Mehret Tewolde, la manager dal cuore giallorosso (grazie anche a Eduardo De Filippo)

In Italia dal 1978, si definisce più romana che asmarina. Oggi è direttore esecutivo di Italia Africa Business Week, ma la storia della sua vita è piena di sorprese e incrocia anche quella del grande attore e regista italiano.

DiMarco Lussemburgo

Set 4, 2020

«Sono donna, sono mamma, sono over 50, sono riccia… sono etero, sono cristiana e sono, ed è l’unica cosa che conta veramente… Mehret». Chi si racconta così è Mehret Tewolde, eritrea, in Italia da quando aveva 13 anni, attivista da sempre impegnata nella difesa dei diritti umani, direttore esecutivo presso Italia Africa Business Week, fa parte del Comitato Multicultural Diversity & Inclusion

Perché proprio in Italia?

«C’era già mia madre, lavorava come collaboratrice domestica. Ha lavorato anche a casa di Edoardo De Filippo, che per me rappresenta l’altra mia famiglia, anche per tutto quello che ha fatto per noi. Mia madre era rimasta vedova a 16 anni, io ho vissuto con parenti e poi in istituto. Venire in Italia è stata la cosa più facile. Bastava un contratto di lavoro. Ho preso la cittadinanza italiana dopo essermi sposata. Sono a Roma dal 1978, sono più romana che asmarina…».

Scuole?

«Ragioneria e poi Economia e Commercio. La fortuna della mia vita è stata Edoardo De Filippo. Prima ci mise a disposizione una casa. Poi mi indirizzò a lavorare allo Ior, l’Istituto per le Opere di Religione del Vaticano. Ci entrai nell’84 come impiegata informatica. Ci sono rimasta fino al 2011 quando ero diventata oramai dirigente del settore informatico. Il mio capo allo Ior era una persona all’avanguardia, non aveva pregiudizi, né di genere né legati al colore della mia pelle». 

Poi nel 2011 ha cambiato tutto.

«Avevo bisogno di altro. Sono diventata life business coach e ho iniziato a collaborare con Le Reseau, una struttura che si occupa di cultura africana e integrazione. Poi sono diventata executive chief presso Italia Africa Business Week, che si occupa di favorire lo sviluppo commerciale anche sotto forma di partneriato».

Da anni in Italia si parla di diversity. Lei ha coniato il termine ugualità, in alternativa a diversità. Ce lo spiega?

«Negli anni, senza trovare soluzione, ci siamo concentrati sulle diversità. Nessuna persona al mondo è uguale a un’altra.

Siamo tutti diversi. Ma allo stesso momento tutti uguali. E dal momento in cui stabiliamo che il colore, la religione, l’orientamento sessuale, il sesso e chi più ne ha più ne metta, da soli non determinano il nostro modo di agire, il nostro contributo alla società, allora perché non spostare l’accento “sull’ugualità” anziché continuare a posizionarlo sulla diversità?

Anche perché, partire da un concetto che ci porti ad agire in modo positivo, quasi un invito alla comunione, dovrebbe indurci a mettere in campo energie altrettanto positive. Al contrario, parlare di diversità, nelle accezioni a cui siamo abituati e cioè sottintendendo che vi sia una normalità intorno alla quale ruota il tutto, induce a pensare immediatamente ad una contrapposizione: da un lato, il “noi” e dall’altro, il “loro”. In eterna lotta. Spostare l’attenzione sull’uguaglianza obbliga tutti noi alla responsabilità di educare alla parità».

Se ne parla molto, l’Italia secondo lei è un Paese razzista?

«La mia risposta è NI. Sulla diversità si sono costruite delle campagne di terrore. Ma il vero problema dell’Italia è che si è incapaci di trovare soluzioni a problemi reali. La gente è esasperata, è facile offrire un obiettivo dove incanalare la rabbia. Da anni una parte della politica ha trovato negli stranieri questo obiettivo. L’altra parte, la sinistra, semplicemente balbetta. Ha balbettato molto ad esempio sul tema della cittadinanza. Dopo 20 anni di migrazioni non possiamo parlare ancora di primi stranieri. Le prime migrazioni sono oramai di 60 anni fa. Siamo alla terza o quarta generazione. La realtà è che la nostra è già una società multiculturale. Ma ancora, agli occhi della gente comune, si fa passare il concetto che lo straniero è quello che scende dai barconi».

Multiculturalismo e inclusione sono le parole d’ordine? 

«Gli italiani di origini straniere non vengono mai coinvolti nel dibattito. Gli stranieri non possono essere chiamati a parlare solo di immigrazione. Perché non possono parlare di finanza o medicina o altri campi in cui da anni, anche in Italia fanno valere le loro competenze? Bisogna trovare un meccanismo che garantisca la multiculturalità».

Non c’è il rischio delle “quote”, una delle cose su cui ci sono polemiche da anni, come per le quote rosa?

«Sulle donne e sulle quote rosa mi viene da ricordare che nella Commissione Pari Opportunità c’è una suora ma nessuna donna di origine straniera. Gli stranieri hanno diritto alla visibilità.

Ci sono aziende straniere che hanno manager di origini africane da 40 anni e non lo sa nessuno. Ci vorrebbe una mappatura delle professionalità. Quanto alle donne, quelle con background migratorio sono discriminate, anche a livello professionale, soprattutto se sono visibilmente straniere. Ci sono stereotipi che si fa fatica a cancellare

Una donna africana non è per forza una prostituta, una sudamericana non è sempre una colf. Non va bene, non va bene ignorare queste cose».

Rendere più agevole l’acquisizione della cittadinanza potrebbe essere un passo?

«Quello della cittadinanza è un problema cruciale. Manca la volontà. La politica ha paura di perdere consensi. Il riconoscimento della cittadinanza ai “nuovi italiani”, oltre che essere un atto di civiltà, dovrebbe rappresentare il pieno riconoscimento del capitale umano che risiede, vive e anima l’Italia, che fatica e combatte ogni giorno con l’unico obiettivo di contribuire alla crescita del Paese. Per questo dovrebbe essere un percorso più agevole e semplificato, i cui ostacoli di ordine sociale ed economico sono rimossi dalla Repubblica, come recita anche l’articolo 3 della Costituzione italiana, quello che ci ricorda che siamo tutti uguali, senza alcuna distinzione».

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