Un anno dopo il rogo di Beirut, il Libano sprofonda negli abissi

Il 4 agosto sarà un anno dal rogo esploso nel porto di Beirut, ma quel che preoccupa in Libano è una profonda crisi che non sembra avere vie di uscita.

DiMarco Lussemburgo

Lug 20, 2021

C’è una bomba sanitaria, economica e sociale che sta esplodendo in Medio Oriente. Nel Libano piegato da anni da una crisi economica senza precedenti, un abitante su 10 ha contratto il Covid, meno di uno su 10 è stato vaccinato. Gli ospedali iniziano ad avere scarsità di vaccini e medicine, mentre l’inflazione che galoppa a ritmi vertiginosi sta bruciando per via del cambio. Ad aumentare il clima di incertezza, pochi giorni fa, le dimissioni del premier incaricato Saad Hariri, che dallo scorso ottobre non è riuscito a formare un governo. Fuori dai radar dell’attenzione dei media sulla diffusione del Covid-19, concentrati su India e Brasile, il piccolo Paese che si affaccia sulla parte Orientale del Mediterraneo, vive da anni pure una crisi demografica senza precedenti.

La popolazione in Libano è passata da meno di 4 milioni di abitanti nel 2007 a oltre 6 milioni nel 2017, con l’arrivo di più di due milioni di profughi in fuga dalla confinante Siria, che affollano i campi lungo tutto la valle della Bekaa

Nel 2020 ci sono stati diversi casi di autolesionismo nei campi, un profugo siriano si è dato fuoco ad aprile, sia per le costrizioni psicologiche imposte dal tentativo di contenere la pandemia e dal lockdown, sia per le misure sanitarie del tutto insufficienti. La torre con il gigantesco Rolex di cinque metri, davanti al Parlamento di Beirut, è una delle ultime vestigia del Libano che fu, quando per una legislazione fiscale assai favorevole, il Paese era considerato la Svizzera del Medio Oriente. Oggi che l’inflazione viaggia oltre il 268% ė tutta un’altra storia.

L’emergenza sanitaria in Libano

A preoccupare è soprattutto l’emergenza sanitaria. Più di 250 milioni di dollari americani in aiuti umanitari, si sono volatilizzati solo per l’effetto provocato dalle banche che dal 2020 scambiano dollari con le agenzie delle Nazioni Unite ad un tasso del 40% inferiore a quello ufficiale, per mettersi al riparo dalle conseguenze dell’inflazione. Difficile dunque anche l’approvvigionamento dei vaccini, malgrado lo sforzo della comunità internazionale. Ad aprile erano arrivate da Pechino 50 mila dosi di Sinopharm. Per l’estate sono attese 750 mila dosi di Pfizer BioNTech. Acquisti a credito vista la difficoltà del Paese ad onorare i propri debiti con l’estero. In un mondo altamente globalizzato, a frontiere aperte nella regione, c’è il rischio che la diffusione del virus corra veloce. Anche perché buona parte della classe dirigente, compresa quella sanitaria, sta abbandonando il Paese a se stesso.

La crisi finanziaria

La lira libanese è crollata del 90% in un anno. Il salario medio è sceso da 450 a 65 dollari per via dell’erosione progressiva e quotidiana della moneta.

Secondo la rete televisiva araba Al Jazeera nel 2019 con diecimila mila lire libanesi una famiglia tipo poteva acquistare al mercato un litro di latte, un chilo di pomodori, un chilo di arance, un chilo di mele, un chilo di cetrioli, un chilo di riso e mezzo pollo. Oggi con gli stessi soldi al mercato si può comperare un litro di latte e basta

 

In questo quadro, per un Paese che importa dall’estero oltre l’80% dei beni per il fabbisogno interno, ci sono settori merceologici in allarme rosso. Le medicine innanzitutto, vaccini e terapie di contenimento del Covid-19, di fatto comperate a credito o arrivate in Libano solo grazie agli aiuti umanitari internazionali. E poi il grano, il carburante – fiorente in tutto il Paese il mercato nero – che alimenta i generatori privati per l’elettricità. Per contenere i consumi le autorità hanno imposto dei blackout programmati di sei ore nella capitale, che diventano fino a diciotto nelle aree rurali.

Default economico e politico

A rendere ulteriormente complicata la situazione, il default tecnico dichiarato dal Libano che, sotto la prima ondata della pandemia, con il primo lockdown e il blocco pressoché generale di tutte le attività produttive, a marzo 2020 non è stato in grado di onorare il pagamento di un Eurobond da 1 miliardo e 200 mila euro. Il mancato pagamento di questa quota di debito ha provocato la reazione inevitabile (sic!) di diversi Paesi impegnati in aiuti verso Beirut, a partire dagli Stati Uniti. Che a questo punto chiedono, per sbloccare nuovi aiuti, un sistema di riforme difficilmente sostenibili e una maggiore stabilità politica. Non ufficialmente viene pure chiesto il ridimensionamento degli sciiti di Hezbollah, fortemente finanziati dall’Iran, la cui presenza nel Parlamento libanese si è invece accresciuta negli ultimi anni.

Ad ingigantire l’instabilità, arrivano ora le dimissioni del premier incaricato Saad Hariri, che non è stato in grado di garantire quella stabilità chiesta dai mercati internazionali. Da lui, così come dal suo predecessore Hassan Diab che si era dimesso ad agosto del 2020 dopo l’esplosione del deposito clandestino di esplosivo che ha devastato la zona del porto di Beirut, è arrivata una richiesta di aiuto senza la quale sarebbe in pericolo la tenuta sociale e sanitaria del Libano. Richiesta che per ora non ha provocato alcuna reazione da chi a livello internazionale, come si dice, continua a fare orecchie da mercante. Mentre il Libano muore. E in Libano, di Covid-19 sempre più si muore. Quali implicazioni avrà la crisi libanese sui flussi migratori ? 

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