Un passo avanti per i medici stranieri e senza cittadinanza è stato fatto, ma non basta. Ci sono volute diverse ondate della pandemia con tutte le sue varianti per arrivare finalmente a vedere una delibera che apre le porte del sistema sanitario ai medici di origini straniere con il permesso di soggiorno per partecipare (anche) all’assistenza dei pazienti malati di Covid. Alleluia. NRW recentemente ha affrontato di nuovo il tema, cruciale, in uno dei suoi workshop dedicati alla diversity leadership all’università di Parma  ma sin dalla nascita del nostro progetto abbiamo portato avanti una campagna mediatica per favorire l’ingresso di medici con background migratorio rimasti ai margini, nelle strutture private con impieghi precari per ragioni burocratiche e chiusure inspiegabili (ma la cecità della burocrazia è sempre stata incomprensibile, ancora di più se riguarda i fenomeni migratori). E infatti durante la prima ondata del Covid, quando sono arrivate brigate di medici dall’estero, ci siamo chiesti più volte perché mai siano stati ignorati i professionisti che erano già arrivati nel nostro Paese per studiare nelle nostre università. Foad Aodi, presidente di Amsi, l’Associazione dei medici di origine straniere in Italia, non ha mai smesso di fare appelli, lavorare ai fianchi di politici e figure istituzionali per chiedere di applicare o modificare le leggi vigenti affinché il sistema sanitario, messo a dura prova dall’emergenza sanitaria e dalla carenza di organico, diventasse più inclusivo.

Si tratta di risorse che sono necessarie ma non solo. I medici di origine straniera sono anche interpreti dei cambiamenti demografici e multiculturali  che si vedono anche in corsia fra chi assiste e chi viene viene assistito

Un passo avanti per i medici stranieri e senza cittadinanza è stato fatto, ma non basta. «Ci siamo confrontati con l’assessore  alla Sanità Alessio D’Amato che ha mostrato grande disponibilità e responsabilità per arrivare ad una delibera utile per tutti. Spero che adesso si arrivi ad un inserimento nel Deceto milleproroghe e a una legge nazionale», ha osservato Foad Aodi. La delibera della Regione Lazio ha recepito pochi giorni fa una norma del Decreto Cura Italia che prevede reclutamenti temporanei del personale medico anche fra cittadini extra Ue, iscritti agli ordini professionali. Inoltre esistono già leggi esistenti che prevedono l’accesso di cittadini di Paesi Terzi nell’amministrazione pubblica. Perciò Foad Aodi ha proposto che il ministero della Salute si incarichi dell’applicazione di queste norme e di vigilare sull’accesso ai concorsi pubblici nelle Regioni e Province autonome che fino ad ora, nonostante la carenza di organico, hanno ignorato l’articolo 13 del Cura Italia.

Ora bisogna fare un passo più lungo che guardi oltre le norme transitorie. E cominciare a pensare a una legge strutturata che faccia i conti con la crescita degli operatori sanitari nel nostro Paese, perché parliamo di oltre 77mila operatori sanitari di cui 22mila medici e 38mila infermieri: solo il 10 per cento riesce a lavorare nel sistema sanitario nazionale mentre la maggior parte, circa il 65 per cento, non ha ancora la cittadinanza italiana. Grazie, Regione Lazio. Oltre alle norme, si deve recepire il cambiamento costruttivo della nostra società. Un passo avanti per i medici stranieri e senza cittadinanza è stato fatto, ma non basta. Ora apriamo le porte a tutti i professionisti arrivati nel nostro Paese per diventare medici che vogliono lavorare per rafforzare la sanità italiana. Che legge sia, senza poi trovare l’inganno per aggirarla.