I libri di NRW: La promessa

Il long read di questa settimana è tratto da "La promessa" di Damon Galgut, che tratteggia un Sudafrica lacerato tra antichi odi, rinascita e promesse mai mantenute.

Ci sono ferite che si fa fatica a rimarginare. Altre, come le promesse disattese, che sanguinano per anni. Di questo parla La promessa, scritto dall’autore sudafricano Damon Galgut, vincitore del Booker Prize 2021 per questo romanzo ora pubblicato dalle edizioni e/o. Dipanandosi dal 1986 al 2018, attraverso quattro funerali che segnano una famiglia, il romanzo racconta di una promessa fatta in punto di morte alla matriarca Ma, che chiedeva di lasciare alla domestica nera Salomè la catapecchia dove viveva e quella poca terra arida che la circondava. Promessa non mantenuta ma che lascerà per decenni ampi strascichi ai componenti tutti banchi di questo gruppo familiare. Ad una prima lettura ne segue però un’altra, più profonda ed attuale con conseguenza ancora più devastanti. La promessa, non mantenuta, è quella del Sud Africa del post apartheid, rinato con la liberazione di Nelson Mandela che diventerà poi Presidente e affondato tra liti e corruzione ai vertici del Paese, travolto da una crisi economica destinata ad allargare ancora di più il divario tra i bianchi che avevano tutto, e che continueranno ad averlo, e i neri relegati ai margini della società, rinchiusi in township assai insicure più simili a ghetti che ad agglomerati urbani. L’invecchiamento e la morte, sullo sfondo di questo romanzo, sono in realtà l’architrave della saga familiare, seguita da una voce narrante lungo quattro funerali, tra il 1986 quando venne proclamato lo stato d’emergenza, ultimo strenuo e inutile tentativo di salvaguardare la politica dell’apartheid, e il 2018 quando si dimise il presidente Zuma, dopo decenni di scandali e ruberie. I tre figli della donna che non manterranno la promessa, sono allora il simbolo del Sudafrica lacerato tra antichi odi, risentimenti ancestrali voglia di rinascita e promesse mai mantenute. Fabio PolettiDamon GalgutLa promessatraduzione dall’inglese di Tiziana Lo Porto2021 edizioni e/opagine 288 euro 18

Per gentile concessione dell’autore Damon Galgut e dell’editore e/o pubblichiamo un estratto dal libro La promessa.Ma. È Salome, ovviamente, che è da sempre qui alla fattoria, o quantomeno sembra lo sia sempre stata. Mio nonno ne parlava ogni volta così, Oh, Salome, l’ho presa insieme alla terra.Si ferma un momento a osservare, mentre toglie le lenzuola dal letto. Una donna corpulenta, solida, che indossa un abito di seconda mano, regalatole da Ma anni prima. Un foulard legato sui capelli. È scalza e le piante dei piedi sono screpolate e sporche. Anche le mani hanno dei segni, i graffi e le cicatrici di innumerevoli collisioni. Probabilmente ha la stessa età di Ma, quarant’anni, anche se sembra più vecchia. Difficile stabilire un numero esatto. Dal suo viso non trapela granché, indossa la vita come una maschera, come un’immagine scolpita.Ma alcune cose le sai, perché le hai viste con i tuoi occhi. Nello stesso modo impassibile con cui Salome spazza e pulisce la casa e lava i vestiti delle persone che vi abitano, si è presa cura di Ma durante la malattia, vestendola e spogliandola, aiutandola a fare il bagno con un secchio di acqua calda e un lappie, aiutandola ad andare in bagno, sì, anche pulendole il culo dopo che aveva usato la padella, asciugando sangue e merda e pus e piscio, tutti i lavori che le persone della sua famiglia non volevano fare, troppo sporco o troppo intimo, lasciatelo fare a Salome, è per questo che viene pagata, no? Era con Ma quando è morta, proprio lì accanto al letto, anche se nessuno sembra vederla, è apparentemente invisibile. E anche tutto ciò che prova Salome sembra invisibile. Le viene detto, Pulisci qui, lava le lenzuola, e lei obbedisce, pulisce, lava le lenzuola.Ma Amor riesce a vederla dalla finestra, così in fin dei conti non è invisibile. E intanto pensa a un ricordo, finora non elaborato, di un pomeriggio di solo due settimane fa, in quella stessa stanza, con Ma e Pa. Si erano dimenticati che ero lì, in un angolo. Non mi avevano vista, per loro ero come una donna nera.(Me lo prometti, Manie?Tenendolo stretto, le mani scheletriche che lo afferrano, come in un film dell’orrore.Ja, te lo prometto.Perché voglio davvero che abbia qualcosa. Dopo tutto quello che ha fatto.Lo capisco, dice.Promettimi che lo farai. Dillo.Te lo prometto, dice Pa, con un suono soffocato.)Vede ancora l’immagine nella sua mente, i suoi genitori stretti insieme come Gesù e Sua madre, un terribile, triste nodo di abbracci e lacrime. Il suono altrove, più in alto e in disparte, le parole che non le sono arrivate fino a quel momento. Ma finalmente capisce di chi stavano parlando. Ovviamente. Ovviamente. Ma non mi dire.È seduta nel punto che le piace, tra le rocce, alla base dell’albero bruciato. Dov’ero quando il fulmine ha colpito, dove sono quasi morta. Pum, fuoco bianco che cade dal cielo. Come se Dio ti avesse indicata, dice Pa, ma come fa a saperlo, non era qui quando è successo. L’ira del Signore è come una fiamma vendicatrice. Ma non sono bruciata, non come l’albero. A parte i piedi.Due mesi in ospedale, in convalescenza. La pelle è ancora morbida sulle suole e manca un mignolo. Lo tocca adesso, tastando la cicatrice. Un giorno, dice ad alta voce. Un giorno lo farò. Ma il pensiero si interrompe a metà e quello che farà un giorno resta lì, sospeso.Quello che sta succedendo adesso è che qualcun altro sta salendo lungo la collina dall’altra parte. Una figura umana che si avvicina, riempiendosi piano piano, vestendosi di età, sesso e razza, come capi di abbigliamento, fino a che non vede un ragazzino nero, anche lui tredicenne, con indosso calzoncini e T-shirt stracciati, ai piedi scarpe da ginnastiche rotte.Il sudore appiccica la stoffa alla pelle. Allentala con le dita. Ciao, Lukas, dice.Howzit, Amor.Per prima cosa è necessario battere la terra con un bastone.Poi Lukas si sistema su un masso. È facile parlare tra di loro. Non è la prima volta che si incontrano qui. Ancora ragazzini, sul punto di non esserlo più.Mi dispiace per tua madre, dice.Quasi piange di nuovo, ma non lo fa. Va bene se lo dice lui, perché anche il padre di Lukas è morto, in una miniera d’oro vicino a Johannesburg, quando lui era ancora piccolo. Qualcosa li unisce. Ciò che ha appena ricordato trabocca, vuole raccontarglielo.Adesso è vostra, la casa, dice.Lui la guarda, senza capire.Mia madre ha detto a mio padre di darla a tua madre. Un cristiano mantiene sempre la parola.Guarda giù dalla collina dall’altra parte, dove abita lui, nella casetta storta. Casa Lombard. La chiamano tutti così, anche se la vecchia signora Lombard è morta anni fa, prima che il nonno di Amor la comprasse per impedire a quella famiglia indiana di trasferirsi e piuttosto ha lasciato che ci vivesse Salome. Alcuni nomi restano, altri no.Casa nostra?Adesso sarà vostra.Lukas sbatte le palpebre, ancora confuso. È sempre stata casa sua. È nato lì, dorme lì, di cosa sta parlando la bambina bianca? Annoiato, sputa e si alza. Lei si accorge di quanto gli sono diventate lunghe e forti le gambe, i peli ispidi che crescono sulle cosce. Sente anche l’odore, è puzza di sudore. È tutto nuovo, o forse è nuovo l’essersene accorta, ed è già imbarazzata, ancora prima di rendersi conto che lui la sta guardando.© Damon Galgut 2021© 2021 by Edizioni e/o