Il mantra di Radici però non cambia: l’integrazione garantisce più sicurezza.

Dopo l’omicidio di Pamela Mastropietro, fatta a pezzi in un ghetto dominato da nigeriani, ora ci troviamo davanti a un’altra immensa tragedia: lo stupro di branco e l’omicidio della sedicenne Desirée Mariottini in un altro buco nero, un cantiere abbandonato nel quartiere romano di San Lorenzo, dove lo spaccio della droga è gestito da pusher africani. Dopo il fermo di due senegalesi e un nigeriano, nessuno può più nascondersi: l’immigrazione irregolare, per anni non governata, è diventata un problema ingestibile. E a nulla valgono i corsi sulle pari opportunità (fatti o solo annunciati) nei grossi centri di accoglienza, alcuni diventati da anni delle polveriere sociali. Attenzione, però.

Dobbiamo affrontare questi agghiaccianti episodi di cronaca per quello che sono: il degrado delle periferie. E non ridurre tutto al problema degli sbarchi. Altrimenti la profonda indignazione per la morte di un’adolescente rischia di trasformarsi in un odio indiscriminato contro tutti gli stranieri e i nuovi italiani. «Se si chiudono i centri, o peggio li si lascia in mano alla criminalità come accade al Sud, se non si affronta il problema delle mafie straniere, se non ci si fanno politiche sociali di integrazione, sarà sempre peggio», afferma il sociologo e scrittore Leonardo Palmisano, che sta scrivendo un testo sulla mafia nigeriana in Italia e in Europa. Ma più li si lascia allo sbando e più la sicurezza diventa un problema per tutti. È arrivato il momento, non più procrastinabile, di affrontare il buco nero delle nostre banlieue, dove gli immigrati irregolari rappresentano una miccia sociale. Inoltre a subire le conseguenze del degrado non sono solo le vittime, ma, come ha riconosciuto anche il ministro dell’Interno, gli stranieri residenti e gli immigrati regolari. Anni di assenza di politiche, senza la dovuta attenzione a ciò che accadeva nel sistema di accoglienza, in cui spaccio e prostituzione sono stati tollerati, hanno contribuito ad aumentare il degrado, non solo in periferia. Tra l’altro esiste un numero di immigrati irregolari che non passano dai centri di accoglienza. Entrati in Italia, sono semplicemente svaniti. A volte nei porti accade che arrivino persone che sono state espulse più e più volte (quasi tutti maghrebini), ma questo non deve provocare generalizzazioni verso chiunque arrivi dalla Libia.

Il rigore verso chi commette reati, stupri e delitti efferati deve essere coniugato a una politica seria di integrazione sociale. Oggi piangiamo davanti alle violenze atroci subite da Desirée, ma non dovremmo permettere che l’indignazione colpisca tutti in modo indiscriminato, senza saper fare distinzioni. Espellere più migranti dai centri, o gestirli meramente come un business imprenditoriale, non servirà a metterci al riparo dalle sacche di marginalità nelle nostre banlieue, che sono luoghi invisibili in tutte le metropoli, tranne quando accadono tragedie.

 

Vado a bermi un caffè

Radici non deve inseguire il consenso, ma cambiare la percezione sugli stranieri residenti che contribuiscono a far crescere il Paese. Perciò questa settimana Giulia Parini Bruno racconta la storia di Andi Nganso, il medico che è diventato noto dopo che una paziente ha rifiutato di farsi visitare da lui perché nero. Davanti a pregiudizi e stereotipi ha imparato a rispondere con ironia, costringendo gli interlocutori a ripensare ai propri comportamenti. Sul nostro sito trovate alcuni video in cui racconta attraverso delle gag quali sono i luoghi comuni che trova più insensati.

 

L’Europa verso un nuovo rapporto con l’Africa

Un reportage di Costanza de Toma per spiegare con dati, analisi e storie come sta cambiando il rapporto fra l’Unione Europea e l’Africa, condizionato da una visione securitaria per cercare di fermare i flussi migratori.

 

Osare il ritorno: paure, dubbi e opportunità. Un vademecum scritto da chi ci ha provato

«Devono tornare a casa loro», questo mantra lo sentiamo spesso, ma non tutti sono consapevoli che molti, a casa loro, ci vogliono tornare. Ma quali sono le difficoltà del rientro? Karounga Camara è un imprenditore senegalese. Laureato in Matematica all’Università di Dakar, dopo aver insegnato qualche anno, è emigrato in Italia. Nel 2015 è tornato in Senegal e ha fondato Senita Food, un’azienda agroalimentare. E ha creato una rete che riunisce espatriati senegalesi che tornano o desiderano tornare in patria. Osare il ritorno, edito da Celid, è il suo primo libro, un vademecum per aiutare i suoi compatrioti ad affrontare le difficoltà del ritorno.

 

Dona a chi ami ali per volare, radici per tornare e motivi per rimanere

(Dalai Lama Tenzin Gyatso)