I libri di NRW: Il genocidio

Il long read di questa settimana è tratto da "Il genocidio" di Marcello Flores (Il Mulino). Un'analisi dei genocidi dell’ultimo secolo nella loro complessità storica e giuridica.

DiMarcello Flores

Giu 19, 2021

Quando pensiamo alle migrazioni di massa di migliaia di profughi, non ci soffermiamo mai abbastanza sugli orrori delle guerre da cui scappano. Genocidio è diventata parola talvolta usata a sproposito. Genocidio è stato lo sterminio degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Non a caso la parola è stata coniata nel 1944. Genocidio invece non è, almeno per quanto stabilito dalla Corte di Giustizia dell’Aja, il massacro nella regione del Darfur in Sudan, dove dal 2003 è in atto una campagna di massacri contro le minoranze etniche, costato già tra i 200 mila e i 400 mila morti, oltre due milioni di rifugiati. In questo libro Il genocidio, edito da Il Mulino, scritto da Marcello Flores, docente all’Università di Siena e di Trieste, esperto di diritti umani e di tutte le implicazioni connesse, i genocidi dell’ultimo secolo vengono analizzati nella loro complessità storica e giuridica. Dalla Shoah fino ai massacri in Ruanda e in Bosnia o alle ultime pulizie etniche in Darfur, Marcello Flores ci racconta come non basti il massacro indiscriminato di una popolazione per definire un genocidio in atto, con la relativa reazione internazionale. E come tutto venga passato sotto le lenti dell’analisi politica e delle divisioni geopolitiche internazionali. Riducendo a forma giuridica quella che appare la sostanza delle cose, in quello che Winston Churchill definiva «il crimine senza nome». All’origine da sempre di migrazioni infinite di profughi, che spesso non sanno che il loro destino è legato ad una fredda convenzione giuridica. Fabio Poletti

Marcello Flores
Il genocidio
2021 Il Mulino
pagine 208 euro 14

Per gentile concessione dell’autore Marcello Flores e dell’editore Il Mulino pubblichiamo un estratto dal libro Il genocidio.

La prima crisi «genocidaria» significativa è quella che riguarda la regione sudanese del Darfur dove dall’aprile 2003 è iniziata una massiccia campagna di violenza e pulizia etnica che nel giro di qualche anno porterà gli uccisi a un numero imprecisato tra duecento e quattrocentomila e a oltre due milioni di rifugiati. A colpire i Fur, i Magalit, gli Zaghawale, popolazioni africane della regione occidentale del Sudan, dove vivono decine di tribù di cui circa un quarto si considerano arabe, sono le milizie arabe janjaweed (diavoli a cavallo) appoggiate spesso dall’aviazione e dall’esercito sudanesi. Alla guida del Sudan dal 1989 è Omar al-Bashir, che è portavoce di un’ideologia apertamente razzista che intreccia il suprematismo arabo con l’islamismo. A parlare per primo di «genocidio» è un editorialista del «New York Times», Nicholas Kristof, che in una serie di articoli riporta le preoccupazioni e i giudizi di diverse organizzazioni soprattutto religiose, messe in allarme da quei massacri ma anche da quelli che stavano avendo luogo, nel sud del paese, contro i cristiani (tra il governo del nord e i guerriglieri del sud si arriva a un accordo di pace nel 2004, che sfocerà nel 2011 nell’indipendenza del Sudan del Sud). Con la pressione di questi gruppi nel luglio 2004 la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti approva all’unanimità una risoluzione in cui si definisce genocidio ciò che sta accadendo in Darfur e nel dibattito al Senato a inizio settembre il segretario di stato Colin Powell ribadisce l’accusa, che due mesi dopo è ripresa addirittura dal presidente Bush in un discorso all’Assemblea generale dell’ONU.
Non tutti, anche negli Stati Uniti, concordano nel definire genocidio la violenza dei janjaweed contro la popolazione del Darfur, preferendo riferirsi a essa come ad atti di pulizia etnica o di grave violazione dei diritti umani. Il 18 settembre 2004 il Consiglio di sicurezza istituisce una commissione internazionale d’inchiesta che è guidata dal giurista Antonio Cassese e comprende l’avvocata pachistana Hina Jilani, l’ex commissario della Truth and Reconciliation Commission sudafricana Dumisa Ntsebeza, l’avvocata e diplomatica ghanese Thérèse Striggner Scott. La sua relazione conclusiva viene consegnata al segretario generale dell’ONU il 25 gennaio 2005:
La Commissione ha stabilito che il governo del Sudan e i Janjaweed sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani internazionali e del diritto umanitario che costituiscono crimini ai sensi del diritto internazionale. In particolare la Commissione ha riscontrato che le forze governative e le milizie hanno condotto attacchi indiscriminati, tra cui uccisioni di civili, torture, sparizioni forzate, distruzione di villaggi, stupri e altre forme di violenza sessuale, saccheggi e sfollamenti forzati in tutto il Darfur. Questi atti sono stati condotti su base diffusa e sistematica e quindi possono costituire crimini contro l’umanità […] La Commissione ha concluso che il governo del Sudan non ha perseguito una politica di genocidio. Probabilmente due elementi di genocidio potrebbero essere dedotti dalle gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze governative e dalle milizie sotto il loro controllo. Questi due elementi sono, in primo luogo, l’actus reus consistente nell’uccidere o causare gravi danni fisici o mentali o nell’infliggere deliberatamente condizioni di vita suscettibili di provocare distruzione fisica; e, secondo, sulla base di uno standard soggettivo, l’esistenza di un gruppo protetto preso di mira dagli autori di condotte criminali. Tuttavia l’elemento centrale dell’intenzione genocida sembra mancare, almeno per quanto riguarda le autorità del governo centrale. In generale, la politica di attaccare, uccidere e allontanare con la forza membri di alcune tribù non mostra un intento specifico di annientare, in tutto o in parte, un gruppo che si distingue per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi […] La conclusione che nessuna politica di genocidio è stata perseguita e attuata in Darfur dalle autorità governative, direttamente o tramite le milizie sotto il loro controllo, non dovrebbe in alcun modo essere considerata come una diminuzione della gravità dei crimini perpetrati in quella regione. I reati internazionali come i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra che sono stati commessi in Darfur possono essere non meno gravi e atroci del genocidio.
La lunga relazione (quasi 170 pagine), che costituisce un esempio della capacità di indagine, comprensione storica e approfondimento giuridico che il diritto internazionale poteva manifestare se ben organizzato e indirizzato da parte delle Nazioni Unite, è pieno non soltanto di va- lutazioni oggettive ma anche di suggerimenti e prescrizioni che dovrebbero essere adottati dalle diverse agenzie internazionali e dagli stati per porre fine al conflitto e per portare in giudizio, con un rapido coinvolgimento della Corte penale internazionale, i responsabili dei crimini commessi. L’opinione pubblica, tuttavia, si attendeva che il riconoscimento americano del genocidio in corso preludesse a un possibile intervento per fermarlo: cosa che sarebbe stata comunque impossibile per il prevedibile veto almeno della Cina e per le condizioni ambientali difficili e complesse, come ricordava la relazione finale. In realtà le diverse risoluzioni del Consiglio di sicurezza non ebbero alcun effetto significativo e si dimostrò illusoria la convinzione espressa su «The Nation» dalle responsabili del gruppo Africa Action secondo cui «abbiamo imparato dal Ruanda che per fermare un genocidio, Washington deve prima pronunciare quella parola»: «Il dibattito sul genocidio e la crisi del Darfur sono istruttivi per diversi motivi. In primo luogo hanno chiarito che “genocidio” non è una parola magica che innesca l’intervento».

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