Al FjalaFest, la festa della parola, che si è tenuto nello scorso weekend nel centro multiculturale di Slow Mill, ho imparato una sfilza di cose. E non solo letterarie. In Italia, nelle nuove generazioni di albanesi sono cresciute tantissime eccellenze. Ho incontrato ricercatori, avvocati, scrittori, manager, comunicatori, editori. Giovani e meno giovani che amano l’Italia più di quanto l’amiamo noi e non solo perché abbiano visto la televisione di dubbia qualità come si è sempre detto durante e dopo il caotico flusso migratorio degli anni 90. Come ha detto un brillante scrittore e avvocato, Darien Levani, la narrazione migratoria che ancora insegue gli albanesi si è esaurita da tempo. Ora gli albanesi sono cittadini italiani che rappresentano un ponte fra due Paesi: alcuni temendo di essere troppo assimilati e di perdere le proprie radici, altri in armonia con la propria doppia identità. Capaci di vedere nell’Italia tutte le sfumature che noi non percepiamo e sempre in balia dei conti mai fatti con il loro Paese d’origine che, dopo la fine del regime di Enver Hoxha, ha creato una libertà troppo imperfetta per essere apprezzata (a meno di essere turisti).

 

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Lo sapevate che in Italia ci sono 230 scrittori italofoni (autori di origine albanese che vivono in Italia), 184 scrittori tradotti e pubblicati in italiano, 61 scrittori arbëreshë e 248 scrittori italiani che hanno scritto sull’Albania? Tutti censiti dal blog Albania Letteraria che ha organizzato con Slow Mill e altri partner una festa della letteratura e anche del riscatto degli albanesi dai cliché, grazie all’indefesso lavoro della sua direttrice artistica Anna Lattanzi.

Durante la kermesse ho conosciuto autori poliedrici, fra cui Ylljet Aliçka:diplomatico, insegnante, sceneggiatore del film Slogans, diretto da Gjergj Xhuvani, vincitore del premio della critica giovanile al Festival di Cannes 2001 e il Golden Prize all’International Film Festival di Tokyo 2001. Ha creato anche una fondazione dedicata a Fabrizio De Andrè.

Il suo ultimo romanzo, Metamorfosi di una capitale, racconta il travaglio sociale dell’Albania e al Festival si è distinto, come la la maggior parte degli autori e delle autrici, per la sua sottile ironia

Al FjalaFest ho incontrato tantissimi autori e autrici di diverse generazioni di grande spessore che hanno un problema comune: la mancanza quantitativa e qualitativa di traduttori e traduttrici che permettano a noi italiani di conoscere meglio la letteratura albanese. Per questo motivo è stato deciso di dare il Premio alla traduzione a Giovanna Nanci. NRW è stato media partner del festival e ho moderato questo ultimo panel su un tema annoso per l’editoria albanese perché mancano traduttori che facciano conoscere la letteratura del Paese delle Aquile in Italia. Il Premio alla traduzione è stato infatti pensato per incoraggiare il mestiere fondamentale di chi deve interpretare un testo albanese e immergersi in un contesto che non si trova nei dizionari. Ed è stato assegnato a Giovanna Nanci per la traduzione italiana del romanzo Il dittatore in croce.

Al FjalaFest si è dibattuto molto di questo annoso problema che affligge da sempre tutta la letteratura ed è sentito ancora di più in Albania. Giovanna Nanci ha spiegato che ci vuole una maggior critica della traduzione, argomento su cui ha fatto il suo dottorato. E cioè imparare a riconoscere l’incongruenza dei termini che possono stravolgere un testo. Il Premio per la traduzione è stato assegnato da una giuria diretta dal docente e saggista Matteo Mandalà che ci ha raccontato con semplicità tanti misteri della letteratura albanese.

In un’intervista rilasciata ad Anna Lattanzi, Giovanna Nanci ha ricordato un aneddoto che spiega bene le difficoltà di una traduttore di testi albanesi

Mentre traducevo il romanzo di Ylljet Aliçka, Valsi i lumturisë  (Il sogno italiano) mi spiegava alcuni termini ed espressioni relativi alla vita del popolo albanese sotto il regime comunista, di cui non trovavo riscontro nei dizionari. Uno su tutti: kanaçe, la lattina di alluminio usata per ricevere di nascosto il segnale della televisione italiana

Alla fine del FjalaFest ci hanno raccontato molti aneddoti divertenti, come quello sul termine umiltà che nella lingua albanese in teoria non esiste. “Esiste ma non si usa”, ha ironizzato Matteo Mandalà che è professore ordinario all’università di Palermo. Di origini arbëreshë, è considerato un raffinato albanologo.

Si è trattato di un evento, il primo in Italia, che ha messo insieme autori e autrici sia italofoni sia albanesi che meritano di essere divulgati e conosciuti per comprendere cosa succede nel Paese delle Aquile. Un Paese di cui generalmente si parla solo per tre argomenti: la dittatura comunista, la fuga verso le coste pugliesi, la criminalità (e ora anche per i centri finanziati dal Governo Meloni di cui per ora non c’è traccia per espellere un pugno di migranti). Mi auguro che FjalaFest torni presto e che il pubblico italiano possa conoscere meglio la vena letteraria dei nostri vicini albanesi e anche le migliori menti delle nuove generazioni.