I libri di NRW: Torneremo a percorrere le strade del mondo

Il long read di questa settimana è tratto da "Torneremo a percorrere le strade del mondo" di Stefano Allievi. Un' analisi sulla storia dell'umanità migrante.

Gli esseri umani hanno due gambe per camminare e radici da sradicare. Dalla notte dei tempi la mobilità è insita in ogni azione umana. Stefano Allievi, docente di Sociologia all’Università di Padova, in questo Torneremo a percorrere le strade del mondo pubblicato da Utet, analizza il fenomeno delle migrazioni con l’occhio pure delle implicazioni dei tempi moderni. Migranti furono Adamo ed Eva, per chi ci crede, cacciati dall’Eden. Viaggiatore fu Ulisse e viaggiatori, a modo loro, sono i turisti di massa degli ultimi decenni. Certo la parte più importante del libro, e per noi di NuoveRadici.world pure la più interessante, è quella dedicata alle analisi delle migrazioni e dei migranti in senso stretto. Di chi si muove ed è costretto a sradicare le proprie radici per bisogno. Di chi scappa da una guerra o una carestia. Un esodo incessante che ogni anno impegna milioni di persone. Un esodo in crescita costante che ci pone una serie di interrogativi. Tra chi in Occidente erige muri per difendere il territorio. E chi dal Sud del mondo, quei muri non può fare a meno di scavalcare se vuole sopravvivere. Secondo l’European Center on Cooperative and Social Enterprises Euricse, nel 2021 oltre 70 milioni di persone, più degli abitanti dell’Italia per capirci, hanno lasciato il proprio Paese in cerca di condizioni di vita migliori. Affrontando viaggi pericolosi al limite dell’impossibile, abbattendo muri e combattendo con una burocrazia feroce regolata da algoritmi che calcolano come numeri gli esseri umani. Nell’estratto che pubblichiamo qui sotto Stefano Allievi analizza nei dettagli, economici, sociologici ma pure ambientali, come sarebbe un mondo senza muri e soprattutto senza frontiere dove tutti potessero liberamente circolare. Fabio PolettiStefano AllieviTorneremo a percorrere le strade del mondoBreve saggio sull’umanità in movimento2021 Utetpagine 224 euro 14

Per gentile concessione dell’autore Stefano Allievi e dell’editore Utet pubblichiamo un estratto dal libro Torneremo a percorrere le strade del mondo.Come gestirle, le mobilità? Si potrebbe anche rispondere facendosi un’altra domanda: perché gestirle? Perché non lasciarle alla libera iniziativa degli individui e, per così dire, al libero mercato? Che potrebbe essere sensato – dopotutto è quello che si fa con le merci, e la maggior parte di noi, almeno nella veste di consumatore, non vorrebbe altrimenti. L’“Economist”, in un suo “speciale” monografico intitolato The magic of migration, pubblicato nel novembre 2019 (quando già il virus che avrebbe portato di lì a poco a impreviste chiusure delle frontiere circolava impercepito nel mondo), faceva per l’appunto l’ipotesi di scuola di una totale apertura delle frontiere, grazie alla quale il pil mondiale salirebbe di 90 trilioni (novantamila miliardi) di dollari l’anno: una cifra che non so nemmeno esattamente con quanti zeri si scrive (in realtà lo so, anche se ho dovuto contarli: tredici), ma che comporterebbe l’uscita dalla povertà di granparte del mondo. È interessante notare che lo stesso giornale appena due anni prima, nel 2017, introducendo per la prima volta la sua ipotesi all’interno di una rubrica intitolata The World If, che potremmo tradurre “Come sarebbe il mondo se…”, arrivava a una stima un po’ più bassa, di 78 trilioni di dollari – il che significa due cose: che la dimensione dei potenziali benefici è in crescita, e che la bibbia del capitalismo globale non smetterà di battere su questo chiodo.È un calcolo ovviamente astratto, che si basa solo su considerazioni economiche, senza badare alle conseguenze sociali (che non è detto sarebbero solo negative: dipende sempre da che cosa si guarda, e da quale punto di vista – abbiamo appena visto che la povertà, se l’ipotesi è corretta, crollerebbe, per esempio), culturali (che, pure, sarebbero sia positive che negative), ambientali (che probabilmente negative lo sarebbero eccome). Ma ci fa capire qualcosa che l’Unione Europea peraltro ha già sperimentato con l’abolizione delle sue, di frontiere interne (e che gli Stati Uniti sperimenterebbero, al contrario, se le introducessero al loro interno, tra le stelle – gli stati – che compongono la bandiera americana). Che le frontiere sono un costo: economico, umano, sociale. E che si può fare qualcosa di non particolarmente drammatico per diminuire il prezzo pagato. Anche se nessuno, nemmeno all’“Economist”, immaginerebbe di abolirle così, sic et simpliciter.Quello che si potrebbe fare, però, in un’ottica graduale e riformista, meno dirompente e socialmente digeribile, sarebbe di ragionare sul controllo delle frontiere, e sulla gestione dei flussi (anche ma non solo di persone) che le attraversano: con incrementi, se del caso, lenti, progressivi, appunto gestibili (anche politicamente), soprattutto controllati, e dunque con una speculare diminuzione del peso (persino fisico e naturalmente psicologico) delle frontiere stesse. Non c’è motivo di pensare che quanto sperimentato in Europa non potrebbe funzionare altrove, o nei rapporti dell’Europa stessa con altre aree del mondo. Dopotutto, è come sono andate finora le cose – solo, con meno controllo.Il problema è che quando si parla di migrazioni (finché si parla di mobilità – e intendiamo la nostra, in uscita e con possibilità di ritorno – siamo tutti turboliberisti), scarseggiano le ricette, su cosa e come fare. Politici, giornalisti, osservatori, sono sempre più bravi nella pars destruens che nella pars construens: a raccontare quello che non va invece di spiegare cosa si dovrebbe fare. I sociologi anche più di altri, abituati come sono a decostruire per vocazione, forse per deontologia professionale, e disimpegnati come sono dalla responsabilità della decisione. Hanno analisi, ma non hanno proposte. Mentre chi si butta nelle proposte di solito non ha analisi: come accade ai politici, e ai giornalisti al loro traino. Neanche i partiti che hanno fatto dell’immigrazione, o meglio della lotta contro di essa, la loro (spesso unica) ragion d’essere e la ragione (spesso unica) del loro successo, hanno ricette generali: qualche risposta parziale, basata su slogan (tipo “Che tornino a casa loro”, anche quando casa loro è da un pezzo – o da sempre, come per le seconde generazioni – casa nostra), per lo più priva del libretto di istruzioni, e senza alternative una volta avvenuta l’ipotizzata sparizione o blocco degli immigrati (nel mondo del lavoro, per dirne una).Il problema non è essere pro o contro la mobilità umana, xenofili o xenofobi, in astratto. E nemmeno domandarsi “se” sia utile e legittima l’immigrazione in senso stretto, dato che è già sul banco degli imputati. Ma ragionare sul “come”, sul “quanto”, sul “quando” – e sui possibili “perché”.© 2021, Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia© Utet libri