Nur Al Habash: il 2021 e la rivoluzione dell’industria musicale. Prendete appunti

Con la società Italia Music Export promuove gli artisti italiani sul mercato estero. E ci racconta i cambiamenti radicali nell'industria musicale del futuro.

Nur Al Habash si occupa di musica dal tempo delle webzine universitarie. «È da sempre l’aria che respiro tutti i giorni». Ora, a 34 anni, è responsabile di Italia Music Export, l’ufficio di promozione degli artisti italiani nel mondo che mancava per dare nuova linfa alla nostra musica e svincolarla da un’immagine per certi versi (e in alcuni Paesi) ancora legata all’italiano vero di Toto Cutugno. Chiacchierando con lei abbiamo scoperto che, in realtà, questa nuova fase è già iniziata da qualche tempo e a breve ne sentiremo parlare sempre di più. Perciò inauguriamo il festival delle idee, partendo proprio da Nur Al Habash che ha multiple radici e multiple idee sul futuro della musica. 

Galeotto fu l’arabo

Nata a Roma da padre palestinese e madre italiana, il suo è un background straniero in una realtà famigliare ben radicata in Italia. «Mio padre è arrivato dalla Palestina a 18 anni per frequentare Medicina a Roma e, pur avendo caratteristiche palestinesi marcate, è più italiano degli italiani. Mia madre stava imparando l’arabo e lui le dava ripetizioni. Si sono conosciuti così». In casa, però, i genitori hanno sempre parlato in italiano anche se poi lei ha studiato arabo all’università, passando anche periodi di lavoro in Giordania e Tunisia. «La famiglia di mio padre è numerosa, in perfetto stile mediorientale, e la maggior parte dei miei parenti abitano da sempre in Giordania, dove vado tutti gli anni». Nel tempo libero dagli studi curava la sua webzine e organizzava concerti e dj set, ci racconta ripercorrendo le tappe fino al trasferimento a Milano. Nella «città dove è più facile lavorare con la musica» è arrivato il primo impiego a tempo pieno per Rockit.it, uno dei maggiori portali del settore in Italia, e la creazione della divisione italiana di Shesaid.so, una community internazionale di donne professioniste dell’industria musicale. «Neanche la musica è immune al sessismo generalizzato della società. Shesaid.so è stata ideata sei anni fa a Londra da una ragazza rumena che lavorando per Soundcloud si trovava a essere sempre l’unica donna in mezzo a uomini. Ora esiste una rete molto estesa con divisioni (i chapters, li chiamano) dall’India alla California al Sudafrica, con l’obiettivo di mettere in contatto le professioniste».

Nuove frontiere: Italia Music Export

Poi, nel 2017, è arrivata la svolta con Italia Musica Export, un ufficio che sostiene in tutto il mondo i musicisti italiani e le varie figure professionali connesse. «Lidea mi è venuta mentre lavoravo a Rockit perché, andando in giro per festival, mi sono resa conto che all’estero esisteva questo tipo di ufficio per i musicisti locali. Ho scritto il progetto con l’aiuto di alcuni ex colleghi e ho trovato dei finanziatori. Praticamente, nell’arco di sei mesi, dall’ambito editoriale sono passata a una veste istituzionale».

Il punto di vista di Nur Al Habash ci conforta mentre spiega che per chi lavora nella musica in Italia la prospettiva è decisamente cambiata e si stanno aprendo scenari alternativi rispetto alle carriere che iniziano a Sanremo e finiscono a San Siro. Parlando di cliché, a questo punto la curiosità è inevitabile: qual è l’immagine degli artisti italiani all’estero? «Fino a poco tempo fa in molti Paesi la musica italiana veniva identificata con il pop anni Ottanta e Novanta di Laura Pausini ed Eros Ramazzotti o con le star della classica alla Pavarotti e Bocelli. Ora, invece, la percezione è in fieri, stiamo dimostrando che c’è tanto potenziale inesplorato a livello internazionale. Ultimamente ci siamo fatti notare con Mahmood nel pop, per esempio, che ha avuto un’ottima visibilità». Ma non esiste solo il mainstream. Tra i generi non abbastanza apprezzati da noi quanto all’estero c’è l’elettronica, nella quale, fa notare con soddisfazione Nur Al Habash, gli italiani sono bravissimi, da Moroder in giù. E ci ricorda il caso dei milanesi Meduza che nel 2020 hanno ricevuto una nomination ai Grammy Awards con il brano Piece of your heart.

L’industria musicale del 2021

La pandemia sta rivoluzionando la fruizione della cultura, in un modo che per alcuni coinciderà con un punto di non ritorno. Cosa sarà dell’industria musicale che si reggeva quasi esclusivamente sui concerti?

Non ci eravamo accorti che i live così fossero così centrali. Il senso delle attività di tutti i settori musicali, dalla produzione al management, hanno compimento in quel momento. E, oltre all’aspetto economico, sia per i fan sia per gli addetti ai lavori, sta venendo meno quello sociale

Iniziare a parlare di digitalizzazione solo adesso può risultare assurdo, sottolinea Nur Al Habash, perché nel 2021 dovrebbe essere una realtà scontata. «Finora gli artisti sono stati attivi sui social e su Spotify. Invece, nell’ultimo anno, si è dovuto riflettere su modi alternativi di guadagnare online e mantenere viva la connessione con il pubblico. Siamo in fase di testing. La riuscita in questo senso dipende da una serie di variabili che includono il genere di musica, l’anagrafica dei fan, l’accessibilità a Internet. Se hai un pubblico molto giovane, per esempio, puoi muoverti nel mondo del gaming. Molti artisti hanno iniziato a suonare o vendere merchandising dentro ai videogiochi». La sperimentazione riguarda anche i concerti in senso tradizionale tramite un’offerta di varie tipologie di streaming, spiega, anche se realisticamente l’Italia arriverà dopo rispetto ad altri Paesi, come gli Stati Uniti. «Ma da un paio di anni a questa parte in Italia c’è un fiorire di nuovi artisti giovanissimi che hanno molto da dire e riescono a raggiungere il pubblico velocemente. Forse bisognerebbe puntare di più su di loro».

Nuovi scenari tra politica e musica

In questo mare di incertezze è possibile, però, aggrapparsi a qualche buona nuova che in Italia ha aperto vie inedite. «Lo slancio politico dei professionisti della musica nell’ultimo anno ha portato a risultati importanti e dovuti» sottolinea Nur Al Habash.

Fino a questo momento la parte politica e sindacale del nostro lavoro era stata piuttosto ignorata perché molte professioni non sono mai state inquadrate in modo corretto e definito. Con l’emergenza della pandemia i lavoratori si sono coalizzati e hanno iniziato a dialogare con istituzioni e ministero della Cultura, cosa che non era mai accaduta. Tanti mestieri del settore, in Italia e all’estero, sono finalmente stati riconosciuti

«Quindi, dal punto di vista della sindacalizzazione, abbiamo fatto passi notevoli. La grande capacità dei lavoratori della musica di resistere e di adattarsi ai tempi è stata motore di cambiamenti che aspettavamo da tanto».

Abbiamo chiesto a Nur Al Habash quali artisti ci suggerisce di ascoltare. Ecco la playlist che ha creato per il nostro canale Spotify, Nuove Radici World Radio.