Vogliamo uscire dalla pandemia? Iniziamo a inviare vaccini ai Paesi poveri

La geopolitica dei vaccini è oggi più complessa che mai. E il (giusto?) profitto delle aziende si scontra non solo con l’etica, ma con l’interesse generale.

Urbi et orbi. Dalla città di Roma al mondo intero, l’invocazione pasquale di Papa Francesco è stata a favore della cosiddetta “Pace e vaccini”, perché la comunità internazionale si adoperi per colmare i ritardi accumulati nella distribuzione dei vaccini contro il Coronavirus e, nel nome di un vero e proprio “internazionalismo dei vaccini”, ne garantisca la distribuzione a tutti, soprattutto ai deboli ai fragili e ai poveri.

Vaccini per tutti

Una dichiarazione che entra a piede teso in una diatriba che si trascina da lunghi mesi. Ovvero da quando, lo scorso ottobre l’India (il più grande produttore mondiale di vaccini) ha presentato, in accordo con il Sud Africa, un appello all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) per chiedere che fosse temporaneamente sospesa la proprietà intellettuale dei vaccini contro Covid-19. La questione è molto più complessa di quel che si potrebbe pensare e la parola chiave, o meglio la sigla, è Trips, accordo per la protezione della proprietà intellettuale che protegge i brevetti sui farmaci ma prevede anche un meccanismo di deroga per casi specifici, ad esempio per la fornitura di farmaci per l’HIV/AIDS, la tubercolosi e l’epatite C ai Paesi in via di sviluppo.

Parlando in via generale, ci sono due fattori da ricordare. Il primo è il tema dei costi: in generale, il sistema dei brevetti, è ovvio, protegge e stimola sia la ricerca sia l’innovazione. Ma al tempo stesso, i farmaci protetti da brevetto sono più costosi, perché il detentore del brevetto ne ha il monopolio. La questione s’è fatta evidente in India e in Brasile, quando la produzione di antivirali a livello locale ha fatto crollare il prezzo di questi farmaci, rendendolo disponibili ai Paesi in via di sviluppo, e alle organizzazioni non governative (Medici Senza Frontiere da anni usa farmaci indiani per le sue operazioni in Africa).

Questione di brevetti

Il secondo tema è quello della disponibilità. Un collo di bottiglia che conosciamo ormai molto bene. I farmaci prodotti sono troppo pochi rispetto alle esigenze generali, e in questo quadro chi meglio paga, meglio alloggia: la disuguaglianza nella copertura e nell’accesso vaccinale tra Paesi ricchi e poveri nell’accesso ai vaccini è più acuta che mai, tanto che secondo Emergency le nazioni più ricche a marzo hanno vaccinato in media una persona al secondo, mentre la stragrande maggioranza dei Paesi in via di sviluppo ancora non è stata in grado di somministrare una singola dose, con una carenza strutturale di forniture mediche e scorte di ossigeno. People’s Vaccine Alliance ha lanciato un appello per chiedere ai Paesi ricchi (dove hanno sede le principali case di produzione dei vaccini) di “smettere di proteggere il monopolio dei colossi farmaceutici, che antepongono i profitti alla vita delle persone, liberalizzando i brevetti dei vaccini anti-Covid”. Associated Press a inizio marzo aveva lanciato il guanto della sfida, pubblicando un articolo nel quale sosteneva di aver trovato industrie qualificate per la produzione dal Bangladesh al Sud Africa, aziende locali, presenti in luoghi dove la pandemia dilaga senza freni, pronte a iniziare una produzione di massa – ma serve che venga loro garantito l’accesso alla tecnologia e al know-how necessari per farlo – e al momento tenuti ben stretti nelle mani delle case farmaceutiche.

Eppure, la proposta indiana e sudafricana non è passata, bloccata (sostiene la Bbc) da “Paesi ad alto reddito più il Brasile”. E non si può dire che questa volta le premesse fossero buone, visto che ai vertici dell’Omc da marzo c’è la nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala, che proprio durante il suo primo giorno al vertice dell’organizzazione ha fatto capire come la pensava, sul tema:

Dobbiamo concentrarci sulla collaborazione con le aziende per aprire e concedere in licenza siti di produzione più redditizi ora nei mercati emergenti e nei Paesi in via di sviluppo. E questo dovrebbe accadere presto, in modo da poter salvare vite umane», spiegava Okonjo-Iweala, ricordando che secondo i dati il 70% dei vaccini è stato somministrato in sole 10 nazioni

Una sciocchezza?

Le industrie farmaceutiche dissentono. Spiegano che le loro aziende hanno già investito enormi quantità di denaro e ricerca, e hanno il diritto di raccogliere profitti dai loro farmaci e vaccini. In poche parole, per citare il Ceo di Pfizer Albert Bourla, l’idea di condividere questi diritti di proprietà intellettuale sarebbe “una sciocchezza”, persino “pericolosa”. Secondo la Federazione internazionale dei produttori farmaceutici l’idea sarebbe “un pessimo segnale per il futuro. Sai che se c’è una pandemia, i tuoi brevetti non valgono nulla”. La questione è decisiva: quando fai ricerca, una sola frazione di tutti i tuoi esperimenti va a buon fine, e l’investimento economico (specie in questo caso, visto che parliamo di vaccini che sfruttano in molti casi principi realmente innovativi) è alto. Non tutte le Big del mondo farmaceutico, infatti, sono entrate nella partita, nell’ultimo anno: il rischio è davvero che, non riuscendo a ottenere i guadagni sperati perché senza brevetti, in futuro ci penserebbero due volte, prima di scendere in campo per una pandemia mortale? Emergency dissente, ricordando che a fronte di più di circa 100 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici destinati alla ricerca e allo sviluppo di vaccini contro il Covid, si stima che Pfizer, Moderna e AstraZeneca da sole realizzeranno entrate per 30 miliardi di dollari.

Il rischio

Il tema poi, non è solo economico, ma globale. A voler lasciare perdere etica e giustizia sociali, anche un poco di cinismo non guasterebbe. Se davvero un battito di pipistrello in Cina ha causato una pandemia nel mondo, è evidente che guardare al proprio orticello, di questi tempi, non paga sul lungo periodo. Sempre secondo le varie organizzazioni attive su questo fronte, e stando ai ritmi attuali, i Paesi a basso reddito (grazie principalmente all’alleanza CovIax), riusciranno a immunizzare appena il 3% della popolazione entro la metà del 2021 e il 20% entro la fine di quest’anno. Eppure tra varianti, coperture a macchia di leopardo e immunizzazione a tempo, quel che dovremmo aver ben chiaro è che senza una campagna di vaccinazione di massa a livello globale, come ricorda Emergency, le varianti del Covid19 sono destinate a prendere il sopravvento allungando, di molto, i tempi necessari a sconfiggere la pandemia e aumentando a dismisura il numero di contagi e vittime. Secondo uno studio realizzato dalla People’s Veccine Alliance, per il quale sono stati interpellati epidemiologi provenienti da 28 Paesi, abbiamo probabilmente al massimo un anno per non vanificare l’efficacia dei vaccini di prima generazione fin qui sviluppati e contenere le mutazioni del virus: la stragrande maggioranza degli esperti citati, poi, ritiene che se non si aumenterà la copertura vaccinale in molti Paesi potrebbe favorire il sorgere di varianti del virus resistenti al vaccino.  

Uno spiraglio arriva dall’Italia – grazie a due mozioni, una a firma 5 Stelle e l’altra Fratelli d’Italia, per spingere l’Unione europea verso una deroga temporanea dei brevetti dei vaccini contro il Covid-19. Ma ancora troppo poco si muove, su questo fronte. E se c’è una cosa che questa pandemia ci ha insegnato è che non basta decidere di agire. Bisogna farlo in fretta.

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