I libri di NRW: Semi di tè

Il long read di questa settimana è tratto da "Semi di tè" di Lala Hu, un racconto di protagonisti reali su cosa voglia dire essere cinesi in Italia ai tempi del Covid.

Fino agli inizi dell’anno scorso nessuno sapeva dove fosse Wuhan. Con lo scoppio della pandemia di Covid-19 è diventata la città simbolo di tutti i nostri mali. Lala Hu, milanese di origini cinesi, docente di Marketing all’Università Cattolica di Milano, con questo libro Semi di tè pubblicato da People, ha voluto raccontare cosa voglia dire essere cinesi in Italia ai tempi del Coronavirus. Attraverso protagonisti reali della comunità cinese Lala Hu ha raccontato le diverse fasi di chi come tutti è stato costretto a confrontarsi col virus. Con molte difficoltà in più. Quando alla fine del 2019 il virus ha iniziato a diffondersi a Wuhan, per tutti noi era solo un articolo di giornale o un servizio in fondo ai telegiornali. Per i cinesi in Italia era invece l’inizio di un incubo, che cominciava con la preoccupazione per amici e parenti che vivevano nella provincia di Hubei, sessanta milioni di abitanti che primi al mondo avrebbero sperimentato un rigoroso lockdown. A questa preoccupazione ne sarebbe seguita un’altra, forse ancora più dolorosa perché senza alcuna colpa. Per frenare l’equazione cinese uguale untore, all’origine di troppi casi di razzismo, sarebbe dovuto intervenire anche il presidente Sergio Mattarella. E poi, come a tutti, sarebbe venuta un’altra preoccupazione, che non è ancora passata, quella di essere contagiati. Nel racconto di Lala Hu, le fatiche del lockdown si mescolano a storie di solidarietà. Come quelle dei medici cinesi in Italia, vittime di pregiudizi, ma tra i più attivi nel farsi in quattro tra il loro lavoro in Pronto Soccorso o nei reparti Covid, e l’aiuto e l’accoglienza ai medici inviati da Pechino per combattere insieme il virus. Fabio Poletti

Lala Hu
Semi di tè
2020 People
pagine 128 euro 14

 

Per gentile concessione dell’autrice Lala Hu e dell’editore People pubblichiamo un estratto del libro Semi di tè.

Trovandosi a operare in situazioni d’emergenza, raramente si era imbattuto in manifestazioni di pregiudizio nei suoi confronti da parte dei pazienti. Solo una volta, a Ivrea, una settimana prima che la pandemia arrivasse in Italia, aveva notato un atteggiamento insolito. Era di turno al pronto soccorso quando era entrata una signora di circa settant’anni, a cui il medico di base aveva prescritto un controllo a causa di un elettrocardiogramma sospetto. L’aveva fatta sedere, ma la signora non sembrava a suo agio. Anziché rispondere alle domande che il dottor Wen le stava facendo, la paziente si rivolse all’infermiera, come se quest’ultima dovesse mediare il dialogo col medico. Dai controlli effettuati emerse che la signora non aveva nulla di grave ma, prima di aspettare l’esito completo degli esami, all’improvviso si alzò dalla stanza della visita e se ne andò senza dire nulla. Lì per lì il dottor Wen era rimasto sorpreso ma, immerso nel lavoro, non ci aveva più pensato.
Ora che la pandemia era arrivata davvero, ripensò alla signora del pronto soccorso. Non gliene faceva una colpa. Il suo atteggiamento era conseguenza del clima di ansia e di paura, amplificato dai media, che si era creato attorno al virus direttamente identificato con i cinesi. Forse ci sarebbe voluta un’altra generazione, o più di una generazione, per far sì che l’etnia di appartenenza di un medico o di un qualsiasi altro ruolo professionale non relegato ai margini della società non risultasse più un elemento singolare.
Allo scoppio dei primi focolai in Italia, Wen si stava recando in treno da Firenze a Novara per il turno di notte in pronto soccorso. Seguì in diretta radio le notizie riguardanti i primi casi a Codogno e Vo’, e nel tratto tra la stazione di Novara e l’ospedale avvertì uno strano senso di eccitazione nell’aria. Era qualcosa che tutti attendevano, ma che nessuno si aspettava sarebbe mai davvero arrivato. Tutte le ansie e le paure dell’ignoto che si erano accumulate nelle settimane precedenti trovavano infine uno sbocco. Fu quasi liberatorio, anche se non faceva presagire nulla di buono.
Durante la prima settimana di lockdown, come di consueto, il dottor Wen continuò a girare i pronto soccorso degli ospedali dove aveva organizzato i propri turni. Le strutture al Nord, in particolare, si stavano riempiendo di casi di covid-19. Un giorno, sua madre gli inoltrò un messaggio che stava circolando sui social. La Croce Rossa era alla ricerca di interpreti volontari che potessero accompagnare le delegazioni di medici cinesi in arrivo in Italia. Questa notizia cambiò la sua agenda. Rifletté sull’importanza di trasmettere le esperienze accumulate in Cina, il primo Paese duramente colpito dalla pandemia, a tutti i medici che stavano ora affrontando la stessa emergenza in Italia e spesso brancolavano nella nebbia. Forse era proprio lui la persona giusta per fare da ponte. Per quanto ne fosse a conoscenza, non c’erano altri dottori che masticassero di medicina d’emergenza, terapia intensiva e covid-19 e che allo stesso tempo sapessero parlare italiano e cinese.

© 2020 People s.r.l.