Ho finito gli esami un anno prima perché avevo fretta

Aminata Gueye ha ventisei anni e si è laureata in Giurisprudenza: il suo sogno è diventare magistrato o, se va proprio male, avvocato.

Sono nata in Brianza nel 1992. I miei genitori erano arrivati in Italia un paio di anni prima. Mio padre è sempre stato operaio, mentre mia madre è casalinga. All’inizio lavorava anche lei come operaia. Lavoravano tutti e due in una ditta di mobili e quindi quando avevo sette mesi hanno dovuto mandarmi all’asilo. A Seregno ho frequentato tutte le scuole, anche l’istituto tecnico, all’epoca si chiamava Erica e si studiava lingue e commercio internazionale. Dopo la maturità ho deciso di continuare gli studi e mi sono iscritta alla facoltà di Giurisprudenza. Ho conseguito la laurea nel luglio dell’anno scorso. Ho finito gli esami un anno prima di laurearmi, ma il mio docente non aveva la mia stessa fretta e ho dovuto aspettarlo. Ho scritto una tesi infinita, quasi 400 pagine, sugli aspetti giuridici del ritorno volontario dei migranti, sul rimpatrio volontario assistito. Una cosa che, studiandola, ho capito che non funziona. A una persona che viene in Italia per cercar fortuna non puoi proporgli di tornare indietro subito. Va bene forse per chi, dopo anni di sacrifici, vorrebbe tornare nel suo Paese e godersi gli ultimi anni. Invece si propone questo solo a chi magari non ha il permesso di soggiorno e in realtà non ha l’esigenza di tornare e non lo farebbe mai. Ho due fratelli – uno maggiore e uno più piccolo – e una sorella maggiore. Però i maggiori sono nati in Senegal, quindi sono rimasti lì fino all’età di 18-19 anni e ci hanno raggiunto dopo, mentre io e il mio fratellino siamo nati in Italia. Per il momento sono l’unica che è andata all’università. I miei genitori mi hanno incoraggiata tanto perché è sempre stato un loro sogno quello di farmi andare avanti con gli studi. E anche adesso continuano a farlo: sognano di aver la figlia magistrato. Sono molto aperti: ci vogliono tanti sacrifici per mandare una figlia all’università. E se sei un operaio e in casa arriva uno stipendio solo, è complicato. Perciò ho finito gli esami un anno prima. Sentivo la responsabilità di dover essere all’altezza di tutti i loro sacrifici, ma purtroppo ho dovuto aspettare un anno per laurearmi. E così mi è venuta quella tesi lunghissima che ho discusso l’anno scorso alla Statale in Bicocca e ora sto facendo un tirocinio in tribunale a Monza. Per mantenermi e non pesare sulla mia famiglia ho chiesto una borsa di studio. In tribunale assisto un magistrato. Mi insegna a fare il suo lavoro: scrivo i provvedimenti, le sentenze, tutto quello che fa un magistrato. Comunque non ho ancora scelto bene la professione che vorrei fare. Prima mi interessava un po’ di più la carriera forense. Ora ci ho ripensato. Avendo la possibilità di fare entrambi i percorsi – facendo i 18 mesi in magistratura e gli ultimi 6 mesi per poter fare contemporaneamente la pratica forense – ho deciso di fare tutti e due e quindi rimandare la scelta. Anche se sono consapevole di quanto sia difficile superare il concorso per diventare magistrato. Ci sono solo tre possibilità e bocciano tantissimi candidati. I miei genitori sono contenti per me, ma non è sempre così in tutte le famiglie. Spesso la risposta che viene data ai figli che vogliono andare avanti con gli studi è “Non stare a perdere tempo: cercati un lavoro”. Ti fanno sentire un peso perché non è facile per una famiglia numerosa vivere con uno stipendio medio di 1.200 euro. Mi è sempre piaciuto il diritto, il mio desiderio è poter essere utile, aiutare le persone a risolvere i propri problemi quotidiani. Mi sono laureata con una tesi in Diritto dell’immigrazione perché mi sono resa conto che il Diritto dell’immigrazione in Italia ha un molte lacune e ci sarebbero tante cose da migliorare, infatti molti immigrati in Italia non conoscono i propri diritti. E secondo me c’è l’esigenza che qualcuno faccia sapere a tutti gli immigrati che i diritti ci sono e che – perché no? –si debba farli rispettare. Se c’è un diritto perché non usufruirne? Non sono la sola a pensarla così. Ho un’amica egiziana che ha fatto il mio stesso percorso di studi e adesso stiamo facendo insieme anche lo stesso tirocinio. Ci siamo laureate più o meno nello stesso periodo, lei è metà egiziana e metà marocchina. Sono praticante, ma non porto il velo. Sebbene sia consapevole del fatto che dovrei comunque indossarlo. Penso che bisognerebbe metterlo, ma non lo metto. Lo so, può sembrare paradossale. Anche se questi non sono i miei capelli veri. Ho le extension. Ho i capelli afro per capirci, i miei ricci sono più fini e molto più voluminosi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.