Storia di un quadro: l’omicidio di Alina dipinto da Aleksandra Phillips

Sabato 16 a Venezia si terrà la presentazione della mostra mostra "Art against violence Vitaru", con gli interventi delle artiste, di avvocati e psicologi.

Sabato 16 novembre a Venezia, nell’ambito della mostra Art againt violence Vitaru a Palazzo Zenobio (7-30 novembre), si terrà una giornata di seminari e worshop sul tema della violenza contro le donne: un evento multiculturale in cui artiste ed esperti da ogni parte del mondo prenderanno parte a diverse iniziative legate al tema della violenza. In queste ore, in cui la città di Venezia è sommersa dall’acqua alta, gli organizzatori stanno valutando con i curatori della mostra la possibilità di fare un’asta di beneficenza con le opere esposte.
Una delle artiste che parteciperà all’evento è Aleksandra Phillips, in arte Sasha, avvocata e artista nata a Mosca che oggi vive a Pittsburgh. Segue numerosi casi pro bono, offrendo tutela legale gratuita a vittime di abusi e violenze, e il suo dipinto racconta una storia di grande dolore. Una storia che ci riporta a quella de La ragazza con l’orecchino di perla, il romanzo di Tracy Chevalier, in cui si instaura un rapporto di complicità e di amore spirituale tra una ragazza e l’artista Jan Vermeer. Phillips rappresenta invece Alina. Storie diverse ma che vedono protagoniste due ragazze in epoche diverse, entrambe giovani, entrambe hanno cambiato la vita di chi le ha dipinte.

Aleksandra Phillips – Alina’s light

La storia di Alina Sheykhet

Alina Sheykhet decide di rivolgersi all’avvocata per chiederle di seguirla nel processo contro il suo ex ragazzo, Matthew Darby, accusato di violenza domestica. Le due donne si incontrano e subito nasce un legame di profondo sostegno e di complicità. È il 2017 e la Pennsylvania, dove risiede Alina, non ha ancora una vera e propria legge per garantire che l’indagato non si avvicini alla vittima minacciandone l’incolumità.

Phillips e Sheykhet si incontrano in attesa dell’udienza, ma solo pochi giorni dopo Alina viene assassinata dal suo ex fidanzato. I genitori la ritrovano in una pozza di sangue nel suo appartamento di Oakland, con decine di coltellate nel petto e sul volto. Da quel momento per Phillips inizia un periodo di grande tormento e dolore: «Non riuscivo a fare pace con questo atroce episodio e con tutti i se che continuavano a rimbalzarmi in testa». Come avvocato è travolta dai sensi di colpa, ma è da genitore che più viene colpita dall’accaduto. Ricorda ancora come «Vedere la madre di Alina al funerale è stata forse la cosa più difficile della mia vita, considerando che la mia figlia maggiore ha solo qualche anno meno di Alina».

Aleksandra Phillips con i suoi figli

L’arte per le vittime

I rimorsi attanagliano Phillips per mesi, sviluppa una vera e propria ossessione: non riesce a gestire la rabbia e il senso di impotenza che questa vicenda le lascia addosso, dal momento che «Ha dedicato una vita a difendere le vittime di ingiustizie». Una serie di coincidenze l’ha guidata verso il percorso artistico, interpretato come espressione catartica con cui liberarsi dalla morsa emotiva nella quale è rimasta intrappolata. Prende qualche tubetto di pittura, un pennello, e dà vita ad Alina’s Light, ritratto della giovane ragazza uccisa e opera con la quale si presenta alla mostra Art Against Violence. Dopo questa esperienza traumatica, Phillips è divenuta promotrice dell’uso dell’arte come elemento di supporto per gli avvocati che, come lei, si ritrovano quotidianamente a gestire situazioni di profondo disagio e stress. Phillips prende parte all’evento come artista, esponendo una sua creazione, ma anche come avvocata, partecipando da relatrice al seminario “Sottrazione dei minori vista come violenza sulle donne (e non solo) nell’ambito internazionale”, che si terrà alle 13.30.

Insieme a lei ci saranno trenta artiste, tutte donne e tutte con una storia da raccontare. La mostra si divide in quattro percorsi, che spaziano dalla partecipazione artistica di donne che hanno trovato in questo linguaggio il modo di esprimere le proprie esperienze, all’apporto professionale di avvocati, come Phillips, e di psicologi.

L’obiettivo è quello di sensibilizzare il pubblico, in prossimità della giornata mondiale contro la violenza sulle donne del 25 novembre, su uno dei temi più delicati e urgenti. Secondo l’Istat, solo in Italia, circa il 30% delle donne ha subìto episodi di violenza fisica nel corso della sua vita, e molti altri casi rimangono celati dietro alla paura che impedisce a molte donne di denunciare il proprio aguzzino. Servono strumenti per incoraggiare le donne ad esprimersi. Art against violence è uno di questi perché, come spiega l’avvocata Phillips, «Quando le vittime di violenza sono forzate al silenzio, l’arte diventa uno strumento potente per trasmettere la loro storia».

Quella che racconta Phillips è una storia drammatica ma che ha lasciato dietro di sé una vittoria importante, seppure tardiva. Nel 2019 la Pennsylvania ha approvato una legge che impone ai presunti stupratori e aggressori di indossare un braccialetto dotato di gps, in grado di avvisare la vittima nel momento in cui dovesse provare ad avvicinarla. È stata chiamata Legge Alina.

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