La mattina del 6 agosto 1945 un bombardiere americano sganciò una bomba atomica sulla città giapponese di Hiroshima. La bomba esplose a una altezza di circa 600 metri, sollevando una nube di fumo alta diciassette chilometri e uccidendo all’istante ottantamila persone. Solo 3 giorni più tardi un altro bombardiere fece cadere un secondo ordigno nucleare nel porto della città di Nagasaki. Le due bombe furono il colpo definitivo per piegare il Giappone dell’imperatore Hirohito, provato da anni di guerra. Il fragore di quelle esplosioni, e il dibattito politico, filosofico, etico e umanitario che ne seguirono, non ha smesso fino ai giorni nostri quando, specie negli ultimi anni, con fin troppa disinvoltura le superpotenze nucleari, a partire da Usa e Russia, e i Paesi che stanno cercando di dotarsi della bomba, in prima linea l’Iran, minacciano di ricorrervi nuovamente. Paolo Agnoli, con la precisione dello scienziato e il rigore del filosofo, in questo Hiroshima e il nostro senso morale, ripubblicato da Guerini e Associati, si interroga e ci invita a riflettere sulle ripercussioni sull’umanità dell’uso delle armi nucleari. Paolo Agnoli, nato a Roma nel 1955, è un saggista e divulgatore italiano che esplora le intersezioni tra scienza, storia e filosofia. È laureato in Fisica ad indirizzo Fisica Nucleare e in Filosofia a indirizzo Storia del pensiero scientifico. Dopo una breve esperienza di ricerca in fisica nucleare, per molti anni Agnoli ha lavorato con incarichi dirigenziali per diverse aziende italiane. Ha poi fondato, con il fisico Francesco Piccolo, Pangea Formazione, azienda specializzata nell’alta formazione aziendale e nello sviluppo di algoritmi di Intelligenza Artificiale per il supporto a decisioni strategiche, aziendali e industriali. Ancora oggi non è facile intavolare un dibattito libero da pregiudizi ideologici, sulle scelte di realizzare e poi usare l’atomica. La bomba e la sua deflagrazione sono il frutto di una logica concatenata di scoperte scientifiche, innovazioni tecnologiche, dubbi e crisi di coscienza. Un tema purtroppo ancora di grande attualità come dimostra pure la vasta eco ottenuta dal film Oppenheimer del 2023, pluripremiato agli Oscar. All’origine della decisione di produrre la bomba e del suo utilizzo nella WWII, furono coinvolti nel dibattito a tratti lacerante i vertici della più grande potenza mondiale e alcuni dei suoi esponenti, sin dall’inizio consapevoli del tragico dilemma cui andavano incontro, per finire con la distruzione di una moltitudine di vite umane, nella maggioranza civili. Fabio Poletti

Paolo Agnoli
Hiroshima e il nostro senso morale
Analisi di una decisione drammatica
2025 Guerini e Associati
pagine 262 euro 21,50

Per gentile concessione dell’autore Paolo Agnoli e dell’editore Guerini e Associati pubblichiamo un estratto dal libro Hiroshima e il nostro senso morale

Ho provato a mostrare come lo sforzo degli scienziati in America – soprattutto sulla spinta di tanti grandi fisici emigrati dall’Europa – finalizzato alla produzione della bomba atomica sia stato motivato dalla necessità di battere sul tempo la Germania e salvare così il mondo da un futuro funesto. Come sottolinea bene Jungk:
Con lo scoppio della guerra, si ebbe una levée en masse degli scienziati nei paesi minacciati da Hitler. Fu un grandioso voto di fiducia nella giustizia e nella morale democratica: voto tanto più sorprendente, in quanto lo scienziato non è in fondo un cittadino ideale, ma un eterno scontento, eternamente alla ricerca del nuovo. Per natura egli è portato a mettere in dubbio la tradizione, a ricercare soluzioni diverse, migliori.
Tutto questo non ha risparmiato gli scienziati, negli anni, da critiche durissime quanto numerose. Per spiegarmi con un esempio tipico e significativo, tra i tantissimi del genere che mi è capitato di leggere, riporto poche righe di un giudizio diretto (quanto in questo caso onesto e sincero, mi sembra di capire) espresso in un recente documento del fisico e cattedratico italiano Claudio Bartocci:
[…] il progetto Manhattan rappresentò un salto di qualità: non solo per le dimensioni colossali dell’impresa […] ma per il travisamento collettivo del senso etico, per l’entusiasmo irresponsabile con il quale si riempirono lavagne e lavagne di calcoli come se la progettazione di un ordigno nucleare rientrasse nella normale routine di lavoro scientifico. Le foto che ritraggono questi scienziati giovani e famosi […] sono la testimonianza tragica della ragione scientifica svuotata di ogni principio etico. Così come tragiche, e sconvolgenti, sono le parole con le quali Fermi, in una lettera ad Amaldi del 28 agosto 1945 […] – poche settimane dopo le stragi di Hiroshima e Nagasaki – commenta il suo lavoro a Los Alamos: “… è stato un lavoro di notevole interesse scientifico e l’aver contribuito a troncare una guerra che minacciava di tirar avanti per mesi o per anni è stato indubbiamente motivo di una certa soddisfazione”. […] Non diversamente, si esprime Segrè nella sua autobiografia: “Io certamente mi rallegrai per il successo che aveva coronato anni di duro lavoro e fui sollevato dalla fine della guerra”. Si deve senza dubbio ricordare che entrambi i genitori di Segrè erano morti nei campi di concentramento nazisti, come anche i genitori di Laura Capon, la moglie di Fermi. Ma la tranquilla sicurezza delle dichiarazioni dei due grandi fisici italiani, nelle quali non si insinua nemmeno l’ombra di un dubbio, è sconvolgente.
Credo invece, da parte mia, che lavorare a quest’arma apparve a Fermi e Segrè semplicemente una questione di vita o di morte. Questo fu davvero sconvolgente, non la presunta sicurezza delle riflessioni citate da Bartocci. Per questa ragione principale, sono dell’opinione che la decisione di costruire la bomba fu giustificata e appropriata, se non addirittura obbligata. In base alle infor- mazioni in loro possesso allora non solo si riteneva che i tedeschi stessero costruendo la bomba, ma si temeva che potessero essere addirittura avanti rispetto agli alleati. Orear afferma, riassumendo la posizione di Fermi, quanto segue.
Dopo la seconda guerra mondiale, Fermi venne a mio modo di vedere ingiustamente criticato dai comunisti e da molti italiani di sinistra per il suo convinto impegno sulla bomba atomica. Ma durante la guerra Fermi sapeva che eravamo entrati in quella che venne percepita come una gara serrata con la Germania nella produzione di una bomba-A. La Germania aveva un vantaggio iniziale negli esperimenti sulla fissione. L’opinione diffusa era che la Germania avesse anche un vantaggio nella corsa per la realizzazione di una reazione nucleare autosostenuta. Se Hitler ci avesse sconfitto sul fronte della bomba atomica, avrebbe potuto costringere gli Stati Uniti d’America a una resa. Alla fine della guerra si venne a sapere che la Germania non era neppure riuscita a ottenere una reazione nucleare autosostenuta. Per contro, l’Unione Sovietica aveva probabilmente uno scarto di solo un anno rispetto agli Stati Uniti nella realizzazione di una bomba atomica (alcune delle mie opinioni qui espresse si basano su alcune conversazioni con Hans Bethe e Dick Garwin).
Per Fermi e i suoi colleghi emigrati dall’Europa il nazismo semplicemente rappresentava una minaccia ultimativa a tutto ciò che di dignitoso c’è nelle nostre vite. Un’ideologia e una pratica del dominio così omicide, così degradanti che le conseguenze di una sua vittoria finale sarebbero andate letteralmente oltre ogni previsione. Come afferma il filosofo morale americano Michael Walzer il nazismo può a buon diritto essere considerato come la “personificazione del male nel mondo”, e in una forma così potente ed evidente che non si sarebbe potuto fare altro che combatterlo. Si trattava di una minaccia ai valori umani talmente radicale che la sua imminenza rappresentava quella che Walzer chiama giustamente una “emergenza suprema”.

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