Il long read di questa settimana è tratto da "L’Europa d’Oltremare Culture, mobilità, ambienti" a cura di Adriano Favole. Il docente di Antropologia Culturale e Cultura e Potere all’Università di Torino racconta le terre dell'altra Europa, quella oltremare, dove leggi e culture locali si mischiano con il Dna degli ex colonizzatori.

a cura di Adriano Favole
L’Europa d’Oltremare
Culture, mobilità, ambienti

2020 Raffaello Cortina Editore
pagine 298 euro 24

C’è un’Europa separata dal continente da oceani. Dove vivono milioni di persone che parlano lingue molto diverse, non hanno la pelle chiara e forse nell’Europa che conosciamo tutti non verranno mai. Sono gli abitanti della Polinesia Francese, della Guyana Francese – ce n’era una anche olandese ma adesso si chiama Suriname – o di alcune remote zone dell’Oceania. Il loro rapporto con gli stati ex colonizzatori è fatto spesso solo da trattati diplomatici e documenti burocratici. Nel nostro immaginario sono solo luoghi esotici, che non riconosciamo nemmeno come Europa. A volte li conosciamo senza nemmeno sapere che sono, o sono stati, Europa.
Di Tahiti e della Polinesia abbiamo amato i quadri morbidamente selvaggi di Paul Gauguin che lì si era esiliato. Della Guayana e di Cayenne, oltre a pregiate spezie, sappiamo delle avventure di Papillon, il protagonista del libro di Henry Charrière interpretato sullo schermo da Steve McQueen, che riesce a fuggire dalla galera e dagli aguzzini che rispondono a leggi francesi. E poi nient’altro. Non c’è una cartina geografica dell’Europa che rammenti quelle Terre. Sulle banconote, gli euro, la moneta locale, si fa fatica a trovarne traccia. Eppure questi territori sono uno straordinario laboratorio di convivenza tra leggi e culture locali mischiate con il Dna degli ex colonizzatori. Ma sono anche la meta ambita di migrazioni dai Paesi vicini, di chi riesce a entrare in Europa varcando un confine a portata di mano, senza nemmeno bisogno di un passaggio aereo. Nel volume, che raccoglie scritti anche di altri studiosi, Adriano Favole, docente di Antropologia Culturale e Cultura e Potere all’Università di Torino, racconta anche le sue esperienze dirette in questi angoli d’Europa così lontani dall’Europa. Fabio Poletti

Per gentile concessione del curatore Adriano Favole e di Raffaello Cortina Editore pubblichiamo un estratto del libro L’Europa d’Oltremare.

L’Europa d’Oltremare, al centro degli interessi di questo volume, è, innanzitutto, un universo, anzi un multiverso, in gran parte invisibile. Quando, su uno qualunque dei media che frequentiamo, ci viene proposta la mappa stellata dei 27 Paesi che, con l’uscita del Regno Unito, compongono oggi l’Unione Europea, l’immagine che appare è quella “continentale” di Stati rappresentati in blu o a macchie di colori diversi, con precisi confini nazionali. Nessuna traccia delle migliaia di isole e dell’unico Territorio (la Guyana Francese) dell’Oltremare in cui, nell’Oceano Pacifico, nell’Atlantico, nei Caraibi o nell’Oceano Indiano, vivono oltre 6 milioni di cittadini europei di nazionalità francese, olandese, danese, portoghese, spagnola e, fino al compimento della Brexit, britannica (oltre a numerose comunità migranti di altra nazionalità). Guardando con molta attenzione, qualche frammento dell’Oltremare compare sulle banconote che abbiamo in tasca: grazie a leggere “forzature” cartografiche, vi sono incluse le Azzorre, le Canarie e Madera; piccoli riquadri racchiudono il profilo quasi invisibile della Guyana Francese, di Guadalupa, Martinica e di La Réunion, tutti ex Dipartimenti d’Oltremare francese (dom), oggi Regioni di Francia e d’Europa a pieno titolo, con tanto di euro e di roaming internazionale.
L’invisibilità dell’Oltremare è in primo luogo cartografica. Troppo piccole, troppo disperse, troppe le isole per avere la dignità di essere rappresentate sulla carta, anche quella ufficiale, dell’Unione Europea. Le mappe geografiche sono uno degli strumenti più potenti di “naturalizzazione” di una certa visione del mondo. L’invisibilità degli Oltremare appare infatti a un primo sguardo come un dato ovvio, scontato: una questione “pratica”, legata al fatto che, dovendo concentrare i 27 in uno spazio “visibile”, sarebbe impossibile allargare così tanto lo sguardo da arrivare fino ai Caraibi, alle Terre Australi e Antartiche Francesi, alle Isole Tuamotu o a Pitcairn. Una delle idee che proponiamo in questo volume è che la nostra rappresentazione del mondo risente, pesantemente, di un immaginario “continentale”. Godfrey Baldacchino, uno dei più importanti studiosi di quella che Grant McCall (1994) chiamò “nissologia”, lo studio o se si vuole la sfida che le isole pongono alla comprensione del mondo contemporaneo, parla di “ossessione continentale” (Baldacchino, 2019). Noi rappresentiamo il mondo con, al centro, le grandi masse di continenti divise in Stati sovrani, come se i mari, gli oceani e le isole fossero degli accidenti geografici e politici. E come se le isole fossero “isolate”, puntini immobili sulla carta, totalità compiute in se stesse, lontane, vulnerabili, “piccole”; come se fossero dei piccoli Stati (reali o metaforici) dotati di una identità, realtà chiuse dai confini certi (chi non ha avuto il desiderio di salire sulla cima della montagna per abbracciare in uno sguardo l’intera isola?). La nostra geografia, ma anche la storia e la politica, sono pesantemente condizionate da una visione continentale che non solo ha relegato le isole a “eccezioni”, ma soprattutto non ha saputo rappresentare gli arcipelaghi, ovvero quelle reti che uniscono isole, mari e territori e rendono del tutto relative e contestuali le nozioni di “piccolo” e “vulnerabile”. Ogni isola, argomentava lo scrittore e antropologo oceaniano Epeli Hau‘ofa a proposito delle società del Pacifico, è un arcipelago in espansione “che diventa ogni giorno più grande, attraverso quell’azione di world enlargement portata avanti da decine di migliaia di persone comuni del Pacifico che attraversano l’Oceano” (1993, p. 15).
L’invisibilità cartografica, in realtà, non è la causa bensì l’effetto dell’invisibilità concettuale, verrebbe quasi da dire cognitiva, dell’Oltremare europeo. Cosa ci fa, ancora, l’Europa a Mayotte, nel canale di Mozambico, in un’isola presa d’assalto da migranti provenienti dalle altre Comore che, a bordo di povere imbarcazioni, tentano di approdare “in Francia” per partorire, per farsi curare o semplicemente per ritrovare dei parenti?

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