I libri di NRW: L’imperatrice

Il long read di questa settimana è tratto da "L’imperatrice" di Liliana Nechita. Cosa spinge tante donne rumene a emigrare e cosa lasciano in Romania?

DiLiliana Nechita

Lug 31, 2021

Donna rumena in Italia uguale badante. Da vent’anni l’equazione è sempre quella. Ma sono pochi a chiedersi perché si scappa dalla Romania per un futuro talvolta incerto. E se tutte le donne lasciano la Romania per andare a lavorare in Francia, in Spagna o in Italia, cosa rimane del loro Paese di origine? Ci aiuta a capire tutto questo Liliana Nechita, che da 15 anni, dopo aver lasciato la Romania, fa davvero la badante in Italia. O almeno questo fino ad oggi è ancora il suo lavoro principale. Dopo aver esordito qualche anno fa con Ciliegie amare, dove raccontava la migrazione femminile dall’Est Europa, in questo L’imperatrice, pubblicato da FVE Editori, ci racconta del suo Paese impoverito dai tempi di Ceausescu, quando ancora c’era il comunismo di Stato, visto attraverso gli occhi di sua suocera Olga, detta L’imperatrice perché per forza e carattere sarebbe andata assai lontano «se solo avesse studiato». E invece Olga è rimasta al paese, come imbullonata dalle responsabilità di crescere un nugolo di figli avuti da due mariti morti uno dietro l’altro. Olga è donna forte, costruisce la famiglia con le sue mani. Ma si guarda attorno e vede sempre più erbacce crescere sui vialetti delle case abbandonate, di chi ha scelto di guardare verso l’orizzonte, verso l’Europa dell’Ovest che promette tanto e dove alla fine ci si arena a compiere i lavori più umili e meno pagati, come quello di badante. Fabio Poletti

Liliana Nechita
L’imperatrice
2021 FVE Editori
pagine 192 euro 15

Per gentile concessione dell’autrice Liliana Nechita e di FVE Editori pubblichiamo un estratto dal libro L’imperatrice.

Ero entrata con stupore nel mondo di Olga.
Nata nel ‘68, educata sotto il comunismo, sapevo tirare la corda – così diceva mio padre. Quando ero piccola, dappertutto sentivo dire che Ceausescu era “il più amato figlio del popolo”. Siccome io avevo sempre un brutto fiocco rosso intorno al collo, mi sembrava che avrei dovuto faticare tanto per essere amata anch’io.
Mio padre era morto quando avevo solo sei mesi e il mio nuovo padre era un comunista convinto, il tipo che sta a guardare solo i film con trattori e operai che lavorano per la vittoria.
Quando parlava Ceausescu in TV – e si vedeva spesso, per via dei congressi del partito – dovevamo stare buoni e tranquilli sulle sedie e ascoltare le sue parole. Non si capiva un granché, non riusciva ad attirare l’attenzione. L’unica cosa bella: spesso la gente che si trovava nella grande sala del palazzo si alzava in piedi e applaudiva forte, con tanto entusiasmo.
Diventavo grande con molte paure – non ero abbastanza ordinata, non studiavo abbastanza, non riuscivo a correre abbastanza veloce a scuola… Dovevo fare tutto bene e veloce.
Dopo arrivarono gli anni bui. Anni che trascorrevano facendo sempre la fila per avere pane, latte, zampe di pollo o costine di maiale. Inverni freddi, quando se ne andava anche la luce elettrica – e tutto per costruire il socialismo.
A un certo punto, era un inverno così, stavo in fila per prendere un sacchetto di patate, ero incinta e il mio cappotto non arrivava a coprirmi la pancia. Aspettavo già da più di un’ora, nevischiava e l’aria era pungente, stavo con gli stivali dentro un fango freddo.
Una coltellata nella pancia mi atterrì. Quasi subito ne arrivò un’altra, confermando la mia paura. Però non potevo partire a mani vuote. Quindi strillai rivolta alla commessa, che stava nel camion e buttava giù i sacchi di patate:
“Datemi subito un sacco, o partorisco qui, in strada!”
Nell’ospedale, in sala parto, c’erano altre otto donne che strillavano insieme a me. L’aborto era vietato e le donne partorivano per la gloria della società nuova.
Si costruiva dappertutto, palazzi, scuole, si demoliva il mondo vecchio e le gru giravano sopra le nostre teste.
C’era tanto cemento, si decideva che servivano appartamenti per gli operai e nasceva veloce un nuovo quartiere, i camion arrivavano pieni di placche di cemento, muri già fatti, pronti per essere uniti. Si alzavano le fabbriche e le città avevano bisogno di operai nuovi, sempre di più.
I paesi di campagna si svuotavano di gente, fare il contadino non era più bello, non era più di moda pascolare le mucche, ma fabbricare bulloni.
Le nostre vite erano decise dalla nascita: studio, lavoro, famiglia, figli, case di cemento.
Conoscevamo solo le regole e sapevamo star zitti.
Ma a pochi chilometri dalle città la vita era diversa, gli alberi continuavano a fiorire senza chiedere il permesso, le galline facevano le uova di testa loro e i pomodori diventavano maturi sotto un sole che se ne fregava di quello che stava accadendo sulla terra.

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