I libri di NRW: Il diavolo in blu

Il long read di questa settimana è tratto da "Il diavolo in blu" di Walter Mosley, celebre autore afroamericano già protagonista del grande schermo.

DiWalter Mosley

Gen 15, 2022

Al cinema il primo detective afroamericano fu Shaft. Vent’anni dopo sarebbe arrivato Easy Rawlins, il protagonista de Il diavolo in blu, scritto da Walter Mosley, pluripremiato autore afroamericano, e oggi pubblicato da 21lettere. Il protagonista del libro era già finito sul grande schermo nell’omonimo film con Denzel Washington. Le atmosfere dei grandi noir ci sono tutte. Easy Rawlins si fa detective per necessità, per non perdere la casa, dopo aver perso già tutto. Essere sopravvissuto alla guerra è stata una fortuna. Ma anche quella se ne è andata da tempo. Ora si ripresenta, forse, sotto le sembianze di un improbabile avvocato bianco che incontra per caso in un bar fumoso davanti a un bicchiere di whisky. Uno di quei bar dipinti da Edward Hopper. Il mandato per Easy Rawlins è quello di ritrovare una ragazza bianca, “con la pelle chiara come avorio”, innamorata della carne afroamericana e finita chissà dove. Nel corso della sua indagine Easy Rawlins incontrerà malavitosi senza scrupoli, poliziotti che ne hanno ancora meno e una fauna umana a popolare un universo noir tratteggiato come pochi hanno saputo fare. Il confronto va ai grandi del noir e dell’hard boiled americano del secolo scorso, da Raymond Chandler a Mickey Spillane, che hanno scritto romanzi memorabili e posto la base per sceneggiature di film impareggiabili con Kirk Douglas o Humphrey Bogart. Che il protagonista di questo romanzo di Walter Mosley sia un afroamericano non è un dettaglio. È una caratteristica saliente, che ci fa respirare atmosfere inedite. Premiato nel 2020 con il National Book Award alla carriera, dopo aver ricevuto altri riconoscimenti tra cui anche un Grammy, Walter Mosley si presenta con questo suo libro tradotto ora con gran merito della casa editrice 21lettere, come uno dei protagonisti della letteratura noir dei nostri tempi. Fabio PolettiWalter MosleyIl diavolo in bluTraduzione di Bruno Amato2021 21letterepagine 304 euro 18

Per gentile concessione dell’autore Walter Mosley e dell’editore 21lettere pubblichiamo un estratto dal libro Il diavolo in blu.“Fui sorpreso di vedere un bianco entrare nel bar di Joppy. Non solo era bianco di pelle: portava un abito di lino bianco sporco, una camicia bianca, un panama, scarpe bianche e un paio di lucide calze di seta bianche. La sua pelle era liscia e pallida, con appena qualche lentiggine. Un ciuffo rossastro di capelli sfuggiva dal cappello di paglia. Si fermò sulla porta riempiendone il vano con la corporatura massiccia ed esaminò la sala con quegli occhi chiari: occhi di un colore che non avevo mai visto. Quando mi guardò sentii un brivido di paura, ma passò subito perché ormai, nel 1948, ero abituato ai bianchi.Avevo passato cinque anni con bianchi — e con bianche — dall’Africa all’Italia, a Parigi e fino in patria. Mangiavo con loro e dormivo con loro e di giovani con gli occhi azzurri ne avevo uccisi abbastanza da sapere che avevano paura quanto me di morire.Il bianco mi sorrise, poi si diresse al bancone dove Joppy stava passando uno strofinaccio sporco sul ripiano di marmo. Si strinsero la mano e si salutarono come vecchi amici.La seconda cosa che mi sorprese fu che quell’uomo rendeva Joppy nervoso.Joppy era un duro, un ex peso massimo bravo ad alzare le mani sul ring come in strada, ma incassò la testa nel collo e gli sorrise come un piazzista che ha perso la speranza di piazzare la sua merce.Misi un dollaro sul banco e feci per andarmene, ma prima che fossi sceso dallo sgabello Joppy si girò verso di me e mi fece cenno di avvicinarmi. “Vieni un po’ qui, Easy. Voglio farti conoscere una persona”.Avvertivo quegli occhi chiari su di me.“È un mio vecchio amico, Easy. Mr Albright”.“Puoi chiamarmi DeWitt, Easy”, disse il bianco. La sua stretta era forte ma viscida, come un serpente che mi si avvolgesse alla mano.“Salve”, risposi io.“Già, Easy”, continuò Joppy, annuendo con un gran sorriso. “Mr Albright e io è un pezzo che ci conosciamo. Guarda, mi sa che è il mio più vecchio amico di Los Angeles. Già, è proprio un pezzo”.“Proprio così”, fece Albright sorridendo. “Avrò conosciuto Joppy nel 1935. Quant’è? Tredici anni. Era prima della guerra, prima che a tutti gli zappaterra venisse voglia di correre a Los Angeles con figli e cognati”.Joppy rise forte. Io mi limitai a sorridere educatamente”. Mi domandavo che genere di affari Joppy potesse avere con quell’uomo e che genere di affari quell’uomo potesse avere con me.“Di dove sei, Easy?” chiese Mr Albright.“Houston”.“Houston, è proprio un bel posto. Ogni tanto ci vado, per lavoro”. Sorrise per un momento. Aveva tutto il tempo del mondo. “Che fai da queste parti?”Visti da vicino, i suoi occhi avevano il colore delle uova di pettirosso: un colore opaco e smorto.“Ha lavorato alla Champion Aircraft fino a due giorni fa”, spiegò Joppy, visto che io non rispondevo. “Lo hanno scaricato”.Mr Albright torse le labbra rosate in un’espressione di disgusto. “Che schifo. A queste grandi aziende, lo sai, non gliene frega un accidente di te. Il bilancio non quadra come si deve? E loro buttano fuori dieci padri di famiglia. Tu hai famiglia, Easy?” Aveva una pronuncia leggermente blesa, da benestante gentiluomo del Sud.“No, sono io la mia famiglia”, risposi.“Ma loro questo non lo sanno. Per quanto ne sanno, potresti avere dieci figli e uno in arrivo, e ti sbatterebbero fuori lo stesso”.“Esatto!” tuonò Joppy. La sua voce sembrava un reggimento di uomini in marcia in una cava di ghiaia. “Quelli là, con quelle grandi aziende, nemmeno ci vengono a lavorare, gli basta prendere il telefono per vedere come stanno andando i loro affari e se la risposta non gli piace, stai sicuro che qualche testa cade”.Mr Albright rise e batté sul braccio di Joppy. “Perché non ci dai qualcosa da bere, Joppy? Per me scotch. Tu, Easy, cosa gradisci?”“Il solito?” mi chiese Joppy.“Certo”.Quando Joppy si allontanò, Mr Albright diede un’occhiata intorno nella sala. Lo faceva ogni pochi minuti, voltandosi appena, come a controllare se fosse successo qualcosa di nuovo. Ma non c’era molto da vedere. Quello di Joppy era un piccolo bar al primo piano di un deposito di carni. I suoi soli clienti abituali erano i macellai neri, ed era primo pomeriggio, un’ora in cui erano tutti ancora al lavoro.Il fetore della carne marcia riempiva ogni angolo dell’edificio; pochi, oltre i macellai, avevano uno stomaco abbastanza forte da sedersi nel bar di Joppy.”Joppy portò uno scotch a Mr Albright e un bourbon con ghiaccio a me. Ce li mise davanti e mi informò, “Mr Albright sta cercando uno per un lavoretto. Io gli ho detto che sei a spasso e c’hai anche da pagare un’ipoteca”.“È dura”. Mr Albright scosse ancora la testa. “A quelli del big business non gli importa niente, non se ne accorgono nemmeno, quando un lavoratore vuole cercare di combinare qualcosa di buono”.“E sì che Easy ce l’ha sempre messa tutta a migliorare. Ha appena preso il diploma alla scuola serale e minacciava di entrare in un college”. Joppy parlava continuando a strofinare il marmo del bancone. “E poi è un eroe di guerra, Mr Albright. Easy stava con Patton. Volontario! Di sangue ne ha visto mica poco”.“Sul serio?” fece Albright. Non troppo colpito. “Perché non ci mettiamo seduti, Easy? Là, vicino alla finestra”.Le finestre di Joppy erano così lerce che non si riusciva a vedere la Centotreesima Strada. Ma se non altro, seduti a un tavolino vicino a quei vetri, c’era il beneficio della fioca luce del giorno.“E così, Easy, hai un’ipoteca da pagare? Peggio di una grande azienda c’è solo la banca. Vogliono il loro denaro il giorno uno e, se salti un pagamento, il giorno due ti ritrovi l’ufficiale giudiziario alla porta”.“Perché le interessano gli affari miei, Mr Albright? Non voglio essere scortese, ma l’ho conosciuta cinque minuti fa e già vuole sapere tutti i fatti miei”.“Be’, mi sembra che Joppy abbia detto che hai bisogno di lavorare o rischi di perdere la casa”.“E lei che cosa c’entra?“Potrei aver bisogno di un paio di occhi svegli e un paio di orecchie aperte per un lavoretto, Easy”.“Ma di che cosa si occupa, lei?” chiesi. Avrei dovuto alzarmi e andarmene, ma sull’ipoteca aveva ragione. E anche sulle banche.”“Quando vivevo in Georgia facevo l’avvocato. Ma adesso sono uno che fa favori agli amici e agli amici degli amici”.“Favori di che tipo?”“Non so, Easy”. Alzò quelle grandi spalle bianche. “Qualsiasi favore a chiunque ne abbia bisogno. Mettiamo che hai da far avere un messaggio a qualcuno ma non è, come dire, consigliabile che tu lo faccia di persona; bene, ti rivolgi a me e me ne occupo io. Vedi, io faccio sempre quello che mi chiedono, lo sanno tutti, e per questo ho sempre tanto da fare. E a volte ho bisogno di un aiutante. È qui che entri tu”.“E in che modo?” chiesi. Mentre parlava mi venne in mente che Albright mi ricordava un amico che avevo nel Texas: il suo nome era Raymond Alexander, ma lo chiamavamo Mouse. Il solo pensiero di Mouse mi fece arrotare i denti.“Devo trovare qualcuno e potrei aver bisogno di un piccolo aiuto nella ricerca”.© 1990 Walter Mosley. 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