L’immigrazione in Italia da Jerry Masslo a oggi

Il long read di questa settimana è tratto da "L’immigrazione in Italia da Jerry Essan Masslo a oggi" a cura di Valerio De Cesaris e Marco Impagliazzo. L'omicidio di Jerry Essan Masslo portò al varo della legge Martelli, la prima a regolamentare la posizione dei migranti in Italia, aprendo una discussione sulle politiche migratorie ancora…

Prefazione di Andrea Riccardi
A cura di Valerio De Cesaris e Marco Impagliazzo
L’immigrazione in Italia da Jerry Masslo a oggi
Introduzione di Andrea Riccardi
2020 Guerini e Associati
pagine 288 euro 22,50

Aveva 29 anni Jerry Essan Masslo quando venne ammazzato a colpi di pistola durante una rapina a Villa Literno vicino a Caserta. Arrivato in Italia come profugo dal Sud Africa, lavorava come tanti immigrati nei campi di pomodori, alla mercé di caporali e delinquenza locale. La sera del 25 agosto 1989, dopo essersi spaccato la schiena nei campi, stava riposando con una ventina di immigrati su un giaciglio in un capanno senza servizi, messo a disposizione dal proprietario del campo. Un gruppo di rapinatori italiani che volevano rubare gli incassi dei migranti, entrarono nella capanna con le  spranghe e una pistola. Jerry Essan Masslo morì sul colpo centrato da tre proiettili. La sua morte, per la prima volta nel nostro Paese, non passò inosservata. A Roma ci fu un’imponente manifestazione antirazzista con la partecipazione di centinaia di migliaia di persone, italiani e stranieri.
L’Italia che accoglieva allora 600 mila migranti, fu costretta a scoprire il problema degli stranieri richiedenti asilo nel nostro Paese. Lo status di rifugiato allora era riconosciuto solo a chi proveniva dall’Europa dell’Est. A dicembre il governo Andreotti varò una misura convertita poi a febbraio dell’anno successivo, la legge Martelli, la prima che regolamentava la posizione dei migranti. Da allora molto è cambiato, sia in termini politici, legislativi e sociali. Ma la discussione iniziata allora, che opponeva chi era favorevole ad una accoglienza allargata e chi invocava la chiusura delle frontiere, non è ancora finita ed è dilagata in Europa come in Nord America, con le politiche non inclusive dell’amministrazione Trump. Questo libro curato da Valerio De Cesaris e Marco Impaglizzo, raccoglie vari contributi che raccontano da molti punti di vista, trent’anni di politiche migratorie del nostro Paese. A introdurre il volume Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Fabio Poletti

Per gentile concessione degli autori e dell’editore Guerini e Associati pubblichiamo un estratto dall’introduzione di Andrea Riccardi del libro L’immigrazione in Italia da Jerry Masslo a oggi.

Alla fine del 1988, dopo una prima estate passata a raccogliere pomodori sulla Domiziana, Jerry viene intervistato da un programma televisivo e pronuncia parole inquietanti: «Il mio problema, il vero problema, è che quello che ho sperimentato in Sudafrica non voglio vederlo qui in Italia. C’è proprio qualcosa che sta accadendo qui in Italia. Nessun nero, nessun africano dimentica che cos’è il razzismo. E io l’ho sperimentato qui, è una cosa inaccettabile… Anche in questo Paese io ho visto le persone con la pelle nera trattate come bestie».
Accanto al razzismo, c’è la storia del lavoro agricolo irregolare, fatto di sfruttamento della manodopera fino ai limiti dello schiavismo, con forme perverse di reclutamento come il caporalato. Trent’anni dopo c’è ancora oggi in alcune zone d’Italia. Jerry Masslo è diventato suo malgrado anche il simbolo della ribellione agli abusi del lavoro nero e sottopagato. Villa Literno, dove fu assassinato, viveva in quegli anni principalmente di agricoltura, grazie al lavoro di braccianti di colore, gestiti, tramite intermediari, dalla camorra. A mille lire la cassetta, con venticinque chili di pomodori, infatti, solo gli extracomunitari erano disposti a sfiancarsi per una giornata intera. Sveglia prima dell’alba, attesa nella cosiddetta «piazza degli schiavi», dove i caporali prendono gli operai a giornata, dieci, dodici, anche quindici ore chini a raccogliere i pomodori per una misera paga. La notte si passa ammassati in baracche senza elettricità e servizi igienici.
Ancora oggi il lavoro irregolare in agricoltura è molto consistente e anzi da dieci anni in costante crescita, attestandosi su un valore del 23%, quasi il doppio rispetto al totale dei settori economici nazionali, stimati in circa il 12%. Secondo i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro, nel 2018, su oltre settemila accertamenti effettuati, si è registrato un tasso di irregolarità pari al 55%, con oltre cinquemila lavoratori interessati alle violazioni. Eppure, senza gli stranieri che, ogni anno, percorrono tappa dopo tappa gli itinerari del lavoro agricolo stagionale e senza le loro braccia, si bloccherebbe la filiera agroalimentare che porta il cibo sulle nostre tavole.
Questo volume, che raccoglie gli Atti di un importante convegno organizzato dal Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre in collaborazione con l’Università per Stranieri di Perugia e la Federico II di Napoli, parla di Jerry Essan Masslo e della sua figura. Ma va oltre. Dipana in un certo senso i fili della storia dell’immigrazione in Italia negli ultimi trent’anni: le sue contraddizioni, la globalizzazione e i contro-fenomeni delle chiusure, dell’intolleranza e del razzismo, l’evoluzione della società e dei comportamenti, le opportunità e le aporie del mercato del lavoro, il tutto lungo un trentennio. È necessario inquadrare il fenomeno dell’immigrazione nel nostro Paese nella comune storia nazionale. Un’analisi rigorosa di fatti e avvenimenti contrasta le molte letture distorte e poco documentate, da cui discendono spesso atteggiamenti e prese di posizione irragionevoli e strumentali. Studiare questa vicenda smentisce le errate percezioni del fenomeno migratorio tanto lontane dalla realtà.
Fare storia dell’immigrazione ci porta a leggere il bilancio di questo trentennio, a conti fatti, come un panorama con più luci che ombre. In un arco di tempo piuttosto breve, l’Italia ha accolto e assimilato una popolazione di circa cinque milioni di stranieri, cioè di residenti non nati in Italia. Tra il 1991 e oggi il numero di stranieri regolarmente residenti è cresciuto di ben quattordici volte. Se poi ai cinque milioni aggiungiamo il milione e mezzo di naturalizzati arriviamo a sei milioni e mezzo di individui, cioè quasi l’11% dell’intera popolazione. Anche se in Italia la quota d’immigrati sul totale della popolazione è più bassa degli altri Paesi europei che hanno storie diverse, si può dire che ci siamo allineati alla media rapidamente. Ciò è avvenuto non senza difficoltà e problemi, soprattutto nelle aree di maggior disagio, ma complessivamente la società italiana ha mostrato in trent’anni una capacità di assimilazione e inclusione notevole, anche grazie alla forza della società civile.
In questo periodo abbiamo sentito anche una sequela di allarmi contro l’invasione nera e islamica, in linea con le posizioni assunte dai sovranisti dell’Est. In realtà, al di là di alcune aree di disagio, i processi d’integrazione sono stati notevoli. L’integrazione è avvenuta grazie a tante famiglie italiane con badanti, colf, lavoratori al servizio della persona. L’esperienza dei «corridoi umanitari», per rispondere alla grave crisi dei profughi della guerra di Siria come per accogliere i profughi del Corno d’Africa, ha mostrato un’Italia locale, che è stata capace di gestire l’integrazione, come ha mostrato Mario Marazziti nel suo libro Porte aperte.
Inoltre, è stata stupefacente la reazione degli italiani alla «regolarizzazione» dei lavoratori della terra e al servizio della persona, recentemente realizzata dal governo Conte. Gli stessi attori del procedimento temevano una rivolta in nome del «prima gli italiani!». Il passaparola della politica, da troppi anni, trasmette il messaggio che «quando si parla di stranieri, si perdono i voti». In realtà, dopo qualche protesta di rito, il provvedimento è passato bene, perché gli italiani vedono i loro veri problemi: quelli dell’agricoltura, degli anziani, dei bambini, delle famiglie e quelli di un vivere insieme nella legalità e nella sicurezza sanitaria. È un’esperienza da non dimenticare, che ci fa conoscere meglio il nostro Paese.
Certo il problema degli immigrati è una grande questione del futuro. L’immigrazione non può più essere solo competenza di chi si occupa di sicurezza e di mercato del lavoro. Non si tratta più solo di dare una «risposta» alle dinamiche migratorie, bensì di fare una «proposta» agli uomini e alle donne che le incarnano, investendo sull’integrazione. È la proposta del Paese che vogliamo.
Nel rispetto delle differenze, si tratta di proporre e comunicare il profilo culturale e umanistico italiano, affinatosi nei secoli, a chi è di origine non italiana. La lingua e la cultura italiane sono la chiave e la base per costruire insieme il futuro. Il rispetto della vita, la centralità della persona, il valore della famiglia e del lavoro, lo Stato di diritto, la legalità e la solidarietà sono i pilastri della nostra civiltà. Bisogna conoscere la nostra storia (perché l’Italia è un Paese carico di storia che altrimenti resta muto e indecifrabile), che ci guida a costruire insieme il futuro. Non sono «buoni propositi», ma idee maturate ormai in decenni di esperienza tra italiani e nuovi italiani, che hanno creato percorsi d’integrazione, di solidarietà e di scambio, molto efficaci. E qui vorrei fare un omaggio agli italiani che hanno creduto in questo processo, spesso volontari oppure insegnanti o altro. Non era loro richiesto di fare di più e di spendere il loro tempo su di un «sogno» d’integrazione. Lo hanno fatto, mostrando una passione civile, che resta – a mio avviso – l’elemento decisivo per la ricostruzione del tessuto sociale, per tanti aspetti problematico e poi lacerato dal Covid-19.
Questo volume aiuta a muoverci verso una prospettiva nuova, di matura e consapevole integrazione mostrandoci le ragioni economiche, demografiche, sociali, culturali e perfino politiche del fenomeno migratorio, destinato a durare a lungo. Senza memoria non c’è futuro: ricordare Jerry Essan Masslo, la sua storia dolorosa come la sua morte assurda, è doveroso se si vuole provare a costruire un futuro in cui la diversità non sia vista come un pericolo ma come un arricchimento per tutti. Jerry Masslo ha conosciuto la forza brutale dello sfruttamento e della camorra nelle pieghe di un Paese senza legge e umanità. Non vogliamo si ripeta più, ma ancora – in talune parti del Paese – siamo a rischio.
La storia di un’integrazione pensata, coerente, coordinata, è in larga parte da scrivere, per cui saluto questo volume come un passo significativo di crescita culturale in un Paese come l’Italia che ha la forza, una forza gentile, di civiltà e di cultura, per crescere in quella ars associandi che Tocqueville indicava come il segreto di ogni società civile. C’è una cultura del vivere insieme, che viene da lontano, ma che è stata turbata dalle paure della globalizzazione e dalla predicazione dell’odio: quella cultura ritrova le sue basi, si comunica e si approfondisce. È in questa prospettiva che sento il valore di questo volume.

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