Sant’Egidio, i corridoi umanitari e l’accoglienza (non solo a Natale)

A ridosso delle feste Daniela Pompei, vicepresidente della Comunità di Sant'Egidio, racconta a NRW cosa vuol dire lieto fine per chi scappa da Libia e Afghanistan.

Novantatré sono atterrati a Fiumicino dalla Libia il mese scorso. Milleduecento dovrebbero arrivare dall’Afghanistan dai primi mesi del 2022. E poi ci sono quei primi mille, i profughi siriani che hanno raggiunto l’Italia dal Libano nei febbraio del 2016. Sono questi i numeri dell’accoglienza che, a poche ore da Natale, Daniela Pompei, vicepresidente e coordinatrice internazionale dei corridoi umanitari della Comunità di Sant’Egidio, racconta a NRW.

Per Sant’Egidio l’accoglienza è, da sempre, un percorso che coinvolge chi viene accolto durante tutto l’anno, non una buona azione da compiere a ridosso delle festività.

Grazie ai corridoi umanitari, dal 2016 ad oggi 4330 persone non hanno dovuto salire su un barcone o sfuggire alla polizia croata per raggiungere l’Italia

Come funziona il corridoio umanitario?

«Il corridoio umanitario è la possibilità di fare entrare regolarmente, e quindi con un visto, dei potenziali richiedenti asilo, togliendoli dalle mani dei trafficanti di uomini. Questo era l’obiettivo di fondo. Con una caratteristica particolare: le associazioni che lo propongono si assumono l’onere dell’accoglienza, sia l’organizzazione del viaggio sia l’accoglienza. Si tratta insomma dell’introduzione di una forma di sponsorship all’interno della legislazione italiana, che prima non c’era».

 

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Qual è stato il primo?

«Nel dicembre 2015 insieme alla Tavola Valdese e Federazione delle chiese evangeliche in Italia abbiamo sottoscritto il primo Protocollo con Interni e Esteri. Inizialmente era stato proposto per mille siriani bloccati in Libano. Non c’era una legge di riferimento e per ottenere la concessione dei visti abbiamo utilizzato il Regolamento europeo sui visti che prevede la possibilità per gli stati membri di rilasciarne a territorialità limitata, validi solo per l’Italia. Con il Libano siamo ora al terzo Protocollo: questo significa che se fino a ora sono entrate duemila persone, ne entreranno altre mille».

E ora dove sono queste persone?

«Sono in tutta Italia, in tante città italiane dove hanno trovato accoglienza. Le ultime due famiglie sono arrivate ieri mattina da Cipro e si trovano a Roma. L’esperienza dei corridoi umanitari è molto positiva perché apre delle vie legali di ingresso, delle vie nuove. Ma un aspetto altrettanto positivo dei corridoi umanitari è l’accompagnamento all’integrazione, che ha dimostrato l’esistenza di un’Italia solidale. Basti pensare a quello che è successo a Pegognaga, vicino a Mantova».

Cos’è successo a Pegognaga?

«Una famiglia del posto ha accolto una famiglia siriana, marito moglie e tre figli: il tempo dell’accoglienza è calcolato in un anno, ma a volte ci vuole più tempo a diventare autonomi. In quel caso non solo il capofamiglia ha trovato lavoro come saldatore e ha iniziato a pagare l’affitto, ma si è anche comprato una casa».

Com’è andata a finire?

«Si sono talmente stabilizzati che poi hanno chiamato altri parenti e nella zona si è creato un nucleo di quattro o cinque famiglie siriane. So che durante la pandemia si sono dati da fare per aiutare chi li ha accolti. Tra il 2014 e il 2015 sono passati in Italia 42 mila siriani e nessuno si è fermato in Italia, puntavano tutti alla Germania. Quelli che sono arrivati con i corridoi umanitari hanno creato dei nuclei che desiderano rimanere in Italia e ora fanno parte del nostro Paese. Questo, io credo, è un valore aggiunto».

Chi passa attraverso i vostri corridoi umanitari?

«In genere, le famiglie. E ciò facilita il percorso di integrazione. I grandi, veri attori dell’integrazione sono i bambini, perché vengono inseriti a scuola, e i genitori sono portati ad avere rapporti con quelli degli altri bambini. A volte c’è qualcuno che pensa di raggiungere i parenti in altri Paesi e spesso sono i figli a convincerli a non andarsene, perché la loro vita è qui. Ricordo una famiglia, a Cosenza, che si è spostata in Germania: qualche mese dopo è tornata indietro».

Chi critica l’accoglienza sostiene che le persone, una volta accolte, poi cerchino solo di andarsene.

«Avviene in una percentuale bassissima. I cosiddetti movimenti secondari – l’arrivo in un Paese per poi spostarsi in un altro – capitano quando non conosci le persone: i volontari e i mediatori di Sant’Egidio prima di stilare la lista di chi parte fanno almeno tre colloqui, sul posto, in momenti diversi. Le persone vengono informate di ciò che troveranno in Italia e vengono rese partecipi. Per loro è importante vedere gli stessi volti da quei primi colloqui fino all’arrivo in Italia. Dei 93 arrivati dalla Libia il mese scorso, sono tutti ancora qui con noi. Stiamo imparando a conoscerci».

Foto: Ufficio Stampa Sant’Egidio