Lorena Fornasir è una psicoterapeuta che vive a Trieste con suo marito, Gian Andrea Franchi, ex professore di Filosofia. Entrambi diventati attivisti, sono testimoni preziosi per raccontare l'odissea dimenticata della rotta balcanica. Il suo racconto fa parte di una serie di testimonianze e riflessioni per Nuove Radici, su ciò che accade ai confini con l'Est.

La psicologa clinica che è in me, un tempo osservava le regole del setting, cioè lo spazio e il tempo dove avviene la terapia. Poi un giorno ho conosciuto la strada, spazio che è culla crudele e inospitale del corpo del rifugiato. Ci può essere un setting in strada, mi sono domandata? Un uomo che si trova migrante sotto la pioggia, senza una coperta, con il sacco nero dell’immondizia come riparo, ha bisogno di un setting? Da questo tipo di situazioni ho imparato che se c’è una regola, è proprio quella di non avere regole, di spogliarsi del “sapere” classico per imparare invece quello che la strada stessa ha da insegnare.

Per questo vorrei parlarvi di Ahmed, che vuole vivere sottoterra dopo che gli hanno ucciso la mamma; o di Parnak che ha un anno e che i genitori hanno dovuto drogare per attraversare il filo spinato. Vorrei parlarvi della bimba curda di 6 anni che una mattina di maggio camminava sotto la neve, verso il confine con la Croazia; o di Qibal, quindicenne sequestrato e seviziato dagli smuggler (i trafficanti di esseri umani); o della farmacista di Bagdad, rinchiusa con le sue quattro figlie nelle gabbie umane dei Balcani. Mi soffermo però sulla ferocia dei confini per raccontarvi un’altra storia: quella di Alì e del suo trauma.

La storia di Alì

Cos’è un trauma? Un trauma è quella coperta rossa in cui Alì ha scelto di avvolgersi a bozzolo, prendendo le sembianze di un sacco umano.

Agli inizi di febbraio, era stato respinto dalla polizia croata e spogliato dai suoi abiti “caldi”, di scarpe e calzini, e poi costretto a ritornare a Kladusa (sul confine croato, luogo nevralgico della rotta balcanica) a piedi nudi, attraversando i terreni boscosi pieni di neve. Le sue dita si erano congelate.

Quando il 7 febbraio era arrivato a camp Bira di Bihac (nella parte nordoccidentale della Bosnia ed Erzegovina) le dita ormai erano nere, in necrosi. Era sabato, e fino al lunedì successivo non avrebbe ricevuto alcuna cura. La cancrena e il trauma psicologico sono avanzati inesorabilmente tanto che l’unica ipotesi, alla fine, era stata l’amputazione. L’avevo conosciuto Alì in precedenza, l’ho ritrovato nel container A3 del camp Bira di Bihac. Tramite una conoscenza comune, mi aveva inviato un messaggio disperato: “Voglio parlarti e raccontarti tutta la mia storia”. Ottengo i permessi per incontrarlo. Mi parla in italiano e francese.

Il messaggio inviato a Lorena Fornasier

Alì non si riconosce, è spogliato dalla sua stessa immagine. Era partito per un viaggio della speranza che si è frantumato nella necrosi che lo stava divorando. Aveva una vita, una storia, degli affetti lontani ma se avesse accettato la mutilazione, non avrebbe più avuto piedi per andare loro incontro. Rifiuta le cure, rifiuta l’amputazione, forse vuole morire. Forse non può sopportare la fine di ogni illusione e il dolore che darebbe a sua madre. Forse non vuole davvero morire, ma è ridotto a scarto umano, privo di dignità, e non lo può sopportare. Alì ha abitato il mondo con i suoi desideri, ma ora quei suoi piedi congelati che vanno in cancrena e che lui, chiuso nel suo involucro rifiuta di curare, sono come una emorragia che lo allaga nell’anima e nella mente. Il suo trauma è un ingorgo fatto di troppa violenza, impensabile per una psiche già provata da troppi traumi. Meglio morire, anzi no, meglio andare, mi dice: “dai, andiamo! Andiamo a Zagabria, prendo l’aereo dell’Alitalia e vado in Germania”, poi si chiude nella sua coperta della mezzaluna turca ad ascoltare i rumori sordi a cui si è consegnato.

Resto in contatto con lui attraverso un amico rifugiato, gli mando messaggi, non mi risponde ma so che mi aspetta. Lo rivedo nei mesi successivi, il mio tempo con lui è fatto di ascolto partecipe all’interno di quel container che sa di morte, di feci, di urina.

Rievoca la rivoluzione della primavera araba e il suo primo approdo in Italia nel 2011. Poi la ricerca di lavoro in Francia e Germania dove rimane per sei anni, fino al ritorno in Tunisia per ritrovare la famiglia d’origine. Ha parlato tanto, come mai prima d’allora, agli altri riserva mutismo e mugugni.  Conversa in italiano e in francese e ripete in una cantilena senza fine: “andiamo via da qui, portami a Zagabria”. Resisto ai miasmi, lo tengo per mano. Lui sa che io sono lì per lui e che sono la “testimone” della sua storia.

L’immagine inaccettabile

Un giorno mi giunge l’immagine di Alì dentro una carriola. Aveva osato un gesto di autonomia, subito represso, aggirandosi con la carrozzella all’interno dell’area A. Quell’immagine di Alì dai piedi in necrosi, buttato in una carriola, è scandalosa, oscena, fuori da ogni scena accettabile. Le scansioni del tempo che scorre indifferente, continuavano a riversarsi sui confini del suo essere ma anche sui nostri confini. Lo ritrovo a luglio nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Bihac. È in un letto di contenzione, legato mani e piedi dentro uno stanzone che è un deposito di letti, materassi e comodini di ferro.

Il colloquio è toccante. La sua parte sana è molto sofferente, si sente violentato, privato della dignità, chiede rispetto ma, afferma, trova derisione. Poi mi racconta la sua vita, mi parla di suo figlio, del desiderio di rivederlo. E qui sprofonda. È tenero come un bambino inerme, ma caparbio come tutti i bambini che credono nell’onnipotenza dei loro desideri.  È assalito dal pensiero ossessivo di ritornare in Germania e la sua mente, per difendersi dalla sofferenza, si aggrappa alla negazione della realtà. Immaginare di avere i piedi ancora sani, capaci di camminare, di andare, di volare verso il suo sogno, lo tiene in vita.

Nel rifiuto delle sue cure c’è tutto questo: allucinare il desiderio per non morire, lasciarsi morire per non vivere come uno scarto umano. Nella sua realtà diventata un incubo, il sogno gli salva la vita. Sarà questa sua parte folle, straordinaria, sognante che tra agosto e settembre lo porta a compiere l’impensabile. Dimesso dall’ospedale, rientra al camp Bira. I suoi piedi sono dei monconi, le parti necrotiche sono cadute da sé. 

Un giorno sparisce. Nessuno sa dove è finito Alì, finché ricompare a Sarajevo, raccolto in una collinetta, con due stampelle sottobraccio. Vivrà e tenterà un’avventura importante che, tuttavia, non riuscirà a reggere e, i primi di settembre, sempre con le sue stampelle, da solo, fa ritorno al camp di Bihac. È fin troppo facile pensare che abbia sentito il bisogno di ritrovare uno “spazio genitoriale” come spesso lo è l’istituzione che sintetizza e converge in sé una funzione materna contenitiva e una più vertebrate paterna. In confini troppo ampi dove i bordi tendono a sfumare, forse la sua mente ha respirato la minaccia di essere risucchiato in un tempo senza tempo. L’8 settembre Alì era dunque nuovamente al Bira, in quello spazio così squallido ma pieno di aree interne, di varchi, di limiti e di barriere che gli restituivano il limite di sé. Era. Perché ora non c’è più. Alì è partito pochi giorni dopo per il “game”, il gioco, come viene chiamato in gergo dai migranti il passaggio del confine croato. Vorrei pensare che la sua non sia follia, vorrei sperare che la sua pazzia sia la parte viva che lo salverà. Vorrei.

Non oso pensare a cosa gli succederà di nuovo tra i boschi crudeli della Croazia, i suoi droni, i lupi, gli orsi, i termo rilevatori, i push back, ovvero i respingimenti. Forse ci sarà una fine in agguato ma, come mi ripeteva Alì: “je n’ai pas d’autre choix” (“non ho altra scelta”).

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