I libri di NRW: Coffeeland

Il long read di questa settimana è tratto da "Coffeeland" di Augustine Sedgewick, un viaggio nel capitalistico commercio del caffè.

DiAugustine Sedgewick

Set 4, 2021

Lo beviamo ogni giorno, più volte al giorno. Normale, ristretto, macchiato, nel cappuccino, come marocchino, decaffeinato, in tazza piccola, in tazza grande, all’americana, ma pure shakerato o sul gelato. Nei trenta secondi che impieghiamo a bere il caffè, il nostro caffè quotidiano, quasi mai ci chiediamo cosa ci sia dietro questo liquido nero, l’altro oro nero che stilla dalla moka o dalle imponenti macchine da bar o da quelle automatiche in capsule. Eppure, dietro, c’è un impero. C’è Coffeeland come ha chiamato questo libro pubblicato da Einaudi Augustine Sedgewick, pluripremiato docente alla University of New York per i suoi studi su cibo, capitalismo e organizzazione del lavoro. La sua non è la storia mondiale del caffè, non sarebbero bastate le quasi 500 pagine di questo saggio che si legge come un romanzo, alla sua prima traduzione italiana. È la storia di Coffeeland, delle relazioni tra El Salvador dove viene prodotto e gli Stati Uniti dove alimenta un’industria e un commercio a nove zeri in dollari. Tutto inizia con James Hill, originario dei bassifondi di Manchester, che in El Salvador agli inizi dell’Ottocento crea quella che sarà una delle dinastie più importanti nella produzione del caffè. La nascente rivoluzione industriale in Gran Bretagna gli ispira nuovi e innovativi meccanismi di produzione. La filiera del lavoro, codificata sui telai e sui torni delle aziende inglesi, diventa un innovativo modello di organizzazione produttiva. Il capitalismo trova nuove regole, genera ricchezze infinite e abissali povertà. Il profitto, mai condiviso, è appannaggio di un’elite. Gli altri, i sommersi, mai salvati, i nuovi schiavi del lavoro condividono fame e miseria. Tanto più brutale quanto più ci si addentra in un mondo rurale, assai lontano dalla civiltà con una parvenza di regole e qualche diritto inchiostrato sulla carta, dove rimane inapplicato per i posteri. Coffeeland è il mondo del caffè, ma a guardar bene è ogni mondo, dove c’è chi guadagna troppo e il troppo è la sola cosa condivisa di chi lavora e fatica. Fabio Poletti

Augustine Sedgewick
Coffeeland
Storia di un impero che domina il mondo
traduzione di Daria Cavallini
2021 Einaudi
pagine 488 euro 35

Per gentile concessione dell’autore Augustine Sedgewick e dell’editore Einaudi pubblichiamo un estratto dal libro Coffeeland.

La piantagione della fame

Tra le persone ben pasciute del Salvador, l’importanza della fame per la produzione di caffè era assiomatica. Nel 1885, quando il dipartimento di Stato americano esaminava le opportunità commerciali in America centrale, il diplomatico Maurice Duke assicurava agli aspiranti piantatori che esisteva una soluzione efficace al problema di come far lavorare la gente. Quando un bracciante delle piantagioni di caffè non lavorava al ritmo richiesto, spiegava Duke, «il cibo dell’uomo viene trattenuto, e questo infonde rapidamente l’attività nelle sue membra riluttanti». La volontà, sapevano i piantatori, era collegata meccanicamente allo stomaco, e ispirandosi a questo principio guida mettevano in relazione cibo e lavoro in un’equivalenza forzata. La loro equazione ribaltava l’organismo umano: la fame dava energia per il lavoro, la sazietà produceva ozio. La gente lavorava per mangiare, anziché mangiare per lavorare.
Il più delle volte la fame viene vista come una conseguenza di una crisi economica o di una catastrofe, come per esempio una carestia. In realtà la fame è il fondamento di tutte le economie capitaliste, anche se in alcune il fondo è abbastanza lontano da rimanere solitamente invisibile. La versione tradizionale del rapporto tra fame e lavoro in regime di capitalismo si concentra sulla privatizzazione della terra. In linea di principio, una volta che le risorse comuni sono state trasformate in proprietà privata, l’unico modo per mangiare è vendere lavoro sul mercato in cambio di un salario, e poi spendere quel salario per comprare il cibo. Per questo motivo, il capitalismo opera attraverso una sorta di deismo economico: la privatizzazione delle terre fa partire l’orologio della fame che continua a ticchettare in ogni giorno lavorativo.
Nella pratica non era così semplice. Ogni giorno della vita da piantatore di James Hill era reso complesso dal fatto che la fame non era la conseguenza inevitabile della privatizzazione della terra. Al contrario, l’energia si spostava e attraversava le linee di confine tra le proprietà. Anche dopo l’abolizione delle terre collettive, le possibilità di mangiare senza lavorare esistevano ancora grazie ai frutti prodotti dagli alberi che ombreggiavano il caffè e pure negli angoli fuori mano delle piantagioni, dove c’erano anacardi, guaiave, papaie, jocotes, fichi, frutti del drago, avocado, manghi, platani, pomodori; nelle leguminose piantate a copertura del terreno intorno agli alberi del caffè per evitare l’erosione e fissare l’azoto; e negli animali che si nutrivano della ricchezza chimicamente accresciuta dell’ecosistema del caffè.
Rubare il cibo dalle piantagioni era un crimine antico quanto le piantagioni stesse. All’inizio dell’era del caffè nel Salvador, i lavoratori avevano imparato a cercare una piantagione «ben fornita di alberi da frutto», e si servivano liberamente. Nel 1927 James Hill raccontò al giornalista Arthur Ruhl che la pratica di mangiare frutta dagli alberi delle piantagioni era talmente diffusa che se un coltivatore ne aveva di buoni nella sua proprietà, gli conveniva creare un’apertura nella recinzione, prima che lo facessero i lavoratori affamati. Per Hill questa era la prova che chi lavorava per lui non conosceva il concetto di proprietà privata, e guardava ai frutti che crescevano accanto al caffè alla stregua di «doni comuni come il sole o la pioggia». Tuttavia questa affermazione è contraddetta dal fatto che i lavoratori spesso mangiavano i frutti rubati dagli alberi quando erano ancora verdi e acerbi, lasciando i coltivatori a meravigliarsi delle loro ottime capacità di digestione. Chiaramente, i lavoratori erano ben consapevoli dell’importanza di prendere tutti i frutti che potevano – dosi ben confezionate di zucchero e acqua nella calura dei giorni di lavoro in preda ai morsi della fame – prima che fossero pronti per il mercato.
Una piantagione di caffè era un regime sotto minaccia ogni volta che sorgeva il sole. Vene di nutrimento scorrevano attraverso la monocoltura del caffè, e ovunque ci fosse cibo, per quanto scarso, c’era libertà, seppur fugace, dal lavoro. La privatizzazione della terra era una condizione necessaria per creare la fame che spingeva la gente a lavorare nelle piantagioni e nelle fabbriche di caffè, ma non era una condizione sufficiente. Ciò di cui c’era bisogno per sfruttare la volontà del popolo salvadoregno per la produzione di caffè, al di là della privatizzazione delle terre, era che le piantagioni producessero fame.

© 2020 Augustine Sedgewick
© 2021 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

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