Colin prima di Kaepernick, la serie Netflix sull’icona del football

La miniserie di Netflix sul campione Colin Kaepernick racconta la partita più dura per un giovane sportivo nero: trovare e difendere la propria identità fuori e dentro al campo.

Da ragazzo, non pensi che ti stanno preparando per un sistema. Ti piace giocare a football. E vuoi solo entrare in una squadra

Prima delle sei stagioni di Colin Kaepernick con i San Francisco 49ers, prima della decisione di inginocchiarsi durante l’inno come segno di protesta nei confronti della brutalità della polizia nei confronti dei neri, prima di rimanere senza squadra e prima di diventare una bandiera del movimento BLM – e protagonista di una bellissima campagna Nike nel 2018 – c’era solo Colin, che voleva giocare a football.

Anche se fa parte del filone biografico di Netflix sugli sportivi, Colin in bianco e nero, la serie prodotta dallo stesso Colin Kaepernick e dalla regista Ava DuVernay (che ha diretto Selma e la miniserie When they see us), aspira a essere molto di più della ricostruzione degli albori della carriera del quarterback. Come in un moderno romanzo di formazione, Colin, interpretato da Jaden Michael, non cresce solo in massa muscolare ma anche nella consapevolezza di chi è e di cosa vuole per il suo futuro. E soprattutto di quali sono gli ostacoli e i pregiudizi altrui che deve superare per giocare allo sport che ha scelto e non accontentarsi.

Colin e Colin Kaepernick

Figlio di una coppia mista e adottato a poche settimane dalla nascita dai bianchissimi Kaepernick – ma quella parte della sua storia nella serie è del tutto tralasciata – quello che vediamo sullo schermo è il Colin adolescente che vive in California, a Turlock. Una vita con due genitori molto benintenzionati che però fanno fatica a misurarsi con la nerezza del loro terzo figlio e spesso non riescono a vedere (si rifiutano di) quanto il mondo esterno possa essergli ostile.

Il commento fuori campo a ciò che accade – che la cosa riguardi i suoi capelli afro o le prime combine (la selezione per entrare in una squadra) o il primo amore – è affidato al Colin Kaepernick adulto

E visto che quello sullo schermo è un beneducato ragazzino della provincia americana ignaro di tutto, nei momenti più significativi della narrazione tocca ancora all’atleta e attivista cresciuto intervenire di persona per spiegare ciò che il giovane Colin vive ma non può capire fino in fondo o non può sapere.

Una serie riuscita a metà

Oltre che dalla voce dell’onnipresente Kaepernick, i sei episodi da trenta minuti ciascuno sono sostenuti da una poderosa colonna sonora, che si regge sulle spalle del premio Pulitzer Kendrick Lamar, della Work it di Missy Eliot, del James Brown di Give It Up Or Turnit A Loose, e comprende gli Outcast, Nas e i Freestyle Fellowship, solo per citarne alcuni.

Talmente vigorosa da avere il compito di sollevare una scrittura non sempre all’altezza del primo episodio magistralmente diretto da Ava DuVernay, che oltre al pilota si è occupata di dirigere solo le parti in studio di Colin Kaepernick. Per rendere l’idea, è un po’ come se dopo qualche capitolo J.R. Moehringer avesse lasciato il tennista Andre Agassi scriversi la sua ormai epica autobiografia Open da solo.

Foto: Netflix