Blues in Mi: il progetto interculturale che libera i talenti intrappolati nelle case popolari di Milano

Mercoledì 22 luglio alla Triennale l'anteprima del docufilm di Folco Orselli con il Terzo Segreto di Satira che racconta le periferie della sua città e i giovani musicisti che le vivono.

DiMariarosa Porcelli

Lug 17, 2020

Mercoledì 22 luglio debutta alla Triennale di Milano, presso l’arena AriAnteo, il primo episodio di Blues in Mi: quartieri identità di Milano, un progetto di Folco Orselli con la regia del Terzo Segreto di Satira uscito online a fine giugno. Il cantautore milanese è abituato a declinare il blues in molteplici, inedite sfaccettature che hanno sempre al centro le ragioni dell’anima. In questa nuova avventura, Orselli si è inoltrato nelle periferie della sua città per realizzare cinque docufilm illuminanti sul percorso identitario urbano. In tutti gli episodi il blues sarà il punto di partenza per esplorare varie forme artistiche e parlare dell’aspetto green delle aree ai margini della città. Il primo capitolo, dal titolo Blues Contest. Hip hop, rap e trap: la musica dei quartieri, ha come protagonisti i giovani artisti Lokita, Islam Malis e Jay Dee.

Il blues fa da collante tra culture (italiana, egiziana, filippina) e stili (rap, hip hop, trap), passando per tre zone (Baggio, San Siro, Giambellino). Da questo mix deflagrante è nata la canzone Neighborhood, un esperimento sinergico multiculturale orchestrato da Orselli e supervisionato dal rapper Ernia. 

Il futuro è anche in periferia 

«Qualcuno ha cercato di mettere in cattiva luce le periferie, presentandole come luoghi di insicurezza, invece, per come le conosco io, racchiudono grande potenziale e opportunità ed è lì che si svolge il vero esperimento di convivenza tra diverse culture. Basta ascoltare le storie dei ragazzi che ci vivono, perché queste notizie false si smentiscano da sole. Le grandi metropoli coltivano in sé la multiculturalità e chi si oppone a questa evidenza è antistorico. Il futuro è già qui, bisogna solo andargli incontro». Durante la lavorazione si è creato un rapporto di fiducia e rispetto con i ragazzi, ci dice Orselli, che ha creduto fortemente in una narrazione capace di raccontare la realtà attraverso l’atto creativo di una canzone. «Io faccio Dante che si cala», scherza il cantautore, «poi c’è il mio Virgilio che è Ernia». 

Il blues, genere dell’anima

«Mi serviva un linguaggio che potesse sostenere le verità delle persone. Il blues travalica il concetto di genere, è un sentimento, non puoi fingerlo, è una cosa che hai dentro. Nasce come canto di liberazione e parla delle fatiche della gente. Poi, in realtà, trap, hip hop e rap vengono dal funk e il funk è nato dal blues. L’hip hop nasce con i campionamenti di James Brown, per dire. Quindi non è stato difficile trovare un terreno comune con i ragazzi». Per Lokita, Islam Malis e Jay Dee questo terreno ha il sapore di una iniziazione, se si pensa che di solito sono abituati a lavorare su basi già pronte e non con strumenti e musicisti in uno studio di registrazione.

Io ho scritto il pezzo musicale con l’inciso e ai ragazzi ho dato solo delle indicazioni di massima per il testo. Loro hanno scritto separatamente, non sapevano cosa avrebbe fatto l’altro, poi magicamente le loro strofe si sono assemblate in modo perfetto. Questo anche per dimostrare che le diversità messe insieme moltiplicano il potenziale e diventano esplosive.

Jay Dee, Lokita, Islam Malis (foto: Lorenzo De Simone)

Islam Malis

Scambiando due battute con il rapper Islam Malis, uno dei tre protagonisti, capiamo quanto il quartiere possa essere determinante nelle scelte di un ragazzo di venti anni. Nato a Milano da genitori egiziani che «hanno fatto un viaggio assurdo per arrivare in Italia», ora abita nella zona di Baggio ma di fatto è cresciuto nel quartiere Giambellino, dove è molto attivo con il Centro di Aggregazione Giovanile. «Al centro mi hanno aiutato in un momento di difficoltà personale. Facciamo davvero tante cose lì, quando è arrivato il Covid abbiamo organizzato una raccolta fondi per le persone che non arrivavano a fine mese. Ci tengo alle cose di quartiere, sono anche dentro al progetto di riqualificazione del caseggiato 181 di via Lorenteggio».

Islam ha iniziato a scrivere barre (le strofe del rap) verso i 13 anni, perché sentiva di avere un disagio che voleva spiegare in qualche modo. «In Neighborhood dico “La libertà quanto costa, milioni“, una frase che mi rappresenta un sacco. Perché se abiti in periferia non hai nulla di pronto. Io, ogni cosa che ho preso me la sono guadagnata con il sudore e ho sacrificato tanto. Riconosco la mia forza di reagire ma questa vita ti lascia l’amaro in bocca». È entusiasta di aver partecipato a Blues in Mi, per essersi confrontato con altri musicisti e con generi diversi, e poi per il clima rilassato che si è instaurato con tutti.

Ci sono un sacco di talenti intrappolati nelle case popolari. Per questo mi piace il progetto di Folco, fa vedere ragazzi che hanno voglia di fare. 

Foto: Lorenzo De Simone

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