Noi non ripartiamo da Zero. E vogliamo valorizzare la diversity. Ehi bro, che ne dite? Finalmente è arrivata l’attesa serie di Netflix, interpretata da un cast di afroitaliani, che parla alla generazione Z di periferie, amicizia, amore, conflitti e riscatto. Insomma temi e valori universali. Aspirando a rappresentare l’Italia che cambia fuori dagli stereotipi, ne ripropone però alcuni. E non solo sugli italiani di origini straniere, anche sulle periferie e sull’Italia che vuole raccontare. Ma vi lascio il tempo di guardare i primi episodi senza spoiler perché domani pubblicheremo altri articoli che entreranno nel dettaglio, con mini recensioni fatte da persone che quella serie vuole rappresentare. Cioè l’Italia che sta cambiando velocemente e ora chiede maggior inclusione, rappresentazione, visibilità. Indipendentemente dal giudizio sulla serie, Zero potrebbe fare la differenza. E segnare il cambiamento verso un’Italia davvero plurale, mosaico di culture, talenti emergenti con doppie radici da valorizzare, come facciamo noi quotidianamente.

Basta vedere i molti plausi di tanti giovanissimi di origini straniere che sembrano considerare gli attori protagonisti davvero dei supereroi. Fonte d’ispirazione, capaci di spingere altri attori con più radici a non sentirsi più soli in una stanza. E infatti i protagonisti sono finiti sui giornali per parlare della condizione delle seconde generazioni, razzismo, stereotipi, discriminazioni. Non di periferie o di generazione Z

Durante la presentazione della serie, alla conferenza stampa, l’autore del libro a cui è ispirata la serie, Antonio Dikele Distefano, ha parlato del cambiamento che deve portare alla normalità. E allora spero che la seconda serie dopo Zero rappresenti davvero l’Italia multiculturale, non solo quella degli afroitaliani. Sì, perché le terze generazioni – quelle per cui la diversità è un fatto normale, quelle che cominciano a vedersi in alcune città mescolate e non più divise per comunità di appartenenza – possano crescere senza più timore di essere gli unici nella stanza. Senza dover fare tuffi tripli e carpiati per raggiungere in tempo i propri sogni. Senza più essere esclusi dalla politica, dalle istituzioni, dalla possibilità di decidere le sorti del loro Paese ed entrare nella stanza dei bottoni, infrangendo il soffitto di cristallo. Senza timore di essere capro espiatorio e bersaglio delle frustrazioni degli italiani da moltissime generazioni, senza più dover attendere anni per diventare cittadini italiani anche sulla carta.

Perché la normalità dell’Italia multiculturale sarà tale quando paradossalmente non ci sarà bisogno di un impegno come il nostro, fatigante e al contempo entusiasmante, per formare talenti con background migratorio, ribaltare gli stereotipi e raccontare le viscere dell’Italia che sta cambiando

Senza diluire l’identità con molte radici perché spesso si rivela un motore turbo che porta innovazione, visioni, prospettive più ampie. Insomma, in una parola, futuro. Per questo motivo scriviamo: Noi non ripartiamo da Zero. E vogliamo valorizzare la diversity. Ehi bro, che ne dite?

 

Ora però vorrei fare un breve omaggio a Francesco Mastro che ci ha aiutato a costruire la nostra testata, offrendoci supporto tecnico e creativo, oltre che suggerimenti espressi con una schiettezza disarmante. E con un fattivo entusiasmo per le ragioni che potete leggere in questo articolo: ArteficeGroup e NRW: la brand reputation che sfida gli stereotipi. Cisco, così lo chiamavamo tutti, era una persona umile, come tutte le persone che hanno ricevuto il dono dell’intuizione e sanno realizzare le proprie visioni. E non voleva mai apparire, mettersi in mostra. Sebbene sia stato un visionario che ha saputo costruire tante, persino troppe cose. Era uno dei fondatori di ArteficeGroup che oggi, giovedì 22 aprile, dedicherà un giorno di lutto alla sua prematura e improvvisa scomparsa. Aveva un cervello fino e un cuore grande. Sabato scorso se ne è andato e vogliamo ricordarlo con un’immagine che rappresentava la sua scanzonata ironia. Senza troppe parole, che non avrebbe gradito perché era un uomo che preferiva fare più che far parlare di sé.

 

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Rassegna stampa di NRW

Notizie che fanno cautamente sperare in un cambiamento. Tre volte colpevole, così si sono espressi la giuria popolare e il giudice Peter Cahill. E ora Joe Biden pensa a una legge di riforma della polizia che porti il nome di George Floyd. Il commento di Sindbad il Marinaio: La sentenza storica per l’omicidio di George Floyd condanna Derek Chauvin. Con un voto storico, la maggioranza democratica fa un passo verso il risarcimento degli afroamericani discendenti degli schiavi, spingendosi dove neanche Obama era arrivato. Ne ha scritto Elisa Mariani:USA: Una commissione per risarcire gli afroamericani figli della schiavitù. Notizie sull’Italia che cambia. La nuova serie che tutti aspettavamo è in streaming dal 21 aprile. Il primo di una serie di articoli su Zero è stato scritto da Iara Heidempergher: Si riparte da Zero, la nuova serie italiana targata Netflix. Storie dall’Italia che è cambiata troppo poco, raccontate da Mariarosa Porcelli: Duo in fuga. Il melting pot dei Technoir non è un algoritmo di Spotify. Parole che servono a capire. Il concorso letterario, giunto alla sua sedicesima edizione, raccoglie racconti al femminile che guardano lontano e premia quest’anno l’argentina Natalia Marraffini: Lingua Madre: storie di donne, di migrazione e di nuove identità. E libri da leggere, come sempre nella rubrica di Fabio Poletti: il long read di questa settimana è tratto da Semi di tè di Lala Hu, un racconto di protagonisti reali su cosa voglia dire essere cinesi in Italia ai tempi del Covid.

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