Il long read di questa settimana è tratto da "Legami di sangue" di Octavia E. Butler. La scrittrice afroamericana ci accompagna in un viaggio nel tempo, a fianco della protagonista del romanzo alla ricerca delle sue radici.

Octavia E. Butler
Legami di sangue
traduzione di Veronica Raimo
2020 Big Sur
pagine 357 euro 18

Immedesimarsi è uno degli sforzi che compiono gli scrittori. Octavia E. Butler, straordinaria e pluripremiata scrittrice afroamericana di fantascienza mancata una quindicina di anni fa, con la sua scrittura acuta e analisi rigorosa fa molto di più. Ci accompagna in un viaggio nel tempo, a fianco della protagonista del romanzo alla ricerca delle sue radici. Dana e Kevin sono una coppia mista, lei nera lui bianco, che vivono sereni nella California del 1976, uno degli stati più progressisti del Paese. Dana è una scrittrice, facile immaginarla come un alter ego dell’autrice. Il 4 luglio, bicentenario della nascita degli Usa, data non casuale, Dana senza fare niente compie un viaggio spazio temporale nella piantagione di cotone dove i suoi avi vivevano da schiavi. Un viaggio di pochi secondi, secondo la cronologia di Kevin. Un tempo sufficiente a Dana per conoscere il piccolo Rufus, il figlio dei proprietari della piantagione e Alice, una bambina afroamericana. Sarà appunto un viaggio, nel tempo, di immedesimazione e di scoperta delle proprie radici. Molto più di un libro di fantascienza, come venne catalogato anni fa in Italia, alla prima pubblicazione nella collana Urania. Fabio Poletti

Per gentile concessione dell’editore Big Sur pubblichiamo un estratto del libro Legami di sangue.

L’ultima volta che sono tornata a casa ho perso un braccio, il sinistro.
E ho perso circa un anno di vita e molto del benessere e della tranquillità a cui non avevo dato alcun valore fino a quel momento. Quando la polizia l’ha rimesso in libertà, Kevin è corso in ospedale ed è rimasto con me per farmi capire che non avevo perso anche lui.
Ma prima ho dovuto convincere la polizia a rilasciarlo. C’è voluto del tempo. I poliziotti erano come delle ombre: apparivano a intermittenza accanto al letto per farmi domande che avevo difficoltà a comprendere.
«Come ti sei ferita al braccio?», mi chiedevano. «Chi ti ha ferita?» La mia attenzione era catturata dalla parola che usavano: ferita. Come se me lo fossi graffiato. Credevano non lo sapessi che lo avevo perso?
«Un incidente», ho bisbigliato quasi in trance. «È stato un incidente».
Hanno cominciato a chiedermi di Kevin, all’inizio le parole sembravano confondersi tra di loro e non ci badavo. Dopo un po’, però, ho provato a ripeterle, e all’improvviso mi sono resa conto che quegli uomini stavano cercando di accusare Kevin di avermi «ferito» il braccio.
«No». Ho scosso il capo debolmente contro il cuscino. «Non Kevin. È qui? Posso vederlo?»
«Allora chi?», hanno insistito.
Ho cercato di restare lucida nonostante le medicine, nonostante il dolore lontano, ma non potevo fornire alcuna spiegazione sincera, niente di credibile.
«Un incidente», ho ripetuto. «Colpa mia, non di Kevin. Per favore, fatemelo vedere».
L’ho ripetuto all’infinito finché le forme sfocate dei poliziotti mi hanno lasciata in pace, finché mi sono svegliata e ho trovato Kevin che dormicchiava seduto accanto al mio letto. Mi sono chiesta per un attimo da quanto tempo stesse lì, ma non era quello l’importante. L’importante era che fosse lì. Mi sono addormentata di nuovo, con un senso di sollievo.
Poi mi sono svegliata, mi sentivo finalmente in grado di parlargli con cognizione di causa e di capire le sue parole. Non stavo così male, a parte lo strano pulsare al braccio, cioè, nel punto dove un tempo avevo un braccio. Ho ruotato il capo per guardare lo spazio vuoto… il moncherino.
Kevin era in piedi di fianco a me, mi ha preso il viso tra le mani per farmi girare verso di lui.
Non ha detto niente. Dopo un attimo si è messo di nuovo a sedere, mi ha preso la mano e l’ha stretta.
Io mi illudevo di poter sollevare l’altra mano e toccarlo, come se ce l’avessi un’altra mano. Ho provato di nuovo a guardare e questa volta me l’ha lasciato fare. In un certo senso era necessario che vedessi quello che già sapevo per poterlo accettare.
Dopo un istante, mi sono riappoggiata contro il cuscino e ho chiuso gli occhi.
«Sopra al gomito», ho detto.
«Non avevano scelta».
«Lo so. Sto solo cercando di abituarmi».
Ho aperto gli occhi e l’ho guardato, poi mi sono ricordata che avevo ricevuto delle visite. «Ti ho messo nei guai?» «A me?»
«È venuta la polizia, pensavano che fossi stato tu».
«Ah, ok. Erano i vicesceriffi. Li hanno chiamati i vicini quando hai cominciato a urlare. Mi hanno interrogato, mi hanno tenuto in custodia per un po’ – la chiamano così! – ma li hai convinti che potevano lasciarmi andare».
«Bene. Gli ho detto che è stato un incidente, colpa mia». «Non è possibile che sia colpa tua una cosa del genere». «Se ne può discutere, ma di sicuro non è stata colpa tua.
Stai avendo ancora problemi?»
«Non penso, loro sono convinti che sia stato io, ma non ci sono testimoni e tu non collabori. E poi credo che non riescano a capire come avrei fatto… considerata l’entità della cosa».
Ho richiuso gli occhi ricordando come mi ero fatta male, ricordando il dolore.
«Stai bene?», ha chiesto Kevin.
«Sì. Dimmi cosa hai raccontato alla polizia».
«La verità». È restato un po’ a giocherellare in silenzio con la mia mano. L’ho guardato, vedevo che mi osservava. «Se avessi raccontato la verità alla polizia», ho bisbigliato, «saresti ancora rinchiuso, ma in manicomio». Ha sorriso.
«Ho raccontato il raccontabile. Ho detto che ero in camera da letto quando ti ho sentita urlare, sono corso in salotto per vedere cosa stesse succedendo e ti ho trovata lì a dimenarti per liberare il braccio da una specie di buco nel muro. Ho provato ad aiutarti. E solo allora mi sono accorto che avevi il braccio non semplicemente incastrato, ma quasi polverizzato dentro la parete».
«Non direi polverizzato».
«Lo so,ma mi pareva un buon termine da usare con quelli, per dimostrargli che non ci capivo nulla. E non è nemmeno così impreciso. Volevano che spiegassi come era potuta accadere una cosa del genere. Ho detto che non lo sapevo… ho insistito. E Dio santo, Dana, non lo so davvero».
«Nemmeno io lo so», ho mormorato. «Nemmeno io».

Il fiume

Il casino era cominciato molto prima del 9 giugno 1976, quando me ne resi conto, ma il 9 giugno è la data di cui mi ricordo. Era il mio ventiseiesimo compleanno e fu allora che incontrai Rufus, fu quello il giorno in cui mi chiamò a sé per la prima volta.
Io e Kevin non avevamo pianificato niente per festeggiare, eravamo entrambi troppo stanchi. Il giorno prima ci eravamo trasferiti dal nostro appartamento di Los Angeles in una casa di proprietà qualche chilometro fuori da Altadena. Per quanto mi riguardava, il trasloco in sé era già una festa. Stavamo ancora spacchettando la roba, o meglio, io stavo ancora spacchettando, Kevin si era arenato non appena aveva finito di sistemare il suo studio. Se ne stava confinato là dentro a oziare o a pensare, perché non sentivo il ticchettio della macchina da scrivere. Poi finalmente si affacciò in salotto, dove stavo sistemando i libri in una delle grandi librerie. Solo narrativa. Avevamo così tanti libri che dovevamo cercare di dargli un ordine di qualche tipo.
«Che cosa c’è?», gli chiesi.
«Niente». Si mise a sedere sul pavimento vicino a dove stavo lavorando. «È il cervello che mi fa i dispetti. Ieri durante il trasloco mi erano venute una serie di idee per quel racconto di Natale».
«E adesso che hai tempo per buttarle giù, sono sparite».
«Sparite». Prese un libro, lo aprì, sfogliò qualche pagina. Io presi un altro libro e glielo picchiettai sulla spalla. Quando sollevò lo sguardo, sorpreso, gli piazzai davanti una pila di saggistica. La fissò avvilito.
«Che cavolo, ma perché sono venuto qui?»
«Per farti venire qualche idea. In fondo, ti vengono quando hai da fare».
Mi lanciò uno sguardo che sapevo essere meno cattivo di quanto sembrava. Aveva gli occhi chiarissimi, quasi incolori, che lo facevano apparire distante e arrabbiato, che lo fosse o meno. Li sfruttava per intimidire la gente, gli sconosciuti. Gli sorrisi e tornai al lavoro. Dopo un po’, portò la saggistica verso un’altra libreria e cominciò a infilarla negli scaffali.
Mi chinai per avvicinargli un altro scatolone pieno, poi mi rialzai in fretta e cominciai a sentire vertigini e nausea. La stanza intorno sembrava sfocarsi e diventare scura. Per un istante cercai di reggermi in piedi tenendomi alla libreria. Mi chiesi cosa stesse accadendo, poi alla fine crollai in ginocchio. Sentii Kevin emettere un confuso verso di stupore, chiedere: «Ma che succede?»
Alzai la testa e scoprii che non riuscivo a metterlo a fuoco. «Non sto bene», boccheggiai.
Sentii che si avvicinava, vidi una macchia indistinta di pantaloni grigi e camicia azzurra. Poi, appena prima di riuscire a sfiorarmi, sparì.
La casa, i libri, sparì tutto. All’improvviso mi ritrovai all’aperto, inginocchiata a terra sotto degli alberi. Ero in una radura verde, sul limitare di un bosco. Davanti a me c’era un fiume largo e tranquillo e, all’incirca in mezzo al fiume, c’era un bambino che si dibatteva nell’acqua e strillava…
Stava affogando!
Reagii al bambino in difficoltà, avrei rimandato a dopo le domande per cercare di capire dove fossi finita, cosa fosse successo. Mi precipitai a salvare il bambino.
Corsi verso il fiume, entrai in acqua completamente vestita e nuotai velocemente verso di lui. Quando lo raggiunsi, era privo di sensi. Era un bimbo piccolo con i capelli rossi che galleggiava a faccia in giù. Lo girai, lo afferrai bene in modo da tenergli la testa fuori dall’acqua e lo trascinai a riva. Lì c’era una donna con i capelli rossi che ci aspettava. O meglio, stava correndo avanti e indietro lungo la sponda del fiume, urlava e piangeva. Non appena mi vide camminare nell’acqua mi corse incontro di scatto, mi strappò il bambino e lo portò a riva con sé: lo toccava e lo osservava attentamente.
«Non respira!», urlò.
Respirazione artificiale. L’avevo vista fare, mi era stata spiegata, ma non l’avevo mai fatta. Era arrivato il momento di provarci. La donna non era in condizioni di rendersi utile e non c’era nessun altro nei paraggi. Una volta a riva, le tirai via il bambino. Non aveva più di quattro o cinque anni e non era molto grosso.
Lo distesi supino, gli inclinai la testa all’indietro e cominciai la respirazione bocca a bocca. Vedevo il petto che gli si sollevava mentre gli respiravo dentro. Poi, all’improvviso, la donna cominciò a picchiarmi.
«Hai ucciso il mio bambino!», urlava. «L’hai ucciso!»
Mi voltai e riuscii ad afferrarle i pugni. «Smettila!», gridai con il tono più autorevole possibile. «È vivo!» Lo era davvero? Non lo sapevo. Per favore Dio, fa’ che sia vivo. «Il bambino è vivo, lasciami fare». La spinsi via, felice che fosse più esile di me, e tornai a occuparmi di suo figlio. Tra una respirazione e l’altra, la vidi fissarmi sgomenta. Poi si lasciò cadere in ginocchio di fianco a me, in lacrime.
Qualche secondo dopo il bambino cominciò a respirare da solo, a respirare, tossire, strozzarsi, vomitare e chiamare la madre. Be’, se riusciva a fare tutte queste cose significava che stava bene. Mi misi a sedere, frastornata e felice. Ce l’avevo fatta!
«È vivo!», urlò la donna. Lo afferrò con tale foga quasi da asfissiarlo. «Rufus, amore della mamma…» Rufus. Un nome orrendo da infliggere a un bambino discretamente bello.
Quando Rufus si vide fra le braccia della madre, le si avvinghiò urlando a squarciagola. La voce comunque non sembrava alterata. Poi, all’improvviso, sopraggiunse un’altra voce.
«Che diavolo sta succedendo qui?» Era quella di un uomo: arrabbiata e perentoria.
Mi voltai di sorpresa e mi ritrovai puntata in faccia la canna del fucile più lungo che avessi mai visto. Sentii un clic metallico e mi paralizzai, pensavo che mi avrebbero sparato per aver salvato la vita del bambino. Stavo per morire.
Provai a dir qualcosa, ma avevo perso la voce. Mi sentivo nauseata e stordita. Avevo la vista talmente sfocata che non riuscivo a distinguere il fucile né il volto dell’uomo. Udivo la donna parlare in tono brusco, ma ero troppo presa dal senso di malessere e di panico per capire cosa stesse dicendo.
Poi l’uomo, la donna, il bambino, il fucile, svanì tutto.
Mi trovai di nuovo in ginocchio nel salotto di casa mia, a pochi metri di distanza da dove ero caduta qualche minuto prima. Ero tornata a casa, bagnata e infangata, ma incolume. Dall’altra parte della stanza c’era Kevin immobile a fissare il punto dov’ero prima. Da quanto tempo era lì?
«Kevin?»
Si voltò a guardarmi.
«Che cavolo… come hai fatto ad arrivare laggiù?», mormorò.
«Non lo so».
«Dana, sei…» Si avvicinò, mi toccò esitante come se temesse che non fossi reale. Poi mi afferrò per le spalle e mi strinse forte. «Cos’è successo?»
Cercai di alzarmi per allentare la presa, ma non mi lasciava. Si inginocchiò di fianco a me.
«Dimmi!», mi ordinò.
«Lo farei se sapessi cosa dire. Smettila, mi fai male». Mi lasciò andare finalmente, mi fissò come se mi avesse riconosciuta solo in quel momento. «Stai bene?»
«No». Chinai il capo e chiusi gli occhi per un attimo. Tremavo di paura, un terrore residuale che mi risucchiava tutte le forze. Mi raggomitolai su me stessa, cercando di non muovermi. La minaccia era sparita, ma riuscivo a malapena a non battere i denti.
Kevin si alzò e sparì un istante, tornò con un grosso asciugamano che mi avvolse intorno alle spalle. Era un sollievo, e me lo strinsi più forte. Mi facevano male la schiena e le spalle, lì dove la madre di Rufus aveva battuto con i pugni. Mi aveva colpita più forte di quanto pensassi e Kevin non era stato d’aiuto.
Ci mettemmo a sedere tutti e due sul pavimento, io avvolta nell’asciugamano, Kevin che mi cingeva con il braccio, rassicurante per il semplice fatto di essere lì. Dopo un po’ smisi di tremare.
«Adesso raccontami», disse Kevin.
«Cosa?»
«Tutto. Cosa ti è successo? Come hai fatto a… a spostarti in quel modo?»
Rimasi muta, cercai di raccogliere i pensieri, mi rividi il fucile puntato in faccia. Non avevo mai provato tanta paura in tutta la mia vita, non mi ero mai sentita così vicina alla morte.
«Dana». Kevin parlava con dolcezza. Il suono della sua voce sembrava creare distanza tra me e il ricordo. E però…
«Non so cosa dirti», risposi. «È tutto assurdo».
«Spiegami perché sei così bagnata», mi disse. «Comincia da questo».
D’accordo. «C’era un fiume», cominciai. «Un bosco e un fiume che lo attraversava, e c’era un bambino che stava affogando. L’ho salvato. Ecco perché sono bagnata». Esitai, cercando di ragionare, di dare un senso. Non che l’accaduto avesse senso, ma almeno potevo tentare di imporre una coerenza al racconto.
Guardai Kevin, vidi che si sforzava di mantenere un’espressione neutra. Restò in attesa. In maniera più composta, ricominciai dall’inizio, dal primo capogiro, gli offrii i miei ricordi, provai a rivivere tutto nel dettaglio. Mi tornarono alla mente perfino cose che non mi ero accorta di aver notato. Gli alberi più vicini, per esempio, erano pini, alti e dritti, i rami e gli aghi addensati in cima. Avevo registrato tutto questo nell’istante prima di vedere Rufus. E mi ricordai anche qualche dettaglio in più sulla madre di Rufus, i suoi vestiti ad esempio. Portava un lungo abito scuro che la copriva dal collo ai piedi. Una cosa ridicola da indossare lungo la sponda fangosa di un fiume. E aveva un certo accento, un accento del Sud. E poi ecco apparire l’indimenticabile fucile, lungo e funesto.
Kevin mi ascoltò senza interrompere. Quando finii prese un lembo dell’asciugamano e mi pulì un po’di fango dalla gamba. «Questa roba da qualche parte deve pur venire», disse.
«Non mi credi?»
Fissò il fango per un momento, poi mi guardò negli occhi. «Lo sai per quanto tempo sei sparita?»
«Qualche minuto, non molto».
«Qualche secondo. Non saranno stati più di dieci o quindici secondi tra quando sei sparita e quando mi hai chiamato».
«Oddio…» Ero incredula. «Non è possibile che sia accaduto tutto in pochi secondi».
Kevin non replicò.
«Ma era tutto reale! Ero lì!» Mi trattenni, feci un respiro profondo e mi calmai. «D’accordo, se mi raccontassi una storia del genere probabilmente neanche io ti crederei, ma come hai detto tu, questo fango da qualche parte deve venire».
«Esatto».
«Senti, che cosa hai visto tu? Cosa pensi che sia successo?». Scosse il capo, un po’ contrariato. «Sei sparita». Sembrava che dovesse forzare le parole a uscire. «Eri qui… a pochi centimetri dalla mia mano. Poi, all’improvviso, non c’eri più. Non ci potevo credere. Mi sono paralizzato. E poi sei riapparsa, ma dall’altra parte della stanza».
«Ci credi adesso?»
Era titubante. «È successo, l’ho visto. Sei sparita e riapparsa. È un dato di fatto».
«Sono riapparsa bagnata, infangata e spaventata a morte».
«Sì».
«E so cosa ho visto e cosa mi è successo. Anche questo è un dato di fatto. Non più folle del tuo».
«Che devo pensare?»
«Dubito che conti granché quello che pensiamo noi». «In che senso?»
«Be’… posto che qualcosa è successo, se dovesse riaccadere?»
«No. No, non penso…»
«Ma che ne sai!» Stavo cominciando a tremare di nuovo. «Qualunque cosa sia stata, una volta basta e avanza! Ho rischiato di morire!»
«Stai tranquilla», disse lui. «Se vai nel panico è peggio».
Mi agitai, mi guardai intorno. «Sento che potrebbe risuccedere, tipo in qualsiasi momento. Non mi sento al sicuro qui».
«Ti stai autosuggestionando».
«No!» Mi girai per fulminarlo con lo sguardo, ma sembrava così timoroso che mi voltai di nuovo. Mi domandai risentita se fosse più preoccupato per una mia nuova sparizione o per la mia sanità mentale. Non ero così convinta che credesse alla mia storia. «Forse hai ragione», dissi. «O almeno lo spero. Magari sono come la vittima di una rapina o di uno stupro, che sopravvive ma non si sente più al sicuro». Ebbi un fremito. «Non so che nome dare a quello che mi è successo, ma non mi sento più al sicuro».
Mi parlò in tono estremamente dolce. «Se succede di nuovo, ed è reale, il padre del bambino saprà di doverti essere riconoscente. Non ti farà del male».
«Come fai a dirlo! Che ne sai?» Mi alzai con difficoltà. «Che cavolo, ma lo capisco se mi assecondi come se fossi matta». Mi azzittii per dargli la possibilità di negare, ma non lo fece. «Inizio a pensare che lo stia facendo anche io».
«Cosa?»
«Non so, per quanto fosse tutto reale, e per me lo era, è come se ora stesse cominciando a svanire. Hai presente, come quando vedi una cosa in televisione, oppure la leggi, insomma quando non la vivi di persona».
«O come un… un sogno?»
Lo guardai sprezzante. «Intendi un’allucinazione». «Ok».
«No! Ecco, ho capito che sto facendo. Sto cercando di
rimuovere perché mi fa paura, ma era tutto reale». «Allora, sì, cerca di rimuovere». Si alzò e mi tolse l’asciugamano infangato. «Reale o meno, mi sembra la cosa migliore che puoi fare. Non pensarci».

© Octavia E. Butler, 1979
Published by arrangement with The Italian Literary Agency and Writers House
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