I libri di NRW: L’inferno dei bambini soldato

Il long read di questa settimana è tratto da "Johnny Mad Dog. L’inferno dei bambini soldato" di Emmanuel Dongala, una storia purtroppo reale che da decenni incendia l'Africa.

Ci piacerebbe che fosse solo un romanzo, un’opera di fantasia, questo Johnny Mad Dog che il pluripremiato scrittore della Repubblica Centrafricana Emmanuel Dongala ha pubblicato nell’edizione italiana con l’editore Marotta & Cafiero. Se i protagonisti sono solo frutto di un romanzo, il contesto è purtroppo reale, quanto di peggio si possa immaginate nelle guerre tribali che dagli Anni Settanta insanguinano l’Africa. Johnny Mad Dog, «cane pazzo» come ama definirsi, sedici anni appena, è uno dei tanti bambini soldato protagonisti della guerra civile in Congo nel 1987. Anche lui è stato drogato per fare la guerra, ha ucciso e stuprato, combattuto per niente, anche uno stereo va bene come ricompensa. A fargli da contraltare un altro ragazzino, quello che Johnny Mad Dog non sarà mai. Si chiama Laokolé, stessa età, il suo sogno nel cassetto è diventare ingegnere. Va bene a scuola e, per farne il ritratto perfetto, è pure un figlio devoto che accudisce la madre disabile, rimasta senza gambe per la guerra e che trascina per le strade adagiandola su una carriola. Una sedia a rotelle è un lusso che non può permettersi. Altri bambini agitano il libro, altre storie, ragazzini soldato con nomi altisonanti che evocano furiose battaglie come Giap e Rambo. Alla fine ne esce un racconto corale di sogni infranti di bambini e di violenza cieca di una guerra che si mangia tutto. E che Emmanuel Dongala, nato nella Repubblica Centrafricana, conosce bene per averla vista da vicino. Da bambino lo scrittore ha vissuto nel Congo Brazzaville. Dopo la guerra civile del 1997, scappa negli Stati Uniti grazie al sostegno attivo di Philip Roth. Per anni Emmanuel Dongala ha insegnato letteratura africana francofona all’Università di Simon Rock a Boston. Fabio PolettiEmmanuel DongalaJohnny Mad DogL’inferno dei bambini soldatotraduzione di Monica Martignoni2020 Marotta & Cafieropagine 376 euro 16

Per gentile concessione dell’autore Emmanuel Dongala e dell’editore Marotta & Cafiero pubblichiamo un estratto dal libro Johnny Mad Dog.Prima di metterci in movimento per l’attacco, Giap ha iniziato a distribuire i compiti come un vero capo. Oltre alle mie armi, che pesavano già come sassi, mi ha chiesto di trasportare il lanciarazzi, un affare alto quasi il doppio di me e terribilmente pesante. «Ehi, oggi il lanciarazzi tocca a te, Lufua Liwa» mi ha detto. Ah, no! Come lui non era più Pili Pili, io non ero più Lufua Liwa, bensì Matiti Mabé. Mi sono accorto che non gli avevo detto di aver cambiato nome. Adesso, saperlo e ricordarlo conveniva a tutti, anche a lui. L’ho guardato negli occhi e ho proclamato: «Matiti Mabé, d’ora in avanti mi chiamo Johnny Matiti Mabé!» Si è messo a ridere. Vedendo lui, hanno riso anche gli altri.«Nel senso di erba cattiva come l’inutile sterpaglia? Allora ti chiamerò Sterpaglia.» Gli altri hanno riso di nuovo. Ribollivo di collera. Ho pensato di ucciderlo, Giap, e con il pensiero la mano mi è scivolata verso l’AK-47, ma il mio cervello, che lavora alla svelta, ha capito che lui si era già attaccato al bicipite il grigrì che lo proteggeva dai proiettili. Questo grigrì, quando funzionava a potenza ridotta, trasformava le pallottole in zolle di terra umida; alla massima potenza, invece, le faceva rimbalzare sul corpo e tornare indietro, a colpire chi le aveva sparate. A quel punto, solo l’arma bianca poteva penetrargli il corpo e ucciderlo. Ho pensato al pugnale che portavo appeso al cinturone. Sarei balzato su di lui come una pantera e gli avrei trafitto il cuore. Tuttavia, ho mantenuto la calma, non perché il suo torace gonfio di muscoli mi facesse paura, ma perché avevo capito che in realtà non parlava con malizia; non essendo una cima, ignorava che la sterpaglia fosse erba secca, non erba cattiva. L’erba secca la brucano le capre quando non trovano altro da mettere sotto i denti, ci corrono sopra i bambini quando giocano a calcio e la usano i poveri per riempirci il letto perché non hanno i soldi per comprarsi un materasso di gommapiuma. Ma Giap evidentemente non ci arrivava. Quindi gli ho ripetuto, senza arrabbiarmi, per istruirlo, che la sterpaglia non era un’erba cattiva come me. Senza prestare la minima attenzione a quello che gli avevo appena detto, ha ripetuto: «Sterpaglia, per l’attacco di stasera, il lanciarazzi lo porti tu». D’accordo, accetto che Giap mi chiami Sterpaglia, ma per tutti gli altri sono Matiti Mabé. Dove passo io, l’erba non ricresce e non ha il tempo di seccare! Se no finisce male.E invece no, non lo avrei portato quel lanciarazzi. Perché non lo faceva fare a Idi Amin, che si vantava di essere più grosso di me? In effetti era gigantesco. Una volta l’avevo visto sollevare da solo un frigorifero, per metterlo in un veicolo che avevamo requisito per andare a razziare il negozio di un mauritano; noi, invece, facevamo fatica a sollevare un congelatore in tre. Ovviamente si era tenuto il frigo. Nessuno aveva osato contenderglielo, tranne me; normalmente avremmo dovuto spartire il bottino. Si era arrabbiato e aveva iniziato a insultarmi. L’avevo segnalato al maggiore Rambo, che all’epoca era il nostro capo. Lui non aveva voluto accusare Idi Amin, forse aveva paura di lui. Invece aveva fatto il culo a me, mentre Giap, che si chiamava ancora Pili Pili e a cui avevo rivolto il mio sguardo, non era neanche intervenuto in mio favore. Anzi, si era messo a sghignazzare con quella sua rozza risata stupida. Aveva cercato di perorare la mia causa solo Caimano, che era mio amico e rispettava la mia intelligenza. Ebbene, ora sono Matiti Mabé e non mi lascerò mettere i piedi in testa, visto che il mio equipaggiamento prevede già una tonnellata di munizioni. Volevo guardare Giap negli occhi e dirgli che non avevo nessuna intenzione di accollarmi quel lanciarazzi e che doveva farlo portare a Idi Amin, però ho rivisto attaccato al suo bicipite il sacchetto di grigrì di pelle conciata color saliva, tinta di noce di cola masticata e sputata; non solo lo proteggeva dai proiettili, ma lo rendeva furioso come un toro e cattivo come un gorilla. Quando lo portava non ascoltava nessuno, non temeva nulla, si arrampicava su una palma in un quarto di secondo ed era meglio non azzardarsi a dirgli qualcosa di sensato. Quando uno è intelligente sa scegliere gli scontri, solo le donnette agiscono d’im- pulso e bisticciano per qualunque sciocchezza. Io non ero certo una donnetta ed ero il più intelligente del gruppo; non solo l’avevo fatto capo, ma si chiamava Giap grazie a me. Mi doveva tutto. Quindi, ho pensato che sarebbe stato meglio caricarmi in spalla quel lanciarazzi senza impuntarmi e con disinvoltura. In questo modo avrei impressionato sia lui sia tutta la banda, Idi Amin compreso. Avrei dimostrato che i muscoli ce li avevo anch’io: bicipiti, pettorali, addominali e polpacci. Giap avrebbe capito che su di me poteva contare; gli altri, che ero uno con cui bisognava farli, i conti. Perciò, ho sollevato il lanciarazzi senza fare storie e me lo sono caricato in spalla. Ci siamo messi in marcia. Era il crepuscolo.Non so se avessimo attaccato per caso o se Giap avesse ricevuto istruzioni precise, comunque eravamo i primi a ritrovarci davanti alla sede della radio e della televisione. Ho lanciato il mio primo razzo su uno dei due blindati che sorvegliavano l’ingresso. È praticamente esploso e anche l’altro ha preso fuoco. I soldati nemici hanno sparato un po’, poi c’è stato un fuggi fuggi generale. Con il suo lanciafiamme, Caimano ha trasformato i fuggiaschi in torce umane che si dimenavano a terra urlando di dolore. Era divertente. Sembravano tanti porci che strillavano.© Emmanuel Dongala, 2002© Marotta & Cafiero editori srl