ll Barolo prodotto grazie agli operatori macedoni, i formaggi prodotti dai sikh, i castagneti protetti da custodi d'origine africana. Un documentario rivela il lato meno conosciuto della produzione agricola cuneese, eccellenza italiana.

ll vino Barolo prodotto grazie agli operatori macedoni, la produzione casearia fondata sulla presenza di sikh, i castagneti protetti da custodi di origine africana. Nonostante il titolo (“Siamo qui da vent’anni”) possa sembrare velatamente provocatorio, non c’è alcun intento polemico nel documentario realizzato dal regista Sandro Bozzolo. «L’idea di questo documentario è nata senza alcuna intenzione di sollevare accuse o risentimenti», racconta a NRW Roger Davico, presidente di Anolf (Associazione Nazionale Oltre Le Frontiere) per la provincia del cuneese:

«Il nostro l’unico scopo è informare e dare visibilità a una realtà che è presente capillarmente sul nostro territorio da molti anni, ma privata della visibilità e soprattutto dell’importanza che merita».

Il documentario

La realtà raccontata è quella dei lavoratori di origine straniera che sono diventati ormai parte insostituibile della catena di produzione dei prodotti che danno ricchezza al territorio. «La nostra associazione rappresenta diciassette diverse comunità di nuovi italiani e si propone da sempre di promuovere informazione, integrazione e accoglienza. Realizzato da Anolf, hanno partecipato alla realizzazione del progetto anche Fai -Cisl (Federazione Agricola, Alimentare, Ambientale, Industriale Italiana); il consorzio delle Ong piemontesi, e naturalmente il regista e tutti i protagonisti del documentario che hanno condiviso la loro storia».

Presentato per la prima volta lo scorso giugno presso lo spazio incontri della Fondazione Cassa di risparmio di Cuneo, “Siamo qui da vent’anni” verrà proiettato anche il prossimo 23 settembre al cinema Massimo di Torino, in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema cittadino: «Il comparto agricolo è fondamentale per la provincia di Cuneo» spiega Davico.

Pensiamo al vino, alla frutta, al caseario che produce ben venticinque tipi di formaggi. Le attività legate a questo tipo di produzione sono svolte ormai da anni da lavoratori provenienti da altri Paesi, tanto che è ormai impossibile pensare a come potrebbe reggersi in piedi l’economia di questo settore se non ci fossero loro

Il regista, Sandro Bozzolo, racconta che dietro alla realizzazione del documentario e alle testimonianze dei protagonisti, c’è una visione specifica: «Si fa sempre un gran parlare degli aspetti negativi legati all’immigrazione, ma raramente ne vengono valorizzate le sue potenzialità».

Quello che volevamo suggerire attraverso questo documentario era mostrare che queste persone non solo svolgono lavori di estrema fatica che nessun altro vuole fare, ma soprattutto che non accogliere all’interno della società queste persone, e non accogliere di fatto le eccellenze che ci sono tra di loro, va a discapito di tutto il Paese

I protagonisti

Molteplici le voci che si susseguono nel corso della pellicola. Ci sono i lavoratori macedoni o provenienti da altre zone dei Balcani, che curano l’uva dalla quale si ricavano i pregiati vini delle Langhe, come il Barolo. Molti di loro sono arrivati in Italia per sfuggire al conflitto dell’ex Jugoslavia ed hanno trovato un impiego nel settore agricolo. «Il costo della vita aumenta ma il nostro stipendio rimane sempre uguale – riflette, amareggiato, uno di loro – la mia paga oraria è aumentata di un solo euro in diciassette anni che faccio questo lavoro, mentre cantine e produttori di vini si arricchiscono sempre di più grazie alla nostra fatica e all’impegno che ci mettiamo».

Tra di loro c’è anche Irina, arrivata diciotto anni fa dall’est Europa che lavora come assistente socio sanitaria. Ci sono i cinesi che lavorano la pietra nella zona del Monviso. C’è un coltivatore frutticolo che ammette senza riserve che «se non ci fossero i lavoratori di origine straniera, le nostre aziende potrebbero tranquillamente chiudere, perché non ci sarebbe nessuno disposto a fare i sacrifici che fanno loro, quegli stessi sacrifici che permettono alla nostra economia di rimanere in alto nel settore delle eccellenze agroalimentari».

E infine c’è lei, Kaur Kirandeep, diciassette anni. Arrivata dalla regione indiana del Punjab assieme alla famiglia, per raggiungere il padre che già da diversi anni aveva trovato lavoro nel cuneese, è la più giovane tra le voci del documentario. In attesa di frequentare il terzo anno del liceo scientifico, è stata intervistata dal regista nel tempio costruito a Marene per la comunità sikh, che conta circa tremila persone, per la maggior parte impiegate nel settore dell’allevamento e della mungitura.

«Non credo proprio che gli stranieri rubino il lavoro agli italiani», commenta. «Anzi, se non ci fossero loro a svolgere certe attività, credo che l’economia ne risentirebbe molto. Da quando sono arrivata in Italia non ho mai percepito ostilità nei miei confronti, al limite un po’ di curiosità perché rispetto agli autoctoni provengo pur sempre da un contesto diverso, ma non ho avuto problemi ad integrarmi con i miei coetanei. Una cosa che mi lascia amareggiata è non possedere la cittadinanza italiana e sapere che l’iter per ottenerla sarà molto lungo». 

È un po’ sconfortante, quasi paradossale, vedere che molti di noi giovani cercano di impegnarsi e di mettercela tutta per fare bene e costruirsi una carriera che possa, un domani, contribuire a far crescere il Paese. Per poi rendersi conto che è proprio quello stesso Paese che con le sue leggi e la sua burocrazia impedisce loro di farlo

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