosa è quella di Auschwitz, diretta nel 1943 da Alma Rosé, la nipote di Gustav Mahler. Passando dalla fantasia alla realtà storica, lo scrittore Matteo Corradini, in questo Eravamo il suono pubblicato dalle edizioni Lapis, rievoca uno dei momenti più bui della storia contemporanea. Sotto la guida di un’enigmatica insegnante, un gruppo di ragazze sta preparando uno spettacolo-concerto per ricordare l’orchestra femminile di Auschwitz. L’insegnante ha chiesto a due di loro di raccogliere conchiglie sulla spiaggia «per prepararsi al meglio». Arrivato il giorno della prima prova, l’insegnante consegna una conchiglia ad Anita, la ragazza protagonista della storia. Quando Anita appoggia l’orecchio alla conchiglia, ecco che accade l’inatteso: passato e presente si toccano, e le donne dell’orchestra di allora si raccontano alle ragazze di oggi in prima persona. L’orchestra femminile di Auschwitz, la Mädchenorchester von Auschwitz in tedesco, era incaricata anche di suonare in infermeria, per i prigionieri ricoverati, oppure in occasione dei nuovi arrivi o delle selezioni dei prigionieri da mandare alle camere a gas. All’inizio era formata principalmente di musiciste dilettanti, con una sezione di archi, di fisarmoniche e un mandolino. Mancava una sezione di bassi. Gli strumenti e gli spartiti erano stati recuperati dall’orchestra maschile del campo principale di Auschwitz. Il repertorio dell’orchestra era abbastanza limitato, e questo a causa dei pochi spartiti disponibili, della limitata preparazione della direttrice d’orchestra e delle richieste delle SS. Eseguiva per lo più marce tedesche e musica di canzoni popolari militari polacche. Anche due musiciste professioniste ne fecero parte: la violoncellista Anita Lasker-Wallfisch e la cantante pianista Fania Fénelon, ed entrambe scrissero di quella loro esperienza nell’orchestra. La Wallfisch ricordò che suonava Träumerei di Schumann per Josef Mengele, mentre la memoria della Fénelon, Playing for Time, fu in seguito trasformata in un film con lo stesso titolo.
L’orchestra femminile di Auschwitz era composta da 47 donne. In questo romanzo otto di loro ci raccontano la propria storia. Otto storie vere per conoscere il talento, la femminilità, il rigore e le insicurezze delle orchestrali che alla furia metodica del lager risposero con istintiva umanità.
Giovani esempi di tenacia e tenerezza, fiduciose nel domani, nonostante tutto. Fabio Poletti

Matteo Corradini
Eravamo il suono
2024 Lapis
pagine 224 euro 12,90
Lapis Edizioni

Helena

La parola “passeggiata” e la parola “campo di sterminio” non sono sorelle, ma in questa storia non ci capisco più nulla, può succedere di tutto.
Così oggi Maria Mandl, la sanguinaria Maria Mandl, attende paziente la fine della prova e ci annuncia che faremo una passeggiata.
Alma Rosé se lo fa ripetere, perché nemmeno lei crede a quelle parole.
«Una passeggiata» scandisce la Aufseherin.
Fuori c’è una mattina di primavera che sa già di estate. Ad Auschwitz la stagione fredda sembra infinita, e poi termina di colpo. È il 1944, e chissà quando smetterà questo dolore, ma oggi c’è il sole e la nazista che ci comanda sta ordinando di fare una passeggiata.
«Sarebbe meglio che le musiciste non uscissero dal blocco e rimanessero qui. Il pezzo nuovo non è ancora rifinito» dice Alma Rosé.
Stiamo già chiudendo gli spartiti e in un lampo di rabbia spalanchiamo gli occhi: la nostra direttrice è fatta così, ha in testa solo e soltanto la musica, non la distogli con nulla. L’amore, la natura, la guerra… sono solo perdite di tempo che il destino purtroppo ti impone. La musica è tutto, siamo nate per quella.
Varrà per lei, penso, io invece sono nata per passeggiare. E forse anche Maria Mandl, quella maledetta assassina: forse perfino lei, sotto le svastiche e i simboli delle SS cuciti sulla divisa sempre in ordine, sente la primavera.
La Aufseherin ride.
«Comprendo la tua volontà, direttrice, ma una passeggiata farà bene alle orchestrali».
«Prendiamo gli strumenti?» chiede Zofia. «Macché. Passeggiata».
E per farsi capire Maria Mandl marcia sul posto ridendo. Come se non sapessimo più cosa vuol dire passeggiare, e forse non ha torto.
Sistemo il violino nella custodia ma la lascio aperta: non è la prima volta che una nazista cambia idea sul più bello. L’archetto lo appoggio all’ultimo momento prima di uscire dalla baracca. A furia di tenere lo sguardo basso sullo spartito, ci metto qualche istante a mettere a fuoco il sole già alto sull’orizzonte, mi proteggo con una mano mentre ci incamminiamo.
Le guardie sono tranquille, non spintonano. Siamo il giocattolo musicale del lager, e il giocattolo va trattato bene. Maria Mandl si mette alla testa del gruppo con Alma, e noi dietro, di passo in passo più serene perché si cammina nella direzione opposta alle docce del gas.
Fa caldo, è forse il primo giorno nel quale i vestiti pesanti ci danno fastidio. Sento quel tepore denso che faceva a Vienna d’estate: io vengo da lì. O meglio, vengo da Leopoli, sono polacca fin nelle ossa, però nata in Austria, in quella che un tempo era la capitale.
Siamo una quarantina di ragazze, in questo periodo l’orchestra è davvero grande. Usciamo dal filo spinato, ci lasciamo Birkenau alle spalle, con un’andatura lenta, strana. Qui tutti corrono, di solito. Appena fuori ricominciano l’erba e gli sterpi del bosco vicino, e le betulle che ondeggiano, con i loro rametti che sembrano mille corde del mio violino.
Camminiamo verso sud e nessuna all’inizio ha il coraggio di voltarsi o di parlare. Non so se usciremo mai libere dal lager, e se usciremo vive. Ma la mia liberazione la immagino così: quel che è accaduto lascia in fretta il posto a cose nuove, le ombre delle torrette diventano ombre di alberi, e poi diventano la tua ombra e sei libera. Un po’ per volta tornano le parole, e non vanno più via.
«Tu come hai cominciato a suonare?» mi chiede Violette.
Anche lei è violinista.
«Non sono figlia di musicisti» le rispondo.
«Mio padre non aveva mai suonato nulla». «Nemmeno il mio. Lui faceva il sarto» le
rispondo, e a Violette s’illuminano gli occhi. «Ma voleva che io e i miei fratelli imparassimo a suonare. Ci vedeva musicisti, sognava di creare un trio in famiglia. Così ho avuto il mio primo violino insieme alle bambole».
«Più o meno come me, ho cominciato a sette anni» dice Violette.
«E sai cos’è successo un giorno? C’è stato un concerto alla Filarmonica di Leopoli, è venuta una violinista giovane ma già famosa. E papà, entusiasta, ha comprato i biglietti e ci ha accompagnati a vederla, con la mamma».
«Eri contenta?».
«A me suonare non piaceva».
Violette ride.
«Nemmeno a me. Una noia quelle prove infinite. E all’inizio col violino ti fa male il collo».
«E le spalle. Non imbrocchi una nota».
«Le prime volte che suoni, sembri un gatto che sta male» ride Violette. «Il concerto è andato bene?».
«La violinista era davvero bravissima. Da farti piangere per quanto era brava. Avevo quindici anni, e in quel momento ho capito che il violino ti può portare fino a lì, fino in fondo a quella strada. Da quel giorno, suonare non è più stata una perdita di tempo».
«E come si chiamava lei?» chiede Violette.
Alzo il naso e punto la prima fila del gruppo che passeggia.
«Alma? Sei andata a vedere Alma?».
«Era lei che faceva il concerto in città. Ha nove anni più di me ma era già famosa, perlomeno per chi seguiva i teatri. E aveva la stessa faccia di oggi».
«Lei sì che ha avuto una famiglia di musicisti».
«Già. E questo l’avrà aiutata. Ma guardala bene negli occhi: è stufa di farsi chiamare “la nipotina di Mahler” o “la figlia di Arnold Rosé”, perché nipotina e figlia non dicono nulla di lei».
Violette storce la bocca.
«Forse vuole essere solo Alma Rosé».
«Secondo me avrebbe preferito crescere orfana».
«Non esageriamo!» ride la mia amica.
Camminiamo. Gli alberi intorno a noi ci guardano sorpresi. Non sono mai stata fuori da Birkenau prima di questo giorno così diverso da tutto, in fondo. Ci muoviamo verso le vasche di allevamento dei pesci, ne avevo sentito parlare da chi passava di qua per il lavoro. Alla nostra destra dev’esserci il villaggio di Harmeze, con le sue casette basse nascoste dai salici.
Chissà se la gente ci vede, attraverso quei rami. Chissà se sa cosa succede a pochi minuti di cammino dai loro giardini ordinati. Impossibile che non sappiano.
Zippi indica Harmeze.
«Dicono che li hanno portati via tutti».
«Gli abitanti?» chiedo.
«Quando hanno costruito Birkenau, li hanno fatti sparire. Non so chi abita in quelle case, forse sono vuote». Oltre gli sterpi e le canne, oltre il pungitopo e le sterpaglie, ecco lo stagno. È largo e l’acqua bassa riflette il celeste del cielo abbagliandoci. Da questa parte dell’orizzonte non ci sono prigioni.
Maria Mandl sta parlando alla direttrice. Poi Alma riferisce a noi.
«Possiamo entrare in acqua. Chi è capace di nuotare può fare il bagno».
È venuta fin qui controvoglia, si capisce, ma forse sta cominciando a piacerle. Qualcuna di noi batte le mani.
«È un momento importante anche per l’igiene personale. Non sprecatelo» aggiunge Alma.
Amo nuotare, ma da quanto tempo non lo faccio?
Ci spogliamo dietro i giunchi alti, lontano dagli sguardi dei soldati tenuti a bada da Maria Mandl. Entriamo nello stagno in mutande e canottiera, o con la sottoveste, come capita. L’acqua non è troppo fredda perché è bassa e ha fatto in tempo ad assorbire il calore del sole degli ultimi giorni.
«Tuffati!» gridiamo a Esther che prende una mezza rincorsa.

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