Editoriale NuoveRadici.world

Dopo il patto di Malta, che non ha rimesso in discussione gli accordi con la Libia, ho voluto rileggere il Memorandum siglato a Roma il 2 febbraio 2017 dal presidente del Consiglio Presidenziale libico Fayez Mustafa Serraj e dall’ex presidente del Consiglio dei ministri Paolo Gentiloni.

Nel segno della continuità della violazione dei diritti umani, il nostro governo si impegna a una «formazione del personale libico all’interno dei centri di accoglienza summenzionati per far fronte alle condizioni dei migranti illegali (…). In modo che possano contribuire all’individuazione dei metodi più adeguati per affrontare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e la tratta degli esseri umani». E ancora: «Sottolineando l’importanza del controllo e della sicurezza dei confini libici, terrestri e marittimi, per garantire la riduzione dei flussi migratori illegali, la lotta contro il traffico di esseri umani e il contrabbando di carburante, e sottolineando altresì l’importanza di usufruire dell’esperienza delle istituzioni coinvolte nella lotta contro l’immigrazione clandestina e il controllo dei confini».

In questa vaghezza pilatesca, ci sta tutto quello a cui assistiamo da anni senza riuscire ad intervenire: violenze, stupri e schiavitù. Quindi mi pare che, rispetto alla guida del Viminale del leader della Lega, sia cambiata più che altro la narrazione, oltre ai toni che erano drammatici e molto dannosi, per carità. Ma c’è sempre un però. E però, come ci ha spiegato in un’intervista Gianfranco Schiavone di Asgi: «Sul piano etico, giuridico e politico, è inaccettabile continuare su questa strada. Nonostante le prove fornite non solo da agenzie internazionali e da inchieste giornalistiche internazionali, ma persino accertate nelle sedi giudiziarie italiane, che ci hanno detto esattamente cosa avviene nei centri libici, continuiamo, con i fondi dei cittadini italiani ed europei, a sostenere un presunto apparato statale fatto da forze armate e di polizia quasi mai distinguibili da milizie e trafficanti affinché gestiscano i migranti». Morale, fra il dire che le politiche ipotizzate a Malta siano davvero all’insegna della discontinuità e farle c’è di mezzo letteralmente un mare di dubbi. 

Voglio però dedicare l’editoriale di questa settimana anche a una vicenda scabrosa su cui è impossibile chiudere gli occhi perché accade ai nostri confini orientali.

Da qualche settimana una coppia di attivisti ci stanno raccontando l’odissea dei migranti che scelgono la rotta balcanica. Come Khobeib, che si faceva chiamare anche Alì, il migrante tunisino morto pochi giorni fa in Bosnia. La sua storia ci è stata raccontata dalla psicoterapeuta Lorena Fornasir. “Non è morto solo per la necrosi ai piedi, ma per i confini che ha tentato di attraversare più e più volte”, ci ha scritto dalla Bosnia.

Chi era Khobeib? Partito dal suo Paese dopo la primavera araba, pare fosse arrivato in Italia nel 2011. Cosa è successo davvero non lo sappiamo, mancano diversi tasselli in questa storia, come accade spesso con i migranti che entrano in Europa in modo irregolare.

Lorena Fornasir ci ha raccontato: «Quando il 7 febbraio era arrivato a camp Bira di Bihac (nella parte nordoccidentale della Bosnia ed Erzegovina) le dita ormai erano nere, in necrosi. Era sabato, e fino al lunedì successivo non avrebbe ricevuto alcuna cura». Nel suo racconto, il migrante tunisino appare e scompare e poi ricomincia il “game”, come viene chiamato in gergo il passaggio del confine croato. E invece Khobeib è morto.

Questo accade ai confini orientali del nostro Paese. Potete raccontare che è iniziata una stagione riformatrice sui migranti, ma forse dopo anni siamo diventati impazienti e viene il dubbio che ci stiate prendendo per i fondelli. 

Come spiega bene in questa intervista Gianfranco Schiavone dell’Associazione Studi Giuridici sull’immigrazione, Asgi, che interpelliamo spesso. 

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Una fregaturaUn buon primo passo. Una sòlaUna svolta storicaAl mini-vertice si è tentato di modificare la gestione dei migranti che arrivano in Europa dopo essere stati soccorsi in mare. L’accordo è stato raggiunto, ma il vicepresidente dell’Associazione per gli Studi giuridici sull’immigrazione ci spiega perché le criticità sono molte (e più sostanziose) di quanto vi abbiano raccontato. Di Cristina Piotti.

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Aida Aicha Bodian, afroitaliana con origini senegalesi, ha 33 anni, quasi tutti passati in Italia. Oggi è un expat, vive a Parigi ed è una creativa impegnata su diversi fronti: consulente web marketing, digital strategist, blogger, imprenditrice, attivista. L’intervista è di Fabio Malagnini.