Il long read di questa settimana è tratto da "Si può fare! Per una nuova economia globale fondata sul commercio etico" di Christian Felber (Aboca Edizioni, 2020). In questo saggio il professor Christian Felber, docente universitario di Salisburgo, prova a dimostrare che esiste una terza via, quella del Capitalismo etico.

Christian Felber
Si può fare!
Per una nuova economia globale fondata sul commercio etico

Traduzione di Gloria Cecchini
(Aboca Edizioni, 2020)
pagine 264 euro 20

Il libero mercato in grado di soddisfare la domanda e l’offerta con le sue rigide leggi o in alternativa il protezionismo, con i dazi a garanzia dei propri prodotti e alla fine di un sistema economico nazionale. Sembra che non ci siano scelte, in un sistema economico globalizzato che spinge a movimentare grandi volumi di merci, schiaccia i produttori più piccoli, mettendo in scacco intere aree economiche meno industrializzate e sviluppate, sacrificate sull’altare del Capitalismo. In questo saggio il professor Christian Felber, docente universitario di Salisburgo, prova a dimostrare che esisterebbe anche una terza via, quella del Capitalismo Etico, se si volesse. Dopo aver fondato Attac Austria, l’Associazione per la Tassazione delle Transazioni Finanziarie e per l’Aiuto ai Cittadini il professor Felber è noto anche per aver fondato il movimento Internazionale dell’Economia del Bene Comune. Al centro dei suoi studi che si focalizzano in questo saggio, c’è l’idea che solo gli Stati che rispecchiano i diritti umani e dei lavoratori, il cambiamento climatico, tutti gli accordi Onu spesso disattesi e cercano inoltre di ridurre il divario tra Paesi ricchi e Paesi poveri, possano commercializzare più facilmente tra loro, con un nuovo modello di leggi che li metta in condizioni di essere protetti dai Paesi a Capitalismo selvaggio: quelli più industrializzati, evoluti ma anche dediti solo al profitto. Certo una tesi non facile da applicare. Ma i cui principi rigorosi potrebbero essere di aiuto per accorciare il divario tra Nord e Sud del mondo, che si va sempre più allargando in modo esponenziale. Fabio Poletti

Per gentile concessione dell’autore Christian Felber e dell’editore Aboca pubblichiamo un estratto del libro Si può fare!.

Critica 6: il libero commercio tra  disuguali aumenta la disuguaglianza

Se il progetto di una oculata ripartizione dei vantaggi comparati non si realizza, possono sorgere, come abbiamo già sottolineato, disequilibri pericolosi e si può perfino arrivare a una situazione di commercio l’uno contro l’altro. Alcune “persone” considerano addirittura sportivo non condividere i loro vantaggi comparati, e puntare invece al titolo di campione mondiale di esportazioni. Il libero commercio può causare danni enormi quando paesi altamente industrializzati si mettono a commerciare in regime di libero scambio con i paesi poveri. Con il pretesto del libero commercio, i paesi industrializzati ricorrono a vari trucchi per prolungare il loro mercantilismo:
– impongono il principio di reciprocità (“non discriminazione”), con la conseguenza che paesi disuguali vengono trattati allo stesso modo e si vedono costretti a ridurre la protezione doganale allo stesso ritmo dei paesi industrializzati;
– nondimeno, i paesi industrializzati continuano a gravare le importazioni provenienti dai paesi in via di sviluppo con dazi da tre a quattro volte superiori rispetto alle importazioni provenienti dai paesi industrializzati. (nota 84) Il CETA e il TTIP costituirebbero un ulteriore passo in questa direzione sbagliata;
– spingono la specializzazione dei paesi poveri verso l’esportazione di materie prime, il che fa aumentare il divario tecnologico e di conseguenza il divario nello sviluppo;
– applicano dazi più alti ai prodotti finiti rispetto alle materie prime (“progressione daziaria”), il che ostacola un maggiore sviluppo industriale;
– allo stesso tempo, la maggior parte delle multinazionali di materie prime sono nelle mani del Nord (Canada, Australia), per cui questi vantaggi vanno a finire anch’essi al Nord;
– predicano l’esportazione come strategia di sviluppo prioritaria, focalizzando l’attenzione della politica economica sulle esportazioni di materie prime e distogliendola invece dall’organizzazione di una produzione di base diversificata in manifattura, commercio, industria sostenibile e agricoltura;
– li tengono prigionieri nella trappola del debito che aumenta la pressione per le esportazioni nel settore delle materie prime;
– fomentano la concorrenza Sud-Sud, che inibisce il suo effetto sullo sviluppo e spinge al ribasso i prezzi delle materie prime, a vantaggio dei paesi altamente consumistici del Nord;
– tutelano i propri settori produttivi con vantaggi assoluti e relativi (ad esempio il mais o il cotone negli Stati Uniti) non solo con misure protezionistiche, ma anche con un’aggressiva politica di sovvenzioni alle esportazioni, il che trasforma in una farsa ogni dichiarazione di libero commercio;
– riempiono l’agenda della WTO di temi estranei al commercio, come la tutela dei diritti di proprietà intellettuale, la protezione degli investimenti, la contrattazione pubblica e le prestazioni di servizi all’estero, che vanno a vantaggio esclusivamente dei paesi ricchi;
– hanno ottenuto che nella WTO debba sempre essere approvato il pacchetto completo di tutti i temi all’ordine del giorno, cosa che esercita una enorme pressione sui paesi poveri affinché si aprano in molti settori ben al di là di quanto sia per essi vantaggioso.
Il commercio reciproco tra disuguali, o appunto il libero commercio, fa sì che i paesi con un basso livello di sviluppo, che entrano sulla scena del mercato mondiale – o che devono forzatamente aprirsi a esso (per ridurre il pesante indebitamento) – proprio per questo arretrino ulteriormente. Molti paesi del Sud dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina sono diventati più poveri con l’apertura al mercato e al libero commercio.
Qualche esempio:
– tra il 1960 e il 1962 il reddito pro capite dei 20 paesi più ricchi era 54 volte più alto di quello dei 20 paesi più poveri; tra il 2000 e il 2002 era già di 122 volte più alto; (nota 85)
– tra il 1980 e il 1997 il reddito pro capite di 59 paesi è precipitato; (nota 86)
– in diversi paesi il libero commercio ha condotto alla deindustrializzazione: l’Argentina ci ha rimesso la sua industria meccanica, nella Costa d’Avorio sono collassate l’industria chimica, delle calzature e delle componenti automobilistiche. In Kenya i posti di lavoro nell’industria tessile si sono ridotti da 120.000 a 85.000;
– anche molti piccoli commercianti e artigiani sono stati falciati dal libero commercio. In Zambia l’occupazione nel settore manifatturiero si è ridotta del 40%, in Ghana di quasi due terzi; (nota 87)
– i piccoli possidenti vengono spazzati via: in Messico, dopo l’adesione al NAFTA, 1,3 milioni di agricoltori hanno abbandonato l’attività, in Kenya la produzione di cotone è calata da 70.000 a 20.000 balle. In Senegal la produzione di pomodori è scesa da 73.000 a 20.000 tonnellate;
– la dipendenza dei paesi in via di sviluppo dalle importazioni di generi alimentari è in aumento: negli anni settanta del secolo scorso essi importavano soltanto il 4% dei cereali che consumavano, nel 2000 la percentuale era già salita al 10%, e per il 2030 si prevede che raggiunga il 14%; (nota 88)
– il gruppo dei paesi meno sviluppati (LDC, Least Developed Countries, in italiano PMA, Paesi meno avanzati) è raddoppiato dall’inizio della sua definizione, passando da 25 a 48 membri. Soltanto quattro paesi – Botswana, Capo Verde, Maldive e Samoa – sono riusciti a uscire dalla lista; (nota 89)
– il “peccato originale” della deindustrializzazione mirata si è verificato in India, quando il paese era ancora una colonia britannica e la Gran Bretagna eliminò a proprio vantaggio la protezione doganale per gli stabilimenti tessili indiani del cotone. Nel giro di poco tempo l’industria tessile e quella dell’acciaio in India divennero cose del passato. (nota 90)
Conclusione: fondamentalmente il commercio “reciproco” è possibile solo tra partner alla pari da un punto di vista economico. Tutte le moderne Costituzioni proibiscono l’uguale trattamento di disuguali. La “non discriminazione”, nel gergo della WTO, è cinica, perché ciò che è differente (paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo; grandi gruppi internazionali e piccole e medie imprese locali; multinazionali dell’industria agroalimentare e piccoli agricoltori) non può essere trattato in modo indifferenziato. Peraltro, il GATT prevede sin dal 1979 lo strumento “del trattamento speciale e differenziato” (SDT, Special and Differential Treatment) dei paesi in via di sviluppo, benché questa misura non abbia avuto quasi effetto. Tutto sommato, le perdite di entrate che i paesi ricchi infliggono ai paesi poveri attraverso le barriere commerciali sono tre volte tanto gli aiuti complessivi che forniscono loro per lo sviluppo. (nota 91) È per questo che Vandana Shiva definisce il libero commercio una forma di protezionismo: “Il libero commercio non è antiprotezionismo. È il protezionismo dei potenti”. (nota 92)

(nota 84) UNDP, World Development Report 2005, cit., p. 127.
(nota 85) ILO, Eine faire Globalisierung. Chancen für alle schaffen, Rapporto della Commissione mondiale sulla dimensione sociale della globalizzazione, Genf 2004 (versione italiana Globalizzazione equa. Creare opportunità per tutti), p. 41.
(nota 86) UNDP, World Development Report 1999, New York, p. 31.
(nota 87) C. Aid, The Economics of Failure. The Real Cost of “Free” Trade for Poor Countries, London, giugno 2005, pp. 6-7.
(nota 88) Wuppertal Institut, op. cit., p. 104.
(nota 89) United Nations, Handbook on the Least Developed Country Category: Inclusion,
Graduation and Special Support Measures, a cura del Comitato per le politiche di sviluppo e del Dipartimento degli affari economici e sociali dell’ONU, 2a ed.,
New York 2015, pp. 9-10.
(nota 90) P. Bairoch, Economics and World History – Myths and Paradoxes, The University of Chicago Press, Chicago 1993 (trad. it. Economia e storia mondiale. I miti e i paradossi delle leggi dell’economia in un saggio polemico e provocatorio, Garzanti, Milano 1996, p. 116).
(nota 91) J. Stiglitz, La globalizzazione che funziona, cit., p. 109.
(nota 92) P. Herman, R. Kuper, Food for Thought: Towards a Future for Farming, Pluto Press, London 2003, p. XIII.

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