Democrazia non è sempre sinonimo di libertà e giustizia. Negli Stati Uniti, da Rosa Parks a Black Lives Matter, la battaglia per il riconoscimento degli afroamericani non ha soste. In Francia, la culla della democrazia, è pure peggio. Gisèle Hamili (1927 – 2020) è stata un’avvocata, scrittrice e deputata francese di origini tunisine. Con alcuni processi passati alla Storia, ha impresso una fondamentale spinta alle lotte per i diritti civili. Nel 1971 ha fondato insieme a Simone de Beauvoir il movimento Choisir la cause des femmes. Gisèle fu sempre sostenuta da un gruppo di intellettuali e amici fra i quali Henry Cartier-Bresson. Fra le pagine di questa lunga intervista rilasciata a pochi mesi dalla sua scomparsa, oggi pubblicata in Italia da FVE col titolo Una feroce libertà, Gisèle Halimi ritorna sulle tappe essenziali del suo percorso, dall’infanzia tunisina agli albori del movimento Me too, ed esorta le nuove generazioni a costruire con selvaggia determinazione quel mondo equo per il quale ha lottato tutta la vita. Numerose sono le cause patrocinate da questo legale, che sono passate alla Storia. Nel novembre 1972, nell’aula del tribunale di Bobigny, Gisèle Halimi difendeva Marie-Claire Chevalier e la madre: la prima accusata dal suo stupratore per aver interrotto illegalmente la gravidanza, la seconda per aver aiutato la minorenne a disporre liberamente del suo corpo. Fra insulti, brutale misoginia e le urla di supporto delle altre donne in piazza, si chiudeva uno storico processo che avrebbe aperto le porte, pochi anni dopo, alla legge Veil. La più irrispettosa delle avvocate, ancora una volta, era riuscita ad infiammare l’opinione pubblica, puntando il dito contro gli abusi machisti e le leggi antiquate. Come aveva già fatto con le partigiane torturate durante la guerra di indipendenza algerina, come avrebbe continuato a fare per la libertà dei più deboli ed emarginati. Fabio Poletti

Gisèle Halimi con Annick Cojean
Una feroce libertà
traduzione di Lamberto Santuccio
2024 FVE
pagine 144 euro 17

Per gentile concessione dell’editore FVE pubblichiamo un estratto dal libro Una feroce libertà

Il caso di Djamila Boupacha è stata poi l’occasione per infrangere questo tabu e denunciare la tortura compiuta attraverso lo stupro. Accettando di difendere questa giovane militante indipendentista, sapeva già che ne avrebbe fatto uno dei casi più emblematici di tutta la guerra d’Algeria?
No, certo che no. Ma Djamila Boupacha rappresentava tutto ciò per cui volevo combattere. Il suo caso era, direi quasi, un condensato perfetto di tutte le battaglie che mi sta stavano a cuore: la lotta contro la tortura, la denuncia dello stupro, il sostegno all’indipendenza e al diritto dei popoli all’autodeterminazione, la solidarietà con le donne scese in campo nell’azione pubblica e per il futuro del proprio paese, la difesa di una certa concezione della giustizia e, per finire, il mio femminismo. Era tutto incluso, e il caso era esemplare!
La prima volta che l’ho vista, nella prigione di Barberousse ad Algeri, zoppicava, aveva qualche costola incrinata, i seni e una coscia bruciati dalle sigarette. L’avevano atrocemente torturata per trentatré giorni, l’avevano stuprata con una bottiglia, facendole perdere quella verginità alla quale questa musulmana praticante di ventidue anni teneva più che alla sua stessa vita. E nonostante ciò, lei aveva riconosciuto i fatti per i quali veniva accusata: intermediaria per l’FNL, il 27 settembre 1959 aveva piazzato un ordigno in un bar di Algeri, ordigno che era stato disinnescato in tempo e che, di conseguenza, non aveva provocato né vittime né danni. Perché si erano accaniti su di lei? Massu voleva che parlasse, che smascherasse certe reti di militanti, che denunciasse i suoi “fratelli”. E lei non l’aveva fatto. C’era quindi un estremo bisogno di salvare questa ragazza che rischiava la pena di morte. Bisognava denunciare le sevizie che aveva subito e smascherare le torture affinché i carnefici venissero puniti. Bisognava farne il simbolo delle ignominie commesse dalla Francia, di fronte al mondo intero.
Ad Algeri avevano allestito tutto un sistema per impedire una normale difesa di Djamila e, così facendo, insabbiarne il caso. Ma
mi sono battuta. Djamila è diventata la mia ossessione. Non appena messo piede a Parigi – le mie autorizzazioni di soggiorno ad Algeri erano limitate al minimo sindacale e a volte mi costringevano ad allontanarmi dall’Algeria il giorno prima dell’udienza –, ho fatto di tutto per aizzare l’opinione pubblica. Ho scritto a De Gaulle, a Malraux, a Michelet, purché non si dicesse: “Ma a Parigi non si sapeva… è successo ad Algeri!”. Ho informato François Mauriac, che scriveva per «L’Express», Hubert Beuve-Méry, il direttore de «Le Monde» che mi ha a lungo ascoltata e che voleva sapere tutto, e Daniel Mayer, presidente della Lega per i diritti dell’uomo. E soprattutto ho raccontato, fin nei minimi dettagli, la storia di Djamila e delle torture subite a Simone de Beauvoir, dopo averle dato appuntamento in un bar nei pressi di Denfert-Rochereau. Ero più che sicura che mi avrebbe sostenuta strenuamente. Si è subito messa alla ricerca del miglior modo per scatenare le giuste reazioni e mettere in allerta l’opinione pubblica. E ci è riuscita scrivendo un implacabile articolo sulla prima pagina de «Le Monde» del 2 giugno 1960, intitolato: Per Djamila Boupacha. Il caso era scoppiato. Il governo fece ritirare il quotidiano ad Algeri, ma ricevemmo lettere da tutto il mondo. E alcuni ex resistenti orripilati scrissero che i metodi utilizzati dall’esercito francese ricordavano quelli della Gestapo.
L’articolo su «Le Monde» ha causato un piccolo cavillo. Simone de Beauvoir descriveva infatti, con estrema precisione, le torture subite da Djamila, inclusa la peggiore: lo stupro compiuto con l’introduzione del collo di una bottiglia all’interno della sua vagina. Ma su questa parola, il vice caporedattore Robert Gauthier era schizzato in aria: “Non si può utilizzare la parola vagina sulle pagine de «Le Monde», è impossibile! Lo sa o no, madame, che siamo gli eredi de «Le Temps»?”. Eravamo senza parole. Il quotidiano «Le Temps» avrebbe di certo scritto la verità! Il Castoro, su tutte le furie, ha minacciato di ritirare il pezzo. Io ho negoziato proponendo di sostituire vagina con ventre. Simone si è offesa: “Ma è ridicolo, Gisèle! Ma che sta dicendo? Come crede sia possibile conficcare una bottiglia in un ventre?”. Ma hanno tutti capito. E l’articolo ha avuto l’effetto di una bomba. Personalità fra le più disparate dal mondo della politica, della filosofia, della religione vollero aderire al comitato Per Djamila Boupacha: Aimé Césaire, Jean-Paul Sartre, Germaine Tillion, René Julliard, Louis Aragon, Geneviève de Gaulle, André e Anise Postel-Vinay… Anche la stessa Françoise Segan, dalla quale ero andata personalmente in visita nella sua casa di Equemauville e che nessuno si aspettava potesse scendere in
campo. L’articolo su Djamila apparso su «L’Express» – dal titolo La ragazza e la grandezza – sconvolse tutti i suoi lettori.

© Fveditori
Titolo originale Une farouche liberté
© Éditions Grasset & Fasquelle, 2020