I libri di NRW: Un attentato “quasi terroristico”

Il long read di questa settimana è tratto da 'Un attentato “quasi terroristico”. Il delitto di Luca Traini, i social media, il razzismo.

Se in Amazzonia cade un albero, senza che nessuna televisione lo abbia ripreso, è come se l’albero non fosse mai caduto. Ai tempi dei social media, l’assunto di Marshall McLuhan è trilioni di volte più potente di una bomba atomica. L’effetto di ogni evento, ingigantito e moltiplicato dai media, ha pure un effetto determinante sul nostro modo di pensare e di conseguenza di agire. Un effetto con tempi di reazione sempre più veloci ingigantito dal bombardamento massiccio di notizie, vere o false, collegate all’evento. In questo Un attentato “quasi terroristico”, pubblicato da Carocci editore, Marcello Maneri e Fabio Quassoli, due studiosi di media e di comunicazione con cattedra all’Università Bicocca di Milano, passano ai raggi X l’effetto mediatico e dunque sociale e politico dei fatti di Macerata, quando il 3 febbraio 2018 Luca Traini apre il fuoco contro stranieri e immigrati che incontra per caso durante la sua corsa in auto, ferendone sei per fortuna non in modo mortale. L’immagine di Luca Traini avvolto nel tricolore quando è già in manette ha fatto il giro del mondo. La sua giustificazione, di voler “vendicare” l’uccisione di un’italiana ammazzata da un gruppo di migranti, è stata la miccia che ha condizionato la comunicazione globale. Analizzando telegiornali, giornali, social media, Twitter e pure Wikipedia, il gruppo di lavoro coordinato dai due ricercatori ha analizzato il funzionamento della sfera pubblica nel rappresentare i fatti di Macerata. A fare da specchio, simbolo per simbolo, l’attentato jihadista cintro Charlie Hebdo a Parigi, percepito immediatamente in tutto il mondo come un attentato terroristico. Sangue e vittime a parte, così poco differente dal raid di Luca Traini. Il cui gesto, sulla cui violenza razzista e terrorista c’è poco da disquisire, venne relegato in modo decisamente più tranquillizzante come opera di un folle o al massimo reazione sconsiderata ai mille problemi innescati dai migranti nel nostro Paese. Fabio Poletti

A cura di
Marcello Maneri e Fabio Quassoli
Un attentato “quasi terroristico”
Macerata 2018, il razzismo e la sfera pubblica al tempo dei social media
2020 Carocci
pagine 144 euro 16

Per gentile concessione dei curatori Marcello Maneri e Fabio Quassoli e dell’editore Carocci pubblichiamo un estratto dall’introduzione del libro Un attentato ”quasi terroristico”.

Nel cap. 3, prendendo in esame le news televisive, Flavio Piccoli mostra come la copertura dell’evento da parte dei tg nazionali, per ragioni dipendenti dalle modalità standard di costruzione delle notizie e da un’agenda definita sostanzialmente dalla politica ufficiale, abbia contribuito grandemente all’oscuramento del DMO nato attorno a una lettura in chiave di terrorismo fascista della sparatoria. Un discorso analogo vale per i principali quotidiani, analizzati da Monica Colombo e Fabio Quassoli nel cap. 2, i quali propongono, attraverso gli editoriali, una rappresentazione edulcorata e rassicurante della vicenda e, confermando il timore espresso da Saviano nel suo tweet, promuovono una lettura degli eventi in sintonia con quella espressa dalle élite politiche, ribadendo implicitamente una concezione del terrorismo in cui i cattivi possono essere solo coloro che non appartengono, pienamente o parzialmente, alla comunità nazionale.
Sempre in questi due capitoli, viene messo in luce come, in termini di logiche complessive di funzionamento dell’ecosistema mediale e di costruzione dell’opinione pubblica, sia la carta stampata sia le news televisive abbiano prestato pochissima attenzione a ciò che stava accadendo sui social media. I giornali, infatti, si sono limitati a menzionare alcuni post e tweet di politici e intellettuali pubblici in una sorta di opinion review (Johansson, 2019) che, mettendo in scena un apparente dibattito multi-vocale, tende a rappresentare implicitamente i social media come una sorta di palcoscenico in cui si affrontano i soliti noti (cfr. cap. 2). Le news televisive, dal canto loro, hanno citato alcuni tweet e post provenienti da account anonimi solo per stigmatizzare il livello del confronto sui social (basato sull’insulto e sull’incitamento all’odio) o per proporre una copertura degli eventi grazie a brevi video di citizen journalism (cfr. cap. 3).
Sulla base dell’analisi che abbiamo condotto, possiamo dire che il riproporsi di processi analoghi a quelli evidenziati da Meraz e Papacharissi (2013) nel corso delle rivolte arabe sia oggi, nel contesto italiano, molto improbabile. Sulle dinamiche di framing interne ai social network, infatti, sembrano pesare molto di più sia i media mainstream sia gli account professionali gestiti da politici, giornalisti e influencer consolidati. La crescente professionalizzazione nell’uso delle piattaforme digitali, assieme a una presenza decisamente più rilevante dei media mainstream, evidenzia una sostanziale “colonizzazione” dei social media, con una conseguente drastica riduzione della capacità degli utenti comuni di esercitare una voce autonoma. E questo, come viene mostrato nel cap. 1 tramite il confronto fra la vicenda di “Charlie Hebdo” e quella di Macerata, è tanto più vero quanto più il tema su cui si catalizza l’attenzione degli utenti dei social appare divisivo. In questo senso, la questione del terrorismo può essere considerata una sorta di cartina di tornasole: a seconda che il networked framing che si sviluppa sui social sia allineato o meno con la struttura di opportunità offerta dal contesto politico e mediatico, l’esito, infatti, può cambiare drasticamente. Per qualificare un atto come “terrorista”, ove le caratteristiche dell’evento e dei protagonisti (vittime e carnefici) non siano automaticamente inscrivibili nella narrazione egemonica, è dunque necessaria un’azione di voice in grado di dispiegare i propri effetti nell’arena pubblica più ampia, riuscendo così a scardinare i topoi consolidati e a imporre un nuovo frame ampiamente condiviso.
Il “contro-evento” dei cori inneggianti alle foibe che avrebbero accompagnato la manifestazione del 10 febbraio a Macerata conferma, da un’altra angolazione, le nostre conclusioni. Nel cap. 4 Federico Pilati esamina proprio il percorso e il ruolo di questa junk news – una tipica notizia fuorviante o ingannevole, caratterizzata da basso contenuto informativo ed elevata viralità (Venturini, 2019). Rivelatasi in un secondo tempo priva di fondamento, la storia dei cori che invocavano le foibe ha contribuito a offuscare il significato antifascista e antirazzista della manifestazione, riportando al centro dell’attenzione istanze di carattere nazionalista paradossalmente in sintonia con il senso del gesto di Traini (che subito dopo l’attacco si era avvolto nella bandiera italiana). Nel capitolo, inoltre, si mostra come la junk news, contrariamente a quanto asserito da una vulgata molto popolare – secondo la quale la proliferazione di fake e junk news sarebbe una caratteristica costitutiva dei social media – sia stata promossa proprio dai giornali quotidiani, tanto in qualità di fonte quanto come cassa di risonanza in grado di collocarla quasi istantaneamente al centro del dibattito.

© Carocci editore S.p.A., Roma

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