I libri di NRW: Ragazza, donna, altro

Il long read di questa settimana è tratto da "Ragazza, donna, altro" di Bernardine Evaristo. In un grande ritratto corale 12 donne ci raccontano cosa vuol dire essere donna nella Gran Bretagna degli ultimi anni.

DiBernardine Evaristo

Feb 6, 2021

Nere, bianche, di radici intrecciate, giovani e meno giovani, eterosessuali, lesbiche e di indefinito gender. Nel romanzo assai anticonvenzionale Ragazza, donna, altro di Bernardine Evaristo edito da Sur, 12 donne si presentano come un caleidoscopio multicolore. Una rappresentazione al National Theatre di Londra, ambito da ogni autore, figuriamoci da una donna nera e militante per questo sempre esclusa, fa da collante alla storia. Ma è la vita che si fa teatro più del teatro stesso. Bernardine Evaristo, scrittrice britannica di origine nigeriana, vincitrice del prestigioso premio Man Booker Prize nel 2019, racconta con una scrittura raffinata la vita intrecciata di queste donne, svelandone le storie sentimentali, sessuali, familiari, professionali. Ognuna così diversa, sia che si tratti di impiegate nella finanza o in un’impresa di pulizie, artiste o insegnanti, matriarche di campagna o attiviste transgender. Alla fine un grande ritratto corale che ci racconta cosa vuol dire essere donna nella Gran Bretagna degli ultimi anni. Fabio Poletti

Bernardine Evaristo
Ragazza, donna, altro
traduzione di Martina Testa
2020 Sur
pagine 520 euro 20 ebook euro 12,99

Per gentile concessione dell’autrice Bernardine Evaristo e dell’editore Sur pubblichiamo un estratto del libro Ragazza, donna, altro.

Amma
cammina sul belvedere lungo il corso d’acqua che taglia in due la sua città, su cui passa lenta qualche chiatta del primo mattino
alla sua sinistra c’è il ponte pedonale a tema nautico, con la passerella simile al ponte di una nave e i piloni come alberi per le vele
alla sua destra la curva del fiume, che scorre da ovest a est sotto il Waterloo Bridge verso la cupola di St. Paul
e lei sente il sole che inizia a salire, l’aria ancora mossa dalla brezza prima che la città soffochi nel caldo e nei fumi
poco più avanti una violinista suona qualcosa di opportunamente brioso
stasera lo spettacolo di Amma, L’ultima amazzone del Dahomey, debutta al National Theatre
ripensa a quando ha cominciato con il teatro quando lei e Dominique, il suo braccio destro, si facevano riconoscere lanciando urla dalla platea durante gli spettacoli che offendevano la loro sensibilità politica scagliavano dagli ultimi posti le loro voci da attrici, potentemente addestrate, e se la davano a gambe
credevano in una protesta che fosse pubblica, turbolenta e decisamente fastidiosa per chi ne era il bersaglio ripensa a quando ha versato una pinta di birra in testa a un regista che nel suo spettacolo faceva correre delle donne nere seminude qua e là sul palco come sceme
e poi se l’è squagliata di corsa per le viuzze di Hammersmith
ridendo come una pazza

da allora Amma ha passato interi decenni nella nicchia, da ribelle, a lanciare bombe a mano contro l’establishment che la escludeva
finché il mainstream non ha cominciato ad assorbire ciò che un tempo veniva considerato estremo, e lei si è ritrovata a sperare di entrarci
cosa che è successa solo tre anni fa quando alla guida del National Theatre è arrivato il primo direttore artistico donna
abituata com’era al cortese no dei suoi predecessori, Amma ha ricevuto una telefonata subito dopo colazione un lunedì in cui la vita le si stendeva vuota davanti con l’unica prospettiva di qualche serie tv da guardare su internet
il testo mi piace tantissimo, lo dobbiamo fare assolutamente, ce lo dirigerebbe lei? so che le piombo fra capo e collo, ma avrebbe tempo per un caffè in settimana?
Amma beve un sorso del suo caffè americano con il solito shot in più per darle energia mentre si avvicina al centro culturale grigio in stile brutalista che ha davanti
quantomeno negli ultimi tempi cercano di ravvivare il cemento da bunker con delle luci al neon, e il teatro ha fama di essere più progressista che tradizionalista
anni fa lei si aspettava sempre che la cacciassero appena osava entrare dalla porta, era un’epoca in cui davvero la gente si metteva in ghingheri per andare a teatro
e guardava dall’alto in basso chi non era vestito come si deve
lei vuole che le persone ai suoi spettacoli ci vengano con la curiosità, non gliene frega un cazzo di come si vestono, per quanto la riguarda ha il suo stile strafottente, che in effetti si è evoluto abbandonando il cliché fatto di salopette di jeans, basco alla Che Guevara, kefiah e immancabile spilletta con i due simboli femminili intrecciati (certo che con te l’abito fa proprio il monaco, ragazza mia)
adesso porta sneakers argentate o dorate in inverno, d’estate le Birkenstock che vanno su tutto
d’inverno, pantaloni neri, larghi o aderenti a seconda se quella settimana porta la 44 o la 46 (sopra, una taglia di meno)
d’estate, pantaloni alla turca che finiscono appena sotto il ginocchio
d’inverno, camicie, maglioni, giacche e cappotti coloratissimi e asimmetrici
dodici mesi all’anno i suoi dreadlock ossigenati sono addestrati a spuntare come candeline da una torta di compleanno
orecchini a cerchio d’argento, grossi bracciali africani e rossetto rosa
sono i perenni cavalli di battaglia del suo look

© Bernardine Evaristo, 2019
© SUR, 2020

Riproduzione riservata

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