Il long read di questa settimana è tratto da "A morte i razzisti" di Alessandro Ghebreigziabiher. Malick Ferrara un bel giorno decide che è venuta l’ora di dire basta. E uccide un razzista. Poi non si ferma più.

Alessandro Ghebreigziabiher
A morte i razzisti
2020 Oakmond Publishing
pagine 220 euro 12,50

Che la citazione all’inizio del libro sia di Patrick Bateman, tratta da American Psicho di Brest Eston Ellis, è quasi un indizio del libro esplosivo che avete tra le mani. Malick Ferrara è un giovane afro di 20 anni. Il colore della pelle lo ha marchiato sin da bambino. Un bel giorno decide che è venuta l’ora di dire basta. E uccide un razzista. Poi non si ferma più. Fine di quanto si possa scrivere di questo romanzo dalla scrittura asciutta e graffiante. Che coniuga il lato buono del Giustiziere della notte, con quell’idea di rivalsa irrefrenabile di fronte alle ingiustizie, con le pulsioni omicide di Charlie Chaplin in Monsieur Verdoux, che sorseggiando un bicchiere di rum – non lo aveva mai assaggiato, è il suo primo rum, l’ultimo prima di andare al patibolo – si autoassolve dai numerosi omicidi commessi: «Non vedo perché io dovrei essere condannato per aver ucciso qualche vedova quando lo Stato ne crea migliaia ogni giorno». Secco come una fucilata, ad ogni omicidio di Malick Ferrara ne condividiamo la motivazione. Allo scrittore Alessandro Ghebreigziabiher, napoletano ma di padre eritreo, attore oltre che scrittore, va riconosciuto il merito e la fatica di un romanzo magari poco politicamente corretto, ma che ci fa condividere gli incubi quotidiani, prima che i sogni, di chi ha diverso solo il colore della pelle e per questo ne paga un prezzo altissimo ogni giorno. Fabio Poletti

Per gentile concessione dell’autore Alessandro Ghebreigziabiher e dell’editore Oakmond Publishing pubblichiamo un estratto del libro A morte i razzisti.

È mattino presto.
Sono seduto in un vagone della metropolitana. Ho trovato posto subito, appena salito a bordo del treno.
Come spesso mi capita, tutti i sedili sono occupati, tranne quello accanto al mio. È un caso, direte, non c’è alcunché di personale, può succedere a tutti.
Sì, certo, come no, continuate a blaterare. Il motivo è uno solo. Nessuno si è ancora accomodato vicino al sottoscritto perché io sono un ragazzone di un metro e novanta, tutto muscoli e rabbia, per quanto camuffati sotto una figura rotonda, conseguenza di qualche merendina di troppo, ma un ragazzone negro, già, s’è detto, non dimenticatelo, perché io non lo farò. Magari potessi, non mi è concesso, quindi devo ricordarlo e me lo sono anche fatto piacere, sapete?
Ho gli occhiali scuri, li porto sempre, anche al chiuso, e dietro le lenti osservo gli altri, voi. Non loro, certo, quelli come me, che sono gli altri per voi. No, io guardo voi che guardate me, leggo ciò che pensate, registro le conclusioni che traete, percepisco il vostro disprezzo, accolgo senza timore la vostra intolleranza, e ne faccio carburante per la mia collera.
Oggi è il giorno giusto, perché è vicino il momento in cui renderò pan per focaccia.
Difatti, a pochi metri da me, nella serie di sedute accanto a quella in cui mi trovo, va in onda una scena già vista, degna al massimo della viralità di un giorno su Youtube, rapita dal video intitolato aggressione razzista in metropolitana, con i commenti sotto che riescono a risultare perfino più vergognosi dell’atto in sé.
Un tizio pelato, col giubbotto tipo bomber nero e attillato, nel vano scopo di sembrare più minaccioso del solito, si avvicina a uno di quegli omini del Bangladesh. Li avete presenti? Mi riferisco a quei tipi dal fare gentile che il più delle volte incontriamo nei negozi con tutto a poco prezzo, altrettanto spesso di proprietà di italianissimi signori dalla pancia prominente e immancabili nel venire a riscuotere l’incasso.
Lo straniero di turno è reo di essersi seduto evitando di farsi superare illecitamente dall’ennesimo bullo con il cranio rasato. Quest’ultimo è un uomo fatto, sarà sui quaranta, e non è solo, poiché altre teste a boccia gli sono subito accanto a dargli man forte.
Al contrario, l’imminente vittima dai capelli scuri come la classica pece e la carnagione dal colore sfavorevole è poco più di un ragazzo, e molto più basso dei suoi nemici.
In breve, l’energumeno lo apostrofa insultandolo fin da subito, invitandolo ad alzarsi immediatamente. Dato che il giovane malcapitato ha orgoglio da vendere, osa replicare alzando la voce rimanendo comunque seduto.
In pochi secondi, sotto gli occhi attenti quanto indifferenti dei presenti, il pelato afferra il cosiddetto immigrato per il bavero della giacca e lo solleva dal posto, per poi scaraventarlo in terra e dargli un calcio in faccia.
Ecco, mi sono detto, finalmente l’occasione per finirla una volta per tutte.
Mi alzo di scatto e con il sangue che rapido irrora tanto la testa quanto gli occhi muovo verso il vile farabutto.
Non se l’aspetta, non mi vede arrivare, perché è fuori copione e per questo godo come un matto nell’essere autore e protagonista principale di ciò che sta per accadere.
Nell’attimo esatto in cui volta il capo e incrocia il mio sguardo colpisco il suo viso con un destro terribile dritto al naso.
Chi parla per esperienza, sa perfettamente che i pugni in faccia, soprattutto con le nude nocchie a far d’ariete, non sono affatto innocui come nei film, dove le persone si picchiano per svariati minuti, anche più volte per tutto il lungometraggio come se nulla fosse.
Con un pugno in faccia puoi morire. Con un pugno in faccia puoi uccidere. Ebbene, con un pugno in faccia ho ammazzato il mio primo razzista.

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