I libri di NRW: Una storia americana

Il long read di questa settimana è tratto da "Una storia americana" (Mondadori) di Francesco Costa, un racconto delle nuove sfide per gli Usa nell'epoca di Joe Biden e Kamala Harris.

Joe Biden e la sua vice Kamala Harris sono il nuovo volto degli Stati Uniti. Un Paese che affronta il dopo Donald Trump in un momento assai difficile, tra la crisi economica globale, le relazioni internazionali sempre sul filo del rasoio e una pandemia che sta cambiando il mondo. Francesco Costa, giornalista, scrittore, vicedirettore de Il Post, in questo Una storia americana pubblicata da Mondadori, ancora una volta racconta gli Stati Uniti attraverso gli occhi del 46 esimo presidente e della sua vice. Joe Biden, eletto senatore nel 1972, il più giovane di sempre, e Kamala Harris, la prima afroamericana a diventare vicepresidente, si trovano davanti a scenari che mettono alla prova la loro storia di democratici e progressisti. A partire dalla discriminazione razziale e dalle violenze della polizia contro le minoranze, problema che ha radici antiche nel Paese, fino alle politiche di gestione dei flussi migratori che premono alla frontiera, dove c’è ancora il muro che Donald Trump non è riuscito a completare e che Joe Biden giura di non voler costruire più. Fabio Poletti

Francesco Costa
Una storia americana
Mondadori
2021 pagine 204 euro 17

Per gentile concessione dell’autore Francesco Costa e dell’editore Mondadori pubblichiamo un estratto dal libro Una storia americana.

Alla fine degli anni Sessanta, infatti, il presidente Lyndon Johnson del Partito democratico aveva firmato il Civil Rights Act e il Voting Rights Act, mettendo fine alla segregazione razziale e liberando gli afroamericani da molte delle odiose discriminazioni sistematiche che avevano subìto dalla fine della schiavitù in poi. Negli Stati Uniti, però, a ogni conquista progressista è sempre seguito un contraccolpo reazionario, e l’ondata di criminalità iniziata negli anni Settanta fu l’occasione perfetta per concretizzare una risposta le cui conseguenze si percepiscono ancora oggi. Da una parte, in quegli anni la criminalità coinvolgeva giovani afroamericani in misura molto superiore rispetto a ogni altro segmento demografico, contribuendo ad alimentare l’antichissimo stereotipo che descriveva i neri come animali selvaggi, bestie da contenere e da cui proteggersi. Dall’altra, un’intera generazione di elettori bianchi e razzisti, che negli Stati del Sud aveva sempre votato per il Partito democratico, dopo la svolta di Lyndon Johnson si sentì tradita e cercò nuovi interlocutori politici: li trovò nel Partito repubblicano di Richard Nixon, grazie alla sua spregiudicata «Southern Strategy».
La strategia sudista consisteva nel corteggiare quegli elettori senza dire cose esplicitamente razziste, ma sostenendo politiche che avrebbero favorito sistematicamente i bianchi sui neri. Fu in quegli anni che il Partito repubblicano diventò ufficialmente il partito che difende le autonomie dei singoli Stati e lotta contro la prepotenza del governo federale: non perché l’autonomia degli Stati dal governo di Washington sia di per sé un tema razzista, ma perché parlarne negli Stati del Sud voleva dire essere contrari a imposizioni come la legge sui diritti civili. Fu in quegli anni che il Partito repubblicano diventò il partito di chi è contrario al politicamente corretto, e cominciò a votare contro tutte le leggi a favore dei neri usando però, volta per volta, argomenti economici, urbanistici, logistici, piuttosto che razziali. Soprattutto, fu in quegli anni che il Partito repubblicano diventò il partito che chiedeva «legge e ordine»: non perché questa richiesta fosse necessariamente razzista, ma perché al Sud le parole «legge e ordine» si traducevano nell’uso della forza contro gli afroamericani.
Lee Atwater, all’epoca importante stratega del Partito repubblicano, descrisse con disarmante candore questa strategia qualche anno dopo. «Abbiamo cominciato nel 1954 a parlare di negri, negri, negri, ma nel 1968 non si può più dire “negri”, è una cosa che ti danneggia» dichiarò al «New York Times». «Quindi devi dire che sei contro le imposizioni di Washington, che sei per i diritti degli Stati. Devi dire cose più astratte. Oppure devi parlare di cose come il taglio delle tasse, i fondi per le scuole private… devi parlare di cose che siano puramente economiche, ma che tra le loro conseguenze abbiano il fatto che i bianchi ne sono avvantaggiati mentre i neri ne sono danneggiati. È un linguaggio in codice.» Un linguaggio in codice che gli americani conoscevano bene: lo stesso Tredicesimo emendamento della Costituzione, quello che abolì la schiavitù dei neri, conteneva una clausola che rendeva possibili i lavori forzati come punizione per un reato, suggerendo un’equazione tra afroamericani e criminali che fu poi perseguita nei fatti per tutti i decenni successivi, impedendo agli afroamericani di far parte delle giurie popolari e condannandoli al carcere per le infrazioni più piccole, come gettare una carta per terra. Il tutto mentre i gruppi di suprematisti bianchi quali il Ku Klux Klan, sostenuti e protetti dalle corrotte polizie locali del Sud, uccidevano, linciavano, bruciavano e impiccavano impunemente.
In questo contesto agitato e feroce, poco dopo il suo primo insediamento alla Casa Bianca, il presidente Richard Nixon annunciò una «guerra totale» al crimine e alla droga. Una scelta non casuale, come avrebbe raccontato poi il suo consigliere per gli Affari interni John Ehrlichman. «La Casa Bianca di Nixon aveva due nemici politici: la sinistra pacifista e i movimenti per i diritti civili» disse molti anni dopo alla rivista «Harper’s». «Capisci cosa intendo? Sapevamo che non potevamo rendere illegale essere contro la guerra in Vietnam o essere neri, ma spingendo l’opinione pubblica ad associare gli hippie alla marijuana e i neri al crack, e associando entrambi i gruppi all’aumento della criminalità, saremmo riusciti a disgregare quelle due comunità. Arrestare i loro leader, perquisire le loro case, irrompere alle loro riunioni e diffamarli sera dopo sera al telegiornale. Sapevamo di dire il falso? Certo che lo sapevamo.» Ma funzionò, e per ogni Angela Davis arrestata e poi dichiarata innocente dopo un anno di carcere e vaste mobilitazioni internazionali, migliaia di altri attivisti e manifestanti venivano perseguitati dall’FBI e dal governo federale senza fare scalpore.

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