Il long read di questa settimana è tratto da "I figli della primavera" di Wallace Thurman. Nel pieno dell'Harlem Reinassance, Thurman racconta in presa diretta la vita dei giovani artisti di Niggeratti Manor, lo stabile al 267 di West 136th Street, Harlem, New York City.

Wallace Thurman
I figli della primavera
traduzione di Davide Platzer Ferrero
2020 Lindau
pagine 236 euro 19

È stato chiamato Harlem Renaissance, il Rinascimento afroamericano: il periodo d’oro della controcultura nera al forsennato ritmo swing, innaffiato dall’alcol che scorreva a fiumi negli speakeasy, i locali che crescevano come funghi pure nei sottoscala di New York durante il Proibizionismo. Da quel momento niente sarebbe stato più come prima, anche se ci vorranno decenni prima di vedere riconosciuta un’identità nera così forte. Harlem il ghetto, diventava allora the place to be. Anche i bianchi facevano la fila fino a qui, oltre la 125esima strada dove ogni cosa era in fermento. Bianchi a volte invasivi, si capisce. Pure troppo. Al Cotton CI flub dove Duke Ellington si imponeva come il Duca del jazz, i neri non erano ammessi e i musicisti dovevano entrare dalla porta di servizio.
Wallace Thurman, scrittore, saggista, giornalista, drammaturgo, morto nel 1934 a soli 32 anni, racconta in presa diretta la vita dei giovani artisti di Niggeratti Manor, lo stabile al 267 di West 136th Street, Harlem, New York City. Un indirizzo mitico, entrato nella Storia e nella leggenda. Chi c’era, si poteva considerare un privilegiato. Anche se talvolta i sogni diventavano frustrazioni, infrangendosi contro la realtà. Protagonisti del romanzo sono un pittore, un’attivista, un musicista classico costretto a scendere a compromessi e ad esibirsi nel mondo del soul. Ma alla fine è Harlem, in pieno Rinascimento, la vera protagonista di questa storia di un secolo fa. Fabio Poletti

Per gentile concessione dell’editore Lindau pubblichiamo un estratto del libro I figli della primavera.

Raymond aprì la porta, premette l’interruttore della luce e precedette i suoi due ospiti nella stanza poco illuminata.
«Eccoci qui, signori».
«Davvero un bel posticino», disse Stephen.
«Eccome –, concordò Raymond. – Ne vado matto. Ma a Sam il mio studio non piace. Lo ritiene decadente».
«Non approvo alcune decorazioni, Ray, tutto qui».
«Ossia i drappeggi rossi e neri, il copriletto rosso e nero, le poltrone di vimini color cremisi, i “selvaggi” tappeti ricamati e i disegni erotici di Paul. Vedi Steve, Sam crede che sia tutto troppo appariscente e volgare. Non può fare a meno di pensare che lui è nordico, mentre io sono nero, e secondo tutti i libri di sociologia i miei gusti sono naturalmente rozzi e volgari. Per questo mi piacciono i colori accesi. È una testimonianza dell’inferiorità della mia eredità razziale. Non è così, Sam?».
«Per me sono sciocchezze –, mormorò Stephen. – Mi piace la stanza… E questi quadri sono straordinari. Chi li ha fatti?». «La persona più insopportabile al mondo», rispose Samuel. «Sbagliato di nuovo –, disse Raymond. – Paul è una delle persone più incantevoli al mondo. Spero che arrivi prima che tu te ne vada, Steve. Ti farà piacere conoscerlo». «Certamente sa usare i colori».
«Ma i suoi disegni sono osceni –, protestò Samuel. – Non sono altro che falli eccessivamente colorati».
Raymond scrollò le spalle.
«Parlaci tu con lui, Steve. Non ne posso più di cercare di fargli vedere la luce. Tutto quello che Sam non comprende lo considera depravato o degenerato. Da suo vecchio amico, forse sei disposto a continuare la sua educazione. Io ci rinuncio. Mi faccio un drink. Ne preparo tre?».
Raymond si ritirò nell’alcova e preparò tre cocktail. Quando tornò nella stanza, Stephen Jorgenson stava esaminando con attenzione i vari disegni che decoravano la parete, mentre Samuel era in piedi di fronte al finto caminetto, rigido, visibilmente irritato per l’interesse del suo amico nei confronti di quelle che considerava oscene banalità.
«Il tuo l’ho fatto meno carico, Sam».
«Be’, in questo lo hai educato –, disse Stephen. – Quando era all’università di Toronto non toccava neanche un goccio di birra».
«Sono contento di non averlo conosciuto allora. È già abbastanza insopportabile adesso».
Raymond sorrise malignamente a Samuel, poi sollevò il bicchiere.
«Alla tua prima volta a Harlem, Stephen Jorgenson; al tuo primo giorno a New York e alla tua prima visita in questi Stati Uniti. Prosit».
Raymond e Stephen svuotarono il bicchiere. Samuel sorseggiò il suo drink, fece un’espressione schifata e appoggiò il bicchiere sulla mensola del camino.
«È strano –, rifletté Raymond, – come succedano le cose. Tre ore fa eravamo perfetti sconosciuti. Ventiquattro ore fa ignoravamo l’esistenza l’uno dell’altro. E ora, Steve, ho l’impressione di conoscerti da tutta la vita. Ed è ancora più strano se pensi che la nostra amicizia è iniziata sotto i peggiori auspici. Per prima cosa, è stato Samuel a farci conoscere, e trovo sempre antipatici gli amici di Samuel. Frequenta le persone più schifose al mondo… assistenti sociali, ministri socialisti riformati, missionari stranieri, radicali castrati, poetastre che vomitano ovunque i loro versi, segretarie della YMCA e altra gentaglia di questo tipo. Sono tutti così zuccherosi e caritatevoli. Non parlano d’altro che di servizi all’umanità, senza rendersi conto che il miglior servizio che potrebbero rendere all’umanità sarebbe l’autodistruzione. E non hai idea di quanto siano solidali con me, un povero nero ignorante.
«Così, andando a cena stasera, ero sicuro che mi sarei annoiato e sentito a disagio. Sam non mi aveva detto nulla se non che aveva un amico straniero che voleva presentarmi. E, sorprendentemente, mi sei apparso veramente straniero, nel senso di estraneo a tutto ciò che a Samuel o a me è familiare».
«Anche tu mi hai fatto questa impressione», disse Stephen.
«Lo so –, rispose Raymond, – e puoi immaginarti la mia sorpresa quando ho capito che eri tu quello che si sentiva a disagio. Non mi sembrava vero che qualcuno avesse usurpato il mio posto a una delle cene di Samuel. Non sapevo, e del resto ancora non so, cosa ti avesse raccontato su di me. E ovviamente non avevo idea di quello che pensassi o sentissi riguardo ai neri. Avevo però l’impressione che ti aspettassi di essere attaccato dai cannibali, o qualcosa del genere. In realtà, l’espressione che avevi entrando nel ristorante diceva chiaramente: spero che questi neri trovino la cena abbondante, altrimenti sono capaci di saltarmi addosso».
«Ray!», esclamò Samuel. C’era una nota di rimprovero nella sua voce, ma prima che potesse continuare Stephen rispose: «Diavolo, hai ragione. Avevo paura. Dopotutto, non avevo mai visto un nero in vita mia, o comunque non più di due o tre, ed erano stati ombre deboli e fugaci, senza realtà immediata. New York mi era già sembrata abbastanza inquietante, ma quando sono uscito dalla metropolitana su 135th Street ero in preda al panico. È stata l’esperienza più terrificante che abbia mai avuto. Mi sono sentito diverso, strano, appariscente. Provavo vergogna. Volevo camuffare la mia pelle bianca, coprirla con una colorazione protettiva. Anche se, in realtà, penso che nessuno facesse minimamente caso a me, avevo l’impressione che tutti mi stessero studiando, guardandomi con ostilità. Era spaventoso. Gli strani volti scuri, gli occhi sospettosi, la corrente di antagonismo razziale che sentivo scorrermi attorno, le strade squallide, strette tra edifici cupi, e poi quel ristorante deprimente in cui Samuel e io eravamo gli unici bianchi. Ero pronto a scappare via».
«Vedi Sam –, disse Raymond, – quanto sei crudele senza rendertene conto? Fra tutti i posti nei quali portare un innocente straniero che ha appena messo piede in America! Harlem terrorizza anche me, e ho passato abbastanza tempo qui da essermi ambientato, senza contare che tra questo posto e me c’è un’affinità naturale».
«Penso che Steve stia esagerando».
«Esagerando un corno! Se mi si può accusare di qualcosa, è di minimizzare».
«Ma sono sicuro –, disse Raymond, – che ci sono per lo meno altre dieci cose che vorresti dirmi riguardo alle tue impressioni e che non dici per paura di offendermi. Per Dio, non farlo. Sono del tutto privo di coscienza di razza. E in ogni caso preferisco la brutale franchezza all’evasività gentile».
Gli attenti occhi azzurri di Stephen si posarono di nuovo sul nero piccolo ed esile che gli sedeva di fronte e, mentre osservava la pelle scura e liscia che alla luce ambrata delle lampadine si caricava di sfumature rossastre, il suo interesse per i lineamenti di quel volto cresceva. Non erano, pensava, né nordici né negroidi, ma piuttosto una felice combinazione dei due tipi, che conservava le linee sottili dei primi e il vigore caldo dei secondi, sfuggendo tanto alla rigidità nordica quanto alla grossolanità africana. Altrettanto interessanti erano gli occhi. A riposo sembravano ricoperti da una specie di pellicola di fango, tanto da apparire opachi e senza vita. Ma Stephen aveva notato che, non appena Raymond si animava, i suoi occhi perdevano quella pellicola e diventavano grandi, brillanti e focosi.
Samuel interruppe la sua contemplazione.
«Penso sia ora di tornare in centro».
«Perché? Cos’abbiamo da fare là? Questo posto è così rilassante, non ho voglia di muovermi».
«Rimani allora –, disse Raymond. – Sam teme che ti possa contaminare se mi stai vicino troppo a lungo».
«Non essere ridicolo, Ray».
«Ditemi, andate sempre così meravigliosamente d’accordo voi due?», chiese Stephen.
«Uh-uhm –, rispose Raymond. – In realtà siamo abbastanza affezionati l’uno all’altro. Altrimenti non riuscirei mai a sopportare il puritanesimo e lo spirito di elevazione di Samuel, e lui si risentirebbe del mio continuo assillarlo. Siamo in disaccordo su tutto. E tuttavia ci cono momenti in cui traiamo un grande piacere dalla reciproca compagnia. Io ho bisogno del suo buon esempio, e lui è stimolato da quella che chiama la mia animalità».
Sorrise affettuosamente a Samuel che, infastidito, spostava nervosamente il peso da una gamba all’altra; poi si girò, vide il cocktail che aveva lasciato sulla mensola del camino e riprese il bicchiere in mano.
«Ancora alle prese con quello?» chiese Raymond. «Io sono pronto per un secondo. Tu, Steve?».
«Non posso dire di andare pazzo per il gusto del tuo gin, ma penso che l’effetto sia quello giusto».
«Assolutamente. Devi abituarti al gin di Harlem. È un bene prezioso e onnipresente. Non ne potrei fare a meno».
Raymond entrò di nuovo nell’alcova per riempire i bicchieri. Pensava ai due nordici suoi ospiti, mettendoli a confronto. Stephen era alto e sembrava un vichingo. I capelli, gli occhi, la corporatura: tutto testimoniava le sue origini scandinave. Samuel era piccolo, pallido, anemico. I suoi capelli erano biondi e i suoi occhi azzurri, ma né il biondo né l’azzurro erano così ben definiti, così intensi come quelli di Stephen. Gli antenati di Samuel erano finiti nel crogiolo americano e, di conseguenza, l’ultimo discendente conservava solo una vaga rassomiglianza con i progenitori originari.
«Dimmi di più sulla persona che ha disegnato questi», disse Stephen quando Raymond tornò nella stanza, porgendogli un bicchiere pieno di gin e ginger ale.
«Niente da fare –, rispose Raymond, – Paul è una persona che devi vedere per poterla apprezzare. Non crederesti a quello che potrei raccontarti su di lui. Sarà qui tra poco, penso. Sapeva che sarei stato fuori a cena stasera, ed è per questo che non è ancora arrivato».
«Allora dimmi un’altra cosa. Queste orribili case di Harlem sono tutte così belle dentro?», chiese Stephen.
«Niente affatto! Molte sono peggio dentro che fuori. Avresti dovuto vedere certi buchi in cui ho vissuto. Per fortuna la mia attuale padrona di casa è una visionaria oltre che una donna d’affari. Ha dei sogni. Uno è di diventare un giorno un’autrice di successo. E questo spiega perché la casa è così. Sa quanto sia difficile per gli artisti e gli intellettuali di Harlem trovare un alloggio che gli sia congeniale, e ha pensato che, mettendo a disposizione la casa a neri impegnati nell’attività creativa, si sarebbe fatta i soldi, avrebbe acquisito prestigio come mecenate e tratto profitto dai nuovi contatti per la sua arte».
«E tutta la casa è piena di questi… ehm… spiriti creativi?».
«Non ancora, ma ci sono speranze. Solo l’ultimo piano rimane nelle mani dei filistei. Una delle signore lassù sostiene di essere un’attrice, ma ci crediamo poco, e anche le sue due figlie non sembrano particolarmente sveglie. L’altra inquilina è uno strano personaggio, una mezza strega che viveva già qui quando Euphoria affittava la casa e che non ha voluto andarsene. Pelham, Eustace, Paul e io siamo la parte artistica. Aspetta di conoscerli. Sono un curioso assortimento di individui».
Dieci minuti dopo, Paul e Eustace entrarono nella stanza.
«Oh, diavolo –, esclamò Paul, – un altro nordico. Non è una bellezza, Eustace?».
«Comportati bene, Paul. Voglio presentarti Stephen Jorgenson. È arrivato in America soltanto oggi, e questa è la sua prima visita a Harlem. Vedi di non spaventarlo a morte. Steve, questo è Paul. È lui il responsabile di tutti questi disegni abominevoli. E questo è Eustace Savoy, attore, cantante eccetera. Gestisce un antro di perdizione nel seminterrato, ed è anche noto per il suo spoonerismo».
«Colice di fenoscerti», disse Eustace, confermando la sua reputazione.
«Sei mai stato sedotto? –, chiese Paul. – Non arrossire. Mi sei sembrato così puro e immacolato che ho dovuto chiedertelo».
Stephen guardò Raymond interrogativamente. «Non farci caso. È inoffensivo».
«Mi piacciono i tuoi disegni», disse Stephen.
«Devono piacerti –, rispose Paul. – A tutti dovrebbero piacere. Sono le opere di un genio».
«Sei disgustoso come sempre, Paul».
«Lo so, Sam, ma in questo risiede il mio fascino. A proposito, dove hai conosciuto un uomo così bello? Sai Steve –, aggiunse all’improvviso, – dovresti liberare quel ciuffo e lasciare che si muova al vento. Impomatandolo in quel modo lo privi dei riflessi dorati».
«Oh, direi…».
«Non preoccuparti. Non mi faccio mai pagare per i miei consigli da esperto. Dov’è il gin, Ray?».
«Nell’alcova, naturalmente».
«Ma non dovresti alcondere i nascolici», disse Eustace. «Non sei affatto divertente», borbottò Sam.
«Mi spiace, Sam. Aspetta che mi sia fatto un paio di drink.
Allora splorgerò e senderò».
Entrò nell’alcova insieme a Paul.
Paul era molto alto. La pelle del volto aveva il colore dei pistilli di zafferano sbiancati, e i suoi capelli erano ispidi e ribelli. Era sua abitudine non portare la cravatta, perché sapeva che il suo collo era troppo ben modellato per essere nascosto agli occhi del pubblico. Non indossava neppure i calzini, e neppure la biancheria intima, e i pochi vestiti che si degnava di considerare erano vecchi e trasandati.
Eustace era un tenore. Ed era anche un gentiluomo. La parola «elegante» lo descriveva perfettamente. Ogni suo movimento era ricercato e aggraziato. Aveva acquisito il portamento e le maniere di un dandy dell’epoca vittoriana. Nessuno conosceva la sua vera età. La faccia era rugosa e segnata. Una sconosciuta malattia del cuoio capelluto lo aveva reso calvo sulla parte destra del cranio. Per ovviare a questo
errore di natura si era fatto crescere i capelli della parte sinistra, pettinandoli in modo tale che gli coprissero l’altro lato della testa. L’effetto era al contempo utile e bizzarro. Eustace aveva anche una passione per le cianfrusaglie smaltate, le incisioni confuse, l’argenteria antica, il caviale e i gioielli rococò. Ma l’oggetto a cui teneva di più era un anello con una grande onice che portava all’indice della mano destra.
Stephen era sinceramente sbalordito da questi due strani esseri che così bruscamente avevano fatto irruzione nella stanza e si erano imposti al centro dell’attenzione. Raymond aveva detto bene, questa casa ospitava davvero un curioso assortimento di individui.
«Spero che non vi siate scolati la bottiglia», disse Raymond quando Paul e Eustace tornarono allegri nella stanza, sor- seggiando dai bicchieri pieni.
«Ma pensavamo che fosse tutto per noi», rispose Paul. «Maledetti ingordi».
«Da dove vieni, Steve?», chiese Paul.
«Copenaghen, Danimarca».
«Ah, dove fanno il tabacco». (nota 1)
«Il tabacco?».
«Quando vuoi ce ne andiamo Steve, io sono pronto».
Samuel era nervoso e annoiato.
«Ma non ce lo puoi portare via così presto. Non ho ancora avuto modo di chiacchierare un po’ con lui –, protestò Paul. – Devo parlargli dei miei disegni. Mi sembra che abbia abbastanza buonsenso per poterli apprezzare».
«È stanco, Paul, e se inizi a parlare non torneremo più a casa stanotte».
«Ma non ho voglia di andare già a casa, Sam».
«Vedi? Sapevo che aveva buon senso», esclamò Paul con aria di trionfo. «Raccontami di te, Steve», disse, accovacciandosi sul pavimento di fronte alla sedia su cui era seduto Stephen.
«C’è poco da raccontare. Sono nato in Canada. Mio padre è norvegese e mia madre danese. Ho studiato all’università di Toronto, dove ho conosciuto Sam e dove ho cercato di assimilare il più possibile tutto ciò che fosse americano. I miei sono tornati a Copenaghen. Ho passato l’estate con loro e adesso sono qui per fare un dottorato alla Columbia».
«Perché?».
«Perché non ho nient’altro da fare. Se smetto di studiare dovrò lavorare e l’unico lavoro per me sarebbe l’insegnamento. E non ho voglia di farlo. Quindi, finché il vecchio paga, continuo con l’università».
«Vedi? –, esclamò Paul. – È uno di noi».
«Dio ce ne scampi», disse Sam, reprimendo uno sbadiglio. «Ora, Paul, parlami dei tuoi disegni».
«È semplice. Sono un genio. Non sono mai andato a una sola lezione di disegno in vita mia, e non ho mai avuto intenzione di farlo. Penso che Oscar Wilde sia il più grande uomo mai esistito. Des Esseintes di Huysmans è il più grande personaggio della letteratura e Baudelaire è il poeta più grande. Mi piacciono anche Blake, Dowson, Verlaine, Rimbaud, Poe e Whitman. E ovviamente Whistler, Gauguin, Picasso e Zuloaga».
«Bene, ma… ti avevo chiesto di parlarmi dei tuoi disegni».
«A meno che tu non sia meno sveglio di quello che penso, ti ho già detto tutto quello che hai bisogno di sapere».
Qualcuno bussò timidamente alla porta.
«Avanti», urlò Raymond.
Pelham entrò nella stanza. Era basso, grasso e nero. Indossava un camice verde e un berretto appena più scuro della faccia. «Ciao a tutti». Il suo tono era timido, di scusa. «Non sapevo che foste in compagnia».
«Non preoccuparti –, lo rassicurò Raymond. – Signor Jorgenson, questo è Pelham Gaylord. È un artista anche lui». «Piacere di conoscerti», Stephen gli porse la mano. Con cautela Pelham gliela strinse, poi, come un animaletto che si senta minacciato, si ritrasse velocemente verso la porta,
rivolgendo a tutti un timido sorriso.
«Pelham è l’unica persona per bene in questa casa», disse Samuel.
«Vuoi dire che è l’unica persona che tu riesca a impressionare –, gli rispose Paul. – Ma sono stufo di rimanere qui seduto a far niente. Questa festa è un mortorio. Dobbiamo celebrare l’arrivo di Stephen. Abbiamo bisogno di alcol. Andiamo allo speakeasy (nota 2)».
«E chi paga?», chiese Raymond.
«Chi? Be’, Steve ovviamente. È la sua festa e sicuramente ha qualche soldo», rispose Paul.
«Ma…», Samuel iniziò a protestare.
«Ma niente –, lo interruppe Paul. – Mettiti il cappello e il cappotto, Steve. Ray, Eustace, anche voi. Lasciamo Sam qui con Pelham. Altrimenti ci rovinerà la festa».
«E se volessi venire con voi?».
«E lasciare Pelham qui da solo? Niente da fare, Sam. Sono convinto che avrete un sacco di cose da dirvi. E Pelham deve aver scritto qualche nuova poesia oggi. Non vedi la luce della creazione nei suoi occhi?».
Mentre diceva tutto questo, Paul aveva aiutato Stephen e poi Raymond con i cappotti. E prima che Samuel potesse protestare di nuovo aveva accompagnato Stephen, Eustace e Raymond fuori dalla stanza, lasciandolo a bocca aperta a fissare la faccia sorridente di Pelham.

1 Copenhagen è una marca di tabacco prodotto negli Stati Uniti. [N.d.T.]

2 Gli speakeasy erano locali dove si vendevano illegalmente bevande alcoliche. Nati negli Stati Uniti alla fine dell’800, questi esercizi commerciali ebbero particolare fortuna durante il periodo del proibizionismo (1920-1933). [N.d.T.]

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