Biennale di Architettura: il successo del padiglione romeno e il tema della migrazione

A Venezia, il successo del padiglione della Romania è legato al racconto degli immigrati, delle radici perdute e delle tante storie fino ad oggi mai raccontate...

Tra i tanti padiglioni e delle tante nazioni che, ogni anno, prendono parte alla Biennale Architettura di Venezia, quest’anno (in un’edizione intitolata, How we will live together?) a raccogliere l’interesse degli addetti ai lavori e la curiosità dei visitatori è stato, a sorpresa, il padiglione della Romania, incentrato interamente sul tema della migrazione: non è certo un caso, considerando che, fra i 27 Paesi dell’Unione Europea, è quello con il più alto numero di cittadini che vive al di fuori dei confini nazionali. Un’ondata migratoria che ha creato fenomeni complementari,  che s’intrecciano tra le storie di chi parte, accanto a quelle delle città che restano vuote: è proprio la tensione tra le due realtà, tra chi è partito e chi è rimasto, ad essere sottolineata nella mostra Fading Borders, divisa in due parti simmetriche. Da un lato, i visitatori sperimentano il mondo dei rumeni che emigrano e le loro nuove vite in città straniere, mentre dall’altro incontrano le città abbandonate, vulnerabili.

La prima parte del racconto è legata alla mostra Plecat (partire), di Elena Stancu, ex-vicedirettore di Marie Claire Romania, e Cosmin Bumbuţ, ex-fotografo di moda, in arte Teleleu: insieme allo studio di architettura Ideilagram il duo ha scelto di affrontare il tema della migrazione e delle radici mai del tutto perdute. Partiti in camper, il duo viaggia per tutta l’Europa per per dare voce ai quei romeni che vivono in modo permanente tra due mondi, racconta a NRW Elena Stancu.

Foto: Cosmin Bumbut

Qual è la vostra storia?

«Io ho 38 anni e sono originaria di Craiova, capoluogo della provincia di Dolj nel sud della Romania mentre Cosmin ha 52 anni ed è originario di Baia Mare, capoluogo dell’omonima provincia nel nord della Romania. Viviamo in un camper da novembre 2013, anno in cui abbiamo deciso di lasciare ognuno il suo lavoro precedente e di dedicarci insieme totalmente a questo lavoro».

Come è nata l’idea di documentare la diaspora romena?

«Il progetto “Plecat”, che ora potete vedere alla Biennale di Architettura, è il proseguo naturale di quattro anni spesi a raccontare tante realtà della Romania: la vita nei penitenziari, i fallimenti del sistema educativo, la violenza domestica, le comunità che vivono in estrema povertà, gli ostacoli che il sistema sanitario pone ai bambini malati di cancro. Durante tutti i nostri reportage , abbiamo incontrato bambini con genitori emigrati e quando chiedevamo loro: “Dov’è tuo padre?” la risposta era sempre la stessa “Se n’è andato”. Siamo stati in diversi ospedali nel sud della Romania, dove non ci sono abbastanza medici e infermieri: “Sono andati all’estero a lavorare”, ci è stato detto. Per tanti che sono rimasti nel Paese e lottano per sopravvivere, il sogno è comunque quello di partire, raccogliere soldi e tornare, perché dietro di loro c’è la nostalgia di casa».

Perché parlare degli immigrati alla Biennale di Architettura?

«Il numero dei romeni che emigrano è cresciuto fortemente dopo l’entrata della Romania nell’Unione Europea ma sono sempre e solo rappresentati da cifre. Nessuno parla delle loro tante storie particolari, delle ragioni che li costringono ad emigrare o di come si sono integrati nei Paesi d’adozione. D’altra parte, la diaspora è una forza politica, e puntualmente ad ogni elezione i partiti si ricordano dei romeni all’estero. Inoltre, i romeni all’estero rappresentano uno dei principali investitori nell’economia del Paese, sostenendo le famiglie lasciate in Romania e costruendo case nei paesi e nelle città che hanno abbandonato. Purtroppo, per il momento, sola una piccola parte prende la decisione di ritornare in Romania».

Foto: Cosmin Bumbut

C’è un episodio, in particolare, che vi ha colpito?

«La storia dei lavoratori stagionali nei campi agricoli in Germania ci ha presentato una delle realtà più dure: i romeni subiscono abusi, quando vivono all’estero, perché nessuno nel loro Paese ha insegnato loro che hanno dei diritti».

Che tipo di persone cercate, nei vostri viaggi?

«Di ogni tipo e di diversi ceti sociali. In Spagna ci siamo concentrati sulla comunità che lavora nei campi di fragole, ma anche un rappresentate del partito Ciudadanos nella città di Castellón de la Plana. A Monaco di Baviera abbiamo conosciuto il baritono romeno George Petean, che pochi anni fa ha interpretato Ezio in “Attila” di Giuseppe Verdi alla Prima della Scala. Tutte queste storie sono disponibili sul nostro sito e alla fine di questo viaggio, le raccoglieremo in un libro».

Nel frattempo però chi vi segue lo può fare anche fisicamente, e non solo virtualmente. Come funziona?

«Al di là della mostra a Venezia, il nostro progetto itinerante continua, le nuove tappe sono Italia e nel Regno Unito. Chi vuole sostenerci lo può fare con una donazione: riceverà in cambio delle cartoline che permetteranno di seguire il nostro viaggio: si tratta di fotografie realizzate da Cosmin nei luoghi che documentiamo».

Foto: Courtesy of Cosmin Bumbut