I libri di NRW: Pane e acqua

Il long read di questa settimana è tratto da "Pane e acqua" di Ibrahima Lo. Una storia che ricorda che dietro al numero dei migranti che riempiono report e statistiche, ci sono persone.

DiIbrahima Lo

Mag 29, 2021

Non se ne sa mai abbastanza. Siamo talmente abituati agli sbarchi dei migranti, che siamo anestetizzati dai racconti di quello che succede prima di una traversata in mare e pure dopo. Leggere Ibrahima Lo in questo Pane e acqua pubblicato da Villaggio Maori Edizioni, ci ricorda che dietro al numero dei migranti che riempiono report e statistiche, ci sono persone, spesso giovani, giovanissimi che scappano dalla miseria e dalla guerra verso un futuro incerto. Molti di loro muoiono per strada, nei carceri lager della Libia con cui l’Italia stringe accordi sempre più stretti perché interrompa il flusso delle migrazioni. O muoiono in mare, anche adesso. Ibrahima Lo, arrivato in Italia dal Senegal nel 2017, è uno di quelli che ce l’ha fatta. Ha attraversato deserti, è stato picchiato nelle carceri lager libiche dove ogni giorno gli davano un pezzo di pane e un bicchierino d’acqua e basta, ha attraversato il mare per approdare fino a Venezia. Gli piacerebbe diventare giornalista. La sua storia è già un libro. E lui, come tanti migranti, mostra di essere molto più forte e dignitoso di chi lo guarda male solo per il colore della sua pelle. Fabio Poletti

Ibrahima Lo
Pane e acqua
Dal Senegal all’Italia passando per la Libia
2020 Villaggio Maori Edizioni
pagine 106 euro 13

Per gentile concessione dell’autore Ibrahima Lo e dell’editore Villaggio Maori pubblichiamo un estratto dal libro Pane e acqua.

La mia vita in Liba

Gli uomini arabi a cui eravamo stati consegnati ci portarono in un posto. Inizialmente ci era sembrata una casa, poi ci rendemmo conto che era una prigione.
Noi non sapevamo niente, non capivamo dove fossimo finiti e cosa stesse succedendo, non avevamo cellulari per poter chiamare i nostri parenti o amici. Lì incontrammo tantissimi libici che giravano armati di kalashnikov, come se fossero dei militari. Erano nervosi, gridavano, noi eravamo molto impauriti perché non capivamo né cosa stessero dicendo né perché stessero urlando. Cominciarono a darci bastonate e ci dicevano in arabo cose come: wan fulus, che in italiano vuol dire «Dove sono i soldi». Noi non capivamo ma per fortuna uno di noi parlava l’arabo e poteva tradurre.
Ma noi non avevamo soldi, quelli che avevamo erano stati spesi per il viaggio che ci aveva condotti fino a lì.
Non avevamo nessuna possibilità di uscire da quella prigione e vi rimanemmo per tre settimane; poi ci trasferirono in un’altra città della Libia: Sebha. Sebha è una città di quasi 100 000 abitanti. Si trova al centro del deserto libico.
Ci portarono nuovamente in una prigione, dove la situazione era ancora più pericolosa. Eravamo controllati da molti arabi che non facevano altro che dare bastonate alle persone. Ci trattavano malissimo, ci picchiavano continuamente di giorno e di notte perché volevano soldi, denaro che nessuno di noi aveva. Un giorno mi legarono a un albero, insieme ad altre due persone, e ci lasciarono lì per due giorni. Ero molto stanco e stavo molto male.
Ogni giorno ci davano solo un piccolo pezzetto di pane e un bicchierino d’acqua. Non c’erano camere né tanto meno bagni. Dormivamo per terra e per i nostri bisogni dovevamo usare un bidone. Chiaramente quando era pieno toccava a noi alzarlo e portarlo dove dovevamo svuotarlo.
Anche di notte, mentre dormivamo, venivano e ci picchiavano. Non eravamo considerati come persone: eravamo trattati peggio delle bestie. Ero molto triste, avevo sempre mal di pancia, ma cercavo di resistere. Altri avevano dolori in tutto il corpo, avevano tante ferite che sanguinavano e non sapevamo come fare. Non ci avrebbero mai portati in ospedale.
Un giorno, mentre mi picchiavano, mi tagliarono sul braccio. Mi faceva malissimo e mi usciva molto sangue, misi un fazzoletto per tamponare la ferita ma il sangue non si fermava. Erano diventati sempre più cattivi con noi e noi non sapevamo come fare per fuggire.
Intanto erano passati tre mesi dall’ultima volta in cui avevo sentito mia zia e il mio amico Mouhamed; non mangiavo bene, non bevevo a sufficienza, avevo tanti dolori, continuavano a trattarmi male e a picchiarmi, non sapevo più cosa fare. Un giorno due nigeriani e un gambiano che avevano fatto il viaggio con me e che erano diventati miei amici, decisero che dovevamo trovare un modo per scappare da quella prigione. Parlavano tra loro in inglese per cercare una soluzione: pensarono che l’unica possibilità sarebbe stata provare a scappare di notte.
Così una notte si alzarono e provarono ad aprire la porta per uscire, ma lì vicino c’era un libico che aveva sentito il loro rumore. Aveva capito che loro volevano scappare, così chiamò altri uomini. Quando questi arrivarono li presero e iniziarono a picchiarli con la testa del loro kalashnikov sul capo. Loro urlavano, chiedevano aiuto, piangevano. I libici continuavano a picchiarli.
Non avevo mai visto prima di allora delle persone così violente, così cattive. Non avevo mai visto delle persone soffrire così tanto. Alla fine li uccisero di botte davanti ai nostri occhi.

©2020, Villaggio Maori Edizioni s.a.s

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