Se vogliamo parlare di immigrazione, affidiamoci ai dati

Scrittore e già assessore alla Cultura della Comunità ebraica di Milano, Davide Romano torna su Radici per commentare i dati sulle morti nel Mediterraneo diffusi dall'UNHCR.

Per parlare di immigrazione senza pregiudizi, bisogna affidarsi ai dati. Le emozioni, che si parli di immigrazione o sanità (vedi il caso del metodo Stamina), possono essere fuorvianti e portatrici di disastri. Dunque, al netto della drammatica situazione dei luoghi di detenzione dei migranti in Libia, concentriamoci sul tema che ha riempito le pagine dei giornali e l’attenzione delle televisioni negli scorsi mesi e anni: il cambio di rotta politico apportato dal ministro Minniti prima, e dal suo successore Salvini poi.

Con sensibilità e provvedimenti diversi, di fatto gli ultimi due ministri degli Interni hanno reso sempre più difficile il lavoro delle navi delle ONG che raccoglievano i migranti che partivano dalle coste libiche con i gommoni. La tesi di tante ONG (e di diversi politici e personaggi della società civile) era che questo blocco avrebbe fatto aumentare i morti in mare poiché non ci sarebbe stato nessuno a raccoglierli.

Devo ammettere che anche io avevo iniziato a preoccuparmi di questa prospettiva. Poi sono arrivati i dati da parte dell’ONU, un organismo non certo tenero (anche nel recente passato) nei confronti del governo italiano. Questi dati ci dicono che in due anni le morti in mare sono dimezzate. Per la precisione, secondo l’UNHCR (l’agenzia Onu per i rifugiati), infatti, i morti e dispersi nel mare Mediterraneo sarebbero stati: dal 1 gennaio al 24 settembre 2016: 3.498, dal 1 gennaio al 24 settembre 2017: 2.561, dal 1 gennaio al 30 settembre 2018: 1.720. Dunque il blocco delle ONG (oltre che il rafforzamento dei controlli della marina libica) ha portato come conseguenza l’esatto opposto delle ipotesi adombrate sui media.

Cosa fare, dunque? Forse sarebbe il caso di prendere atto dei dati, e reimpostare il dibattito sul fenomeno migratorio. Forse sarebbe meglio concentrarsi sul problema dei migranti imprigionati in Libia, su cui c’è da lavorare moltissimo. Anche qui però, senza paraocchi. E cioè senza dimenticare le violazioni dei diritti umani ai danni di tanti africani nei loro Paesi. Talvolta infatti, è proprio la violazione dei diritti umani a causare la migrazione. Ma torniamo al punto: il fatto che i migranti morti e dispersi in mare sarebbero dimezzati nell’arco di due anni, andrebbe certo preso come un dato molto positivo (anche se quando si parla di morti, sono sempre troppi). In tal caso, sarebbe l’ennesima conferma del fatto che dobbiamo sempre ricordarci di soffermarci molto di più sui dati, e meno sulle emozioni. Altrimenti si rischia, pur perseguendo il bene dell’umanità, di farne il male.

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