I libri di NRW: Il pioniere

Il long read di questa settimana è tratto da "Il pioniere" di Tatiana Dordević Simić. Attraverso il occhi del giovane Boško, il tramonto della Jugoslavia.

Le radici rimangono dentro di noi anche se la terra dove sono piantate non esiste più. Ne sa qualcosa il piccolo Boško, chiamato il primo giorno di scuola a giurare fedeltà, e amore si capisce, al presidente Tito, il maresciallo Tito, anche se morto da tempo. Gli Anni Ottanta della dissoluzione dell’impero sovietico sono pure gli anni in cui tramonta la Jugoslavia, terra di confine e di confini, lacerata da odi atavici che sfoceranno in una guerra fratricida, la prima in Europa dopo il secondo conflitto mondiale. A raccontare la storia del piccolo Boško in questo Il pioniere pubblicato da Besa Muci Editore è Tatjana Đorđević Simić, giornalista serba, corrispondente dall’Italia per vari media della Serbia e degli altri paesi della ex Jugoslavia. Tatjana Đorđević Simić vive in Italia dal 2006 e da allora ha collaborato con molte riviste di geopolitica italiane e internazionali. Scrive per Al Jazeera Balkans e per la versione in serbo della BBC. È autrice del portale Frontierenews.it. Dal marzo 2020 è Consigliere Delegato dell’Associazione Stampa Estera Milano. Non è difficile intuire che il piccolo Boško è l’alter ego della scrittrice, anche lei finita in un altro Paese seppur qualche anno dopo la frantumazione della Jugoslavia. L’adolescente Boško è un ragazzino come tanti altri, ma sullo sfondo delle sue storie c’è pur sempre un Paese che, venuto a mancare il maresciallo Tito, è sul punto di esplodere sotto la spinta dei nazionalismi delle singole regioni. I capitoli che seguono del romanzo, non strettamente in ordine cronologico, ci accompagnano dai ricordi dell’adolescenza, vissuta durante il conflitto, a quelli dell’età adulta, trascorsa in Italia come rifugiato, per sfuggire alle devastazioni che la guerra ha lasciato nel suo Paese. L’approdo in Italia da rifugiato non è la fine di tutti i mali. «La parola rifugiato mi ricorda al tempo stesso il rifiuto di qualcosa e anche un rifugio». Trovarsi bene in un Paese straniero non è facile, perse le radici l’integrazione è la faticosa conquista di ogni giorno. Anche perché gli odi e gli antichi pregiudizi verso gli ex fratelli jugoslavi di un tempo, continuano a fare parte delle tue radici. Per questo romanzo Tatiana Dordević Simić ha vinto il Primo Premio Voci Dal Mondo – Autori Stranieri nell’ambito del Premio Intercontinentale di Arte Letteraria Le Nove Muse. La premiazione si svolgerà a Venezia Mestre, oggi sabato 11 giugno, dalle ore 15.30, presso il Centro Culturale Candiani, in piazzale Luigi Candiani 7. Fabio PolettiTatiana Dordević SimićIl pioniere2021 Besa Muci Editorepagine 128 euro 14
Per gentile concessione dell’autrice Tatiana Dordević Simić e dell’editore Besa Muci pubblichiamo un estratto dal libro Il pioniere.Il nostro Paese è grande (Belgrado, 1989)La maestra ci racconta che siamo grandi guerrieri. Ci ha spiegato anche perché il nostro popolo è così orgoglioso e perché festeggiamo, quasi con gioia, la più grande sconfitta inflittaci dall’Impero Ottomano. La battaglia persa che ci ha portato a rimanere sotto il dominio turco per cinque secoli.La maestra dice anche che il nostro Paese è il più forte nella penisola Balcanica e che noi, come nazione, siamo più importanti degli altri. Come lei ripete sempre, i suoi insegnamenti saranno utili nella vita e per noi, piccoli alunni, tutto quello che dice la maestra è oro colato.Qualche giorno fa si è molto arrabbiata con la mia compagna di banco. La maestra si chiama Ružica, come il fiore. È una sessantenne, coetanea di mia nonna, con i capelli scuri, gli occhi gonfi e la pelle giallastra. Ha un brutto carattere, di solito è sempre arrabbiata. A volte fa l’amica con noi, ma questo è molto raro. Dicono che sia divorziata da anni e sia rimasta sola con due figli piccoli. Lei, però, non è mai scesa nei dettagli della sua vita privata. L’unica cosa che ci racconta è la storia dei suoi genitori. Forse si vergogna, anche, perché essere divorziati nella Jugoslavia degli anni ’80 è una cosa di cui non andare fieri, specialmente per una donna.Ana, la mia amica, non sa indicare sulla mappa geografica quali siano i confini del nostro Paese. Per aiutarla, la maestra le dice che la linea che divide i Paesi sulla mappa è di colore rosso e che il nostro grande territorio si trova tra l’Austria e la Grecia. Con il suo piccolo dito, Ana indica la Jugoslavia più piccola di quanto sia in realtà, saltando alcune Repubbliche come la Slovenia e la Macedonia. In quell’i- stante, la maestra evidentemente arrabbiata, sbatte la testa della mia amica contro la lavagna appesa al muro, subito sotto il quadro del Presidente. Ana, spaventata e con le lacrime agli occhi, cerca di proteggersi coprendosi la testa con le mani, mentre la maestra la sgrida dicendo che da quel momento non si sarebbe più dimenticata quali Repubbliche fanno parte del nostro Paese.Ancora furiosa e agitata, per tranquillizzarsi, la nostra insegnante inizia ad accarezzare sulla testa uno degli alunni seduti in prima fila con il bastone che di solito usa per punirci. Quasi calma, cerca di spiegare perché è così importante conoscere i confini del nostro territorio.La Jugoslavia è un grande e importante territorio. Uno dei più importanti Paesi in Europa e anche nel mondo. Questo è uno degli insegnamenti della maestra Ružica e tutto quel che dice lei è vero.A me, sinceramente, di sapere dove cominciano o finiscono i confini di un Paese non interessa molto. Conosco già alcune cose della storia e della gloria dei popoli che fanno parte del nostro territorio, noto come Jugoslavia, ma non riesco ancora a capire bene l’importanza della parola “confine”. Non la capisco proprio.Purtroppo, quel nostro famoso e grande Paese rischiava di diventare sempre più piccolo, soprattutto quando alcune delle sue Repubbliche hanno annunciato di volersi staccare. Cosa a cui, tra l’altro, la nostra maestra non ha mai fatto accenno.In questi giorni la maestra è molto arrabbiata. Cerco di capire con chi e perché. So solo che l’avvenimento che ha colpito la mia sfortunata amica qualche giorno fa, non lo dimenticherò mai. Un momento che, in qualche modo, ha segnato la mia vita. Ma questo l’ho capito molto più tardi.Il Presidente (Belgrado, 1987)Ho imparato a leggere bene verso la fine della prima elementare. I libri non mi interessavano molto, ma la mia relazione con la lettura è cambiata il giorno in cui ho scoperto un libro scolastico molto particolare. Il Bukvar, il libro delle lettere. Non so perché ma quel libro mi ha colpito fortemente. Forse per la sua copertina colorata o per le innumerevoli illustrazioni. Sulla copertina appaiono quattro bambini, due maschi e due femmine, in un fiore rosso. Il fiore è circondato da diversi uccelli e da lettere minuscole e maiuscole che volano. Queste lettere sono scritte sia in alfabeto cirillico sia in quello latino perché noi li usiamo entrambi. Ognuna di esse è legata a una storia e le storie riguardano solitamente noi bambini, i nostri giochi, ma anche le cose importanti della vita.Per esempio, la lettera M è legata a ogni madre e al suo impegno nel crescere bene il proprio figlio. La lettera S invece è legata alla storia degli sci e di come s’impara a sciare. Per illustrare bene e imparare ancora meglio quella lettera, c’è l’immagine di un bambino dai capelli rossi di nome Jože che fa la sua prima discesa sugli sci tra le montagne della Slovenia. Guardando quel ragazzino magro e un po’ insicuro mentre intraprende le sue discese illustrate, mi sento indeciso su che cosa mi piace di meno: gli sci o i suoi capelli rossi.Naturalmente, sono geloso. Io nella mia breve vita non ho mai visto dei veri sci. Quelli di Jože sono bianchi con le scritte rosse e blu, proprio come i colori della nostra bandiera. La bandiera della Jugoslavia.La maestra ci ha detto più volte che i suoi colori sono i colori della vita. Il rosso ricorda il sangue, la vita. Il blu è il colore della gioventù, dell’allegria, mentre il bianco per lei rappresenta equilibrio, sicurezza e pace. Per i primi due colori sono d’accordo, ma per il bianco non sono molto convinto, per me non è neanche un colore, ma semplice bianco, vuoto. Ma tutte le cose che lei ci insegna, è obbligatorio accettarle così come sono, senza se e senza ma. Troppe domande sono inutili.“Quindi bambini, oggi abbiamo imparato la lettera S, che per noi è molto importante. Grazie alla lettera S ci sono parole come sci o sciare. Abbiamo imparato tra l’altro che andare a sciare è il gioco preferito di Jože. Ricordatelo, bambini. È molto importante sapere tutti i suoi passi, dalla nascita fino alla morte”, ci dice la maestra, sottolineando l’ultima frase.Quel bambino, Jože, una volta cresciuto, è diventato il nostro Presidente, Josip Broz Tito, incorniciato in un quadro appeso al muro sopra la lavagna. Di lui abbiamo parlato anche quando è stato il turno della lettera P, come Presidente, successivamente anche con la lettera T, come Tito, il suo soprannome, e poi con molte altre lettere dedicate a lui, al nostro Presidente.Tuttavia, la cosa che mi ha affascinato di più è stata la prima pagina del Bukvar, tutta dedicata a lui. Una fotografia in bianco e nero dove appare il vecchio Tito insieme a un gruppo di bambini giovani pionieri. I ragazzi che lo circondano, sorridono felicemente e anche lui appare molto contento. Una volta, guardandola, mi sono detto: fortunati quei pionieri. Una foto con il Presidente si fa una sola volta nella vita e per me e i miei compagni di classe questo non è stato possibile. Lui era già morto da anni.© Besa Muci