I libri di NRW: Di mondi diversi e anime affini

Il long read di questa settimana è tratto da "Di mondi diversi e anime affini" di Mohamed Ismail Bayed e Raissa Russi, giovane coppia mista che ha spopolato su tiktok.

Sono stati le star di TikTok e poi di Instagram. Da quei primi post pubblicati durante il lockdown nella primavera del 2020, sono diventati l’indiscutibile modello di una convivenza fatta di amore senza pregiudizi, sconfiggendo il razzismo con ironia. Ora la loro storia è tutta in questo libro, Di mondi diversi e anime affini, pubblicato da Garzanti. Raissa Russi, 25 anni, una laurea in Scienza dell’amministrazione, il suo Momo, Mohamed Ismail Bayed, 28 anni, laurea in Scienze motorie, massofisioterapista, lo conosceva da tempo. Due anni fa si sono messi insieme, la cosa più naturale del mondo. Per sconfiggere la noia delle costrizioni obbligate dalla pandemia, avevano iniziato a pubblicare sui social minivideo con la loro storia. Molti gli apprezzamenti, troppi i cori razzisti. Molti si sarebbero spaventati, davanti a quegli haters da tastiera che si fermano al colore della pelle. Momo e Raissa no. L’hanno buttata sul ridere quando tanti si sarebbero messi a piangere. I loro siparietti dove si prendevano in giro, mettendo a nudo tutti i luoghi comuni possibili, sono diventati virali in un amen. Poi sono arrivate le interviste televisive, quelle ai giornali, più un paio di tentativi di imitazione. Ora il libro dove raccontano la loro storia d’amore, fatta di differenze, di anime affini, contro ogni pregiudizio, prendendosi in giro per prendere in giro i razzisti e i loro odiosi strali. Un amore normale, alla fine, anche se qualcuno si ostina a non capirlo. Fabio Poletti

Mohamed Ismail Bayed e Raissa Russi
Di mondi diversi e anime affini
2021 De Agostini
pagine 205 euro 16 ebook 7,99

Per gentile concessione degli autori Mohamed Ismail Bayed e Raissa Russi e dell’editore De Agostini pubblichiamo un estratto dal libro Di mondi diversi e anime affini.

Ogni tanto scoppiamo a ridere. Di sera, seduti sul divano, davanti alla tv, ci guardiamo negli occhi e ridiamo. Molto dipende dalle facce buffe che ci facciamo a turno, ma la verità è che quando ti senti grato ti scappa da ridere. Non era scontato che saremmo finiti su questo divano insieme. Non era scontato che sarebbe durata. A volte, per trovarsi bisogna ritrovarsi.
Ripensiamo spesso a chi eravamo, prima di noi. E alle persone che siamo diventate. Non sapremo mai se, senza unire le nostre vite, saremmo arrivati esattamente al punto in cui siamo ora. Ma ci piace pensare di no.
Perché è insieme che siamo diventati più forti. E anche più felici.
Voi non ridereste?

– Ti sei mai sentito diverso?
– Ogni giorno della mia vita.

Mi chiamo Mohamed Ismail. Sono diventato Momo per essere invisibile, per non sembrare straniero.
Perché sognavo di essere uguale a tutti gli altri.
Sono nato in Marocco, in una terra piena di sole e colori. Per diciassette anni e 362 giorni sono stato marocchino. Per undici anni, ho desiderato con tutto me stesso di essere italiano.
Oggi sono fiero del nome che porto.
Perché io non sono uguale a nessuno.
Oggi sono fiero del mio essere italomarocchino.
Perché ci vuole tempo, e anche molta forza, per scoprire che è bello non essere uguale a tutti gli altri.

Raissa
Mi chiamo Raissa. È la versione russa di Rachele, il nome che mio padre aveva scelto per me, ma che a mia madre non piaceva. Hanno cercato insieme un’alternativa. Avrei potuto essere Rachel, sono stata Raissa.
Da piccola amavo molto il mio nome; quando mi chiedevano «Sei italiana?», mi piaceva tantissimo rispondere di no. Fingevo, mi divertiva sembrare straniera. Poter essere diversa, poter dire “sono speciale”.
Per me, essere diversi significava avere qualcosa in più, non in meno. Non mi sfiorava l’idea che potesse diventare una gabbia. D’altra parte, attorno a me c’è sempre stata una bolla di protezione. Dai pericoli, dalle brutture del mondo, dagli aspetti più difficili della diversità. Dovevo essere una bambina felice, per i miei genitori. E lo sono stata. Ma ho dovuto capire da sola che è fuori dalla propria comfort zone che si cresce. E si scopre quanto la diversità arricchisce.
Momo
Per raccontarvi la mia storia è giusto partire dal principio. Sono nato a Casablanca, la città più grande del Marocco, tre settimane prima del previsto, dopo mesi di riposo assoluto per mia madre. Il dottore le aveva imposto una gravidanza a letto: c’era il rischio che io morissi… e che morisse anche lei. Una partenza da subito in salita, insomma. La mia famiglia viveva a Ben Slimane, ma a Casablanca lavorava uno zio di mio padre, dottore in una clinica privata. Aveva promesso loro un trattamento di riguardo. «Venite al mio ospedale, andrà tutto bene.» Un’oretta di viaggio in mezzo alle prime contrazioni, un’iniezione di troppo e la mia nascita molte ore dopo. Pare infatti che un’infermiera avesse praticato l’induzione a mia madre senza però segnarla nella sua cartella clinica. E così una seconda infermiera le aveva fatto una seconda iniezione, per errore. D’altronde eravamo lì per l’occhio di riguardo che la presenza di mio zio avrebbe assicurato, no?
«Se non ho ucciso qualcuno è solo perché ero davvero molto felice di vederti, Ismail» dice ancora oggi mia madre ricordando quanto dolore ha provato. Lei è l’unica a non chiamarmi Momo.
«E poi ho capito subito che saresti stato speciale, sei nato con la “camicia”.» In Marocco venire alla luce avvolto dalla placenta è simbolo di grande fortuna e buon auspicio; in alcune credenze è addirittura considerata magia, tanto che nei rari casi in cui accade te la lasciano portare a casa. A noi l’hanno rubata. Sparita. Trafugata in ospedale, probabilmente per essere rivenduta a caro prezzo. Può darsi che questo abbia cambiato la mia fortuna?
«Quando sei nato ho visto uscire una cosa tipo un pesce. Ho avuto paura.» Mia mamma di quel giorno ricorda tutto. Grazie ai suoi racconti, se chiudo gli occhi mi sembra di essere lì.
Vedo il piatto di cous cous lasciato a metà, sul tavolo, al momento della prima contrazione, vedo il cielo, di quell’azzurro che solo il cielo del Marocco sa regalare, in primavera. Vedo la faccia divertita di mio padre, che pensava che mamma scherzasse: «Manca quasi un mese alla data del parto, su, avrai mangiato troppo!». Soprattutto, sento la paura di mia madre, prima di avermi tra le sue braccia. Paura che qualcosa non fosse andato per il verso giusto, come le era già capitato prima. Ed eccomi lì, un piccolo alieno avvolto nella
placenta. E la sua voce che continua a ripetere: «Il bambino sta bene? È andato tutto bene? È sano?».
È difficile comprendere la sua angoscia, in attesa di sentirsi dire che andava tutto bene. Il fatto è che mia sorella Soukaina, nata un anno prima di me, ha la sindrome di Down.
Non saprò mai cos’ha davvero provato quando gliela misero tra le braccia per la prima volta. Non oso immaginare quali pensieri passino nella testa quando sei genitore e il figlio che hai tanto voluto nasce con una disabilità che non avevi previsto e di cui non sai molto se non, fin dal primo istante, che condizionerà il resto della sua vita. Ma so che quando mamma guarda Soukaina, da sempre, ha gli occhi pieni di amore.
Nella mia famiglia siamo in sei. Mamma Malika, papà Allal e quattro figli: Amal, Houssam, Soukaina e io. Avremmo potuto essere ancora di più, ma prima e dopo di me qualcosa è andato storto e altre due gravidanze purtroppo non sono arrivate al termine.
I miei genitori erano già stati entrambi sposati con altre persone, prima di innamorarsi. Amal e Houssam, entrambi più grandi di me di più di dieci anni, sono figli del primo matrimonio di mia mamma.
Tra noi parliamo darija, il dialetto marocchino diffuso in tutto il paese, ma che a seconda della zona viene pronunciato in modo diverso. Il marocchino è un misto di arabo, francese e spagnolo, e in Marocco si parlano anche francese e berbero. Il francese è la lingua dell’élite, il berbero quella da preservare.
Mamma Malika è figlia unica, nata e cresciuta nella sua città d’origine, Ben Slimane, che poi è dove sono cresciuto
anch’io. Mio padre Allal invece era il più grande in una famiglia numerosa, il ribelle, non sopportava che gli altri gli dicessero cosa fare. Sognava una carriera militare, voleva diventare ufficiale, però poi è diventato insegnante. Si vanta sempre di avercela fatta da solo, senza chiedere l’aiuto di nessuno, anche se avrebbe potuto. La sua era una buona famiglia, possedevano molti terreni, era normale prassi la raccomandazione. E mio nonno, gendarme, conosceva tutti. Ma mio padre è sempre stato orgoglioso: «Volevo dimostrare di potermela cavare» racconta. E così è diventato preside della scuola di Ben Slimane, dove lavorava anche mia mamma, maestra.
Stanno insieme da trent’anni, dal giorno in cui mio nonno materno, vedendoli partire per un viaggio a Casablanca, in visita ai genitori di papà, li salutò sulla porta dicendogli: «Te l’affido». Morì poche ore dopo, per un attacco d’asma. Mio padre da quel giorno ha mantenuto la sua promessa e si è preso cura di lei. Sono una coppia molto unita, che ha vissuto grandi momenti di crisi, che ha visto mio padre dormire fuori casa per un lungo periodo, senza però mai andarsene davvero. Anche nei momenti dei litigi più intensi, si è sempre occupato di lei, di noi. Riuscendo ogni volta a tornare, proprio per quella promessa. Si amano, hanno costruito una famiglia lasciandosi lo spazio di essere se stessi, ribaltando il pregiudizio dell’uomo di casa padre-padrone. A casa mia ha sempre comandato mia mamma. E forse è anche per questo che quando le dicono «Se sei musulmana, sei una donna sottomessa» le scappa da ridere. O meglio, si arrabbia moltissimo per i pregiudizi che la circondano, ma allo stesso tempo ne ride, perché sa bene qual è la sua realtà, in casa.
«Ma non è la camicia la parte più sensazionale della tua nascita» dice mia mamma.
Il fatto è che sono nato già circonciso. Nell’islam, come in diverse altre culture nel mondo, la circoncisione ha un valore importante e ha una prassi consolidata: una piccola operazione per rimuovere il prepuzio nei bimbi maschi. Per quanto suoni incredibile, nel mio caso non ce n’è stato bisogno.
«Eri destinato a grandi cose» dicono mio padre e i miei fratelli.
«Si saranno sbagliati» rispondo io. Anche se, dentro di me, l’ho sempre sperato.
Raissa
I miei genitori erano giovanissimi quando si sono conosciuti. Mia madre Daniela aveva solo quattordici anni. Mio padre Luciano, tipico ragazzo del Sud, arrivato dalla Puglia in Piemonte a sei anni, ne aveva diciannove. Viveva in una casa mezzo diroccata, una di quelle che si affittavano solo agli immigrati meridionali perché un torinese non ci sarebbe mai andato a vivere, con i suoi cinque fratelli e un tacchino vivo che girava per le stanze e che spariva quando arrivavano le feste, finendo poi sulla tavola. Lo ammazzava mia nonna, anche di fronte ai bambini.
Daniela invece veniva da una famiglia del Nord, o forse dovrei dire “mista”: nonna Antonia, pugliese, aveva sposato mio nonno Ferdinando, piemontese. Negli anni Sessanta era considerato nobilitante un matrimonio al Nord, soprattutto se eri nata in una famiglia povera e il tuo futuro marito era un impiegato della Fiat. Mio nonno è poi diventato imprenditore, mia mamma e sua sorella sono cresciute in questa casa bellissima, dove viviamo ancora oggi, costruita da lui: tre piani, un cortile, quattro appartamenti per tutta la sua famiglia.
Quelli di Daniela e Luciano erano due mondi opposti che si incontravano. Ricchi e poveri, Nord e Sud. Non posso non sorridere, perché oggi tutto questo è supernormale. Negli anni Ottanta invece era ancora percepito come strano, addirittura malvisto. Nacque perfino un partito politico che proclamava la superiorità del Nord e se la prendeva con chi viveva da Bologna in giù. I meridionali erano tutti, per definizione, gente pericolosa, magari collegata pure alla criminalità: persone rumorose, sguaiate, maleducate, pronte a venire su per rubarci il posto di lavoro. Gente “diversa”.
Mio nonno non voleva per sua figlia qualcuno del Sud. Era stato molto chiaro. Ma i miei giovani genitori non guardavano la cartina. Si erano conosciuti tramite amici e così, la prima volta che mio padre l’aveva incontrata, in un pomeriggio per le vie del centro, le aveva subito chiesto di uscire.
«Ti va se ci vediamo?»
«In realtà io non posso uscire da sola…»
La quattordicenne Daniela aveva il divieto di frequentare “i giovanotti”. Nonno Ferdinando non ne voleva proprio sapere.
Ma si erano piaciuti subito, e così…
«Papà, scendo in latteria a prendere le cose che servono a mamma!» diceva.
E di nascosto, per un quarto d’ora, incontrava il suo Luciano. Dimenticandosi spesso di completare gli acquisti della lista della spesa. Si sono frequentati di nascosto per molto tempo finché, all’ennesima spesa sbagliata, nonna Antonia decise di venirle in aiuto. «Ma questo ragazzo ti piace?»
«Mamma, no, non mi piace… Lo amo!»
Si sono sposati dopo undici anni di fidanzamento e hanno vinto il pregiudizio, le differenze e le diffidenze, semplicemente scegliendo di stare insieme.
Io sono nata il 26 marzo 1996 a Moncalieri, in provincia di Torino. Parto cesareo, nonostante tutti i tentativi di mia madre di farmi girare nella posizione corretta per poter partorire naturalmente. Quando mi hanno tirata fuori, avevo il cordone ombelicale attorcigliato intorno al collo.
«Meno male che non ti sei girata» dice mia mamma.
Non ho mai amato le imposizioni. E l’ho dimostrato da subito.

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