I libri di NRW: Martin Luther King

Il long read di NRW: "Martin Luther King" di Paolo Naso. L'impatto di King in un Paese che ancora oggi non riesce a fare i conti con un passato di schiavitù.

DiPaolo Naso

Giu 26, 2021

Ad Atlanta, circondata da una piscina d’acqua affiorante, la tomba di marmo nero del reverendo Martin Luther King, ci illumina dal 1968. Da quel 4 aprile a Memphis in cui con un colpo di pistola l’America venne risvegliata da un sogno, l’altro sogno americano. I have a dream, il sogno dell’uguaglianza svelato da Martin Luther King durante l’imponente manifestazione del 28 agosto 1963 davanti al Lincoln Memorial a Washington, è rimasto tale. Anzi si è troppo spesso declinato in un incubo. Un filo rosso segna il massacro di Tulsa di un secolo fa, quando 300 afroamericani vennero sterminati da bianchi americani in un’operazione di pulizia etnica, all’omicidio di George Floyd e degli altri afroamericani vittime di soprusi da parte della polizia. In questo Martin Luther King Una storia americana pubblicato da Editori Laterza, Paolo Naso, docente di Scienze Politiche alla Sapienza di Roma, non si limita a tracciare la biografia di uno dei più importanti attivisti contro la segregazione negli Usa. Ma va molto oltre, raccontandone l’impatto su un Paese che ancora oggi non riesce a fare i conti con un passato di schiavitù e cercando di svelare i retroscena di un omicidio che non si può definire solo di stampo razzista. Come ha racconto Paolo Naso in un’intervista a Letture.org, analizzando i retroscena dell’omicidio di Memphis, mettendo in fila le concause della morte del reverendo King: «Il complesso di interessi economici, politici e militari che sosteneva la guerra in Vietnam e difendeva un ordine sociale basato sull’ingiustizia e il razzismo. Ad oggi, nonostante un colpevole condannato dai tribunali federali, restano dubbi su chi abbia effettivamente ucciso King ma è più chiaro che cosa abbia determinato la sua condanna a morte». Fabio Poletti

Paolo Naso
Martin Luther King
Una storia americana
2021 Editori Laterza
pagine 224 euro 18

Per gentile concessione dell’autore Paolo Naso e di Editori Laterza pubblichiamo un estratto dal libro Martin Luther King.

Nonostante alcuni inviti alla Casa Bianca, dai primi mesi del 1967 King aveva di fatto interrotto le comunicazioni con un presidente «di cui non aveva personalmente fiducia e le cui politiche giudicava sempre più disgustose».
E qui si pongono altri interrogativi: che cosa era successo?
Come si era arrivati allo scontro tra il leader del civil rights movement e il presidente Johnson che, rompendo gli indugi e pagando un prezzo importante sul piano del consenso, aveva concesso quello che Kennedy non aveva voluto e potuto riconoscere?
Pochi mesi dopo la firma del Voting Rights Act, King aveva già iniziato a pensare alle mosse successive. E cercava idee, strategie, temi per quella che sentiva come una nuova fase di mobilitazione che andasse oltre il tema del voto e dell’eguaglianza e si aprisse a una più diretta e ampia partecipazione dei bianchi.
Dal 1966, e con crescente intensità, King denunciava il nesso strutturale tra militarismo e razzismo, che a loro volta erano espressione e conseguenza del capitalismo. La tesi e l’utilizzo stesso del termine “capitalismo” meritano una sottolineatura. Come vedremo in dettaglio nel capitolo VI, nel 1966 si precisa una “svolta” o, meglio, una radicalizzazione in senso economico-politico dell’analisi sui mali dell’America. Negli anni delle marce e dei sit-in per conquistare il diritto di voto il tema della disuguaglianza sociale era rimasto sospeso, ma a quel punto King mirava a denunciare la struttura portante del sistema americano che a suo avviso produceva razzismo, ingiustizia economica e militarismo.
L’impegno su un tema di politica internazionale quale la guerra in Vietnam, apparentemente distante dagli interessi primari della comunità afroamericana, non era affatto scontato, e per questo, dopo aver anticipato il tema in varie intervi- ste, King decise di aderire all’invito dell’associazione interreligiosa Clergy and Laity Concerned about Vietnam (CALC), che gli aveva affidato il ruolo di keynote speaker in occasione di un dibattito nella cornice solenne della Riverside Church di New York: sede prestigiosa che, benché largamente finanziata da una famiglia di orientamento conservatore come i Rockefeller, già negli anni ’60 si proponeva come tempio del pacifismo di matrice cristiana. L’evento ebbe luogo il 4 aprile del 1967 e King, per quanto ospite d’onore, intervenne in una tavola rotonda aperta da John Bennett, presidente dello Union Theological Seminary, vero e proprio think tank del protestantesimo liberal nordamericano. Prima di King prese la parola anche il rabbino Abraham Joshua Heschel, anche lui personalità di primo piano del civil rights movement. L’intervento di King aveva uno specifico obiettivo: dimostrare in termini razionali e politicamente remunerativi che l’impegno contro la guerra in Vietnam non andava a scapito del sostegno ai diritti civili, ma che le due questioni potevano considerarsi come aspetti diversi di un’unica strategia di mobilitazione a sostegno della causa degli afroamericani. Nella sua analisi l’intervento militare in Vietnam aveva interrotto il percorso di crescita di una nuova coscienza della “crisi razziale” americana e allargato il gap economico e sociale tra bianchi e neri:
Fu allora che compresi che l’America non avrebbe mai investito i fondi e le energie necessarie alla riabilitazione dei suoi poveri per il tempo che le avventure come la guerra in Vietnam avrebbero continuato ad assorbire competenze e capitali come una diabolica macchina di distruzione […]. I giovani neri rovinati dalla nostra società, li prendiamo e li mandiamo a ottomila miglia da casa loro per difendere delle libertà che non avevano trovato né in Georgia né ad Harlem.
Anche in questa occasione schiettamente politica, però, utilizzò il registro della comunicazione pastorale. A King stava a cuore la “redenzione” dell’America, la salvezza della sua anima corrotta dal «razzismo, dal materialismo e dal militarismo». La crisi dell’America era insomma morale e politica insieme e il Paese, per superarla, da una parte doveva ricostruire la sua radice spirituale e dall’altra distruggere il deposito storico di ingiustizie e ineguaglianza di cui il razzismo era la punta più visibile e odiosa.
Un giorno o l’altro bisognerà comprendere che tutta la strada di Gerico [il riferimento è all’episodio del buon samaritano, che il Vangelo di Luca colloca sulla strada che da Gerusalemme scendeva a Gerico, N.d.A.] è da rifare, affinché gli uomini cessino di essere battuti [picchiati, N.d.A.] e spogliati quando viaggiano su questa grande strada che è la vita. La compassione autentica non consiste nel gettare una moneta a un mendicante: ciò non è che superficialità… Essa [la compassione, N.d.A.] nasce dall’evidenza che una struttura sociale che produce la povertà ha bisogno di essere riorganizzata da cima a fondo. Un’autentica rivoluzione dei valori si troverà rapidamente a cattivo agio [disagio, N.d.A.] davanti all’evidente contrasto tra povertà e ricchezza.
Altri passaggi furono invece più specificamente politici, ad iniziare dalle cinque precise richieste rivolte all’Amministrazione Johnson: la fine di tutti i bombardamenti nel Vietnam del Nord e del Sud; la dichiarazione unilaterale del cessate il fuoco come premessa necessaria per avviare un negoziato; la prevenzione dell’allargamento del conflitto in altre regioni nel Sud-Est asiatico, limitando la presenza militare americana in Thailandia e l’interferenza nel Laos; il riconoscimento del ruolo del Fronte di liberazione nazionale come soggetto politico del Vietnam del Sud e quindi come interlocutore necessario del negoziato. È in questo intreccio di interventismo militare e rapporti di forza interni a un’amministrazione politica debole quale fu quella di Johnson negli ultimi mesi del suo mandato che, ancora oggi, vanno cercate le risposte agli interrogativi sull’assassinio di Martin Luther King.

© 2021, Gius. Laterza & Figli

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