Più stranieri in carcere che nella società. L’anomalia italiana e non solo

Tre detenuti su dieci sono stranieri. In Italia come in Europa. Le riflessioni dell’ex direttore del carcere di San Vittore Luigi Pagano.

DiFabio Poletti

Gen 11, 2022

In Italia uno su dieci ha origini straniere. In carcere la presenza degli stranieri è invece tre volte tanto. La conferma nell’ultimo report del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria reso pubblico in questi giorni. Al 31 ottobre dell’anno scorso, ultimo dato disponibile, nelle carceri italiane c’erano 54307 detenuti di cui 17315 provenienti da un altro Paese. Il dato non è omogeneo.

Ci sono carceri dove il tetto della presenza degli stranieri sfonda abbondantemente il 60% come alle Vallette di Torino, a San Vittore a Milano oppure a Roma, a Rebibbia come a Regina Coeli

Qualche riflessione su questi dati, ma il trend è europeo come vedremo, NuoveRadici.world l’ha chiesta a Luigi Pagano, 67 anni, napoletano, per 40 anni nell’amministrazione penitenziaria, ben 15 come direttore di San Vittore a Milano e poi per un decennio ai vertici del Dap in Lombardia e come vice al Dap nazionale. «I dati sono stabili da anni, forse nell’ultimo periodo sono pure diminuiti».

Negli Anni Novanta San Vittore era un carcere di stranieri, più stranieri che italiani. Alla base di tutto ci sono i reati tipici, quelli dovuti alla mancata integrazione

Reati di strada verrebbe da dire. Meno gravi forse, ma puniti ugualmente in modo severo. Secondo le statistiche del Dap il 20% degli stranieri è in carcere per spaccio, il 10% per reati legati alla prostituzione, il 9% per lesioni colpose, l’8% per omicidio, altrettanti per falsificazione di atti, il 6% per furti o rapine. «I reati più gravi li fanno gli italiani. Ma la condizione del detenuto straniero è peggiore».

L’articolo 27 della Costituzione, quello che stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, si fa fatica ad applicarla nel loro caso

«Ci sono problemi di alfabetizzazione, molti sono irregolari, non possono lavorare o vivono in abitazioni non idonee. Così viene meno il presupposto del reinserimento».
Il problema sembra porsi già in fase di giudizio, quando tocca al giudice decidere se il futuro del condannato è il carcere o una misura alternativa alla detenzione. A quel punto, secondo l’Associazione Antigone, uno degli osservatori più importante di quello che avviene dietro le sbarre, scatta in chi deve giudicare e decidere una sorta di pregiudizio: «Gli immigrati subiscono maggiormente i provvedimenti cautelari detentivi rispetto ai cosiddetti detenuti nazionali. La sovra-rappresentazione degli immigrati fra coloro che sono dentro in attesa della condanna è in più il segno di un sistema giudiziario discriminante su base etnica».

Nei confronti di un immigrato irregolare è più difficile trovare soluzioni cautelari diverse dal carcere

«I giudici di sovente motivano i provvedimenti di carcerazione sostenendo la tesi che gli immigrati privi di permesso di soggiorno non hanno un domicilio stabile ove poter andare agli arresti domiciliari. In realtà molto spesso gli irregolari una casa o una stanza dove vivere ce l’hanno ma non possono essere indicate quale domicilio regolare essendo loro stessi in una generale condizione di irregolarità».
Il ministro della Giustizia Marta Cartabia più volte ha posto l’accento sulla necessità di implementare le misure alternative alla detenzione. Ma c’è una sorta di tappo che affligge le carceri italiane, perennemente sovraffollate, come spiega Luigi Pagano: «Ci sono 10-15 mila detenuti, in carcere con condanne da appena un anno. A questo punto non c’è solo il fatto che le carceri scoppiano, ma va ridiscusso cosa voglia dire che le pene devono tendere alla rieducazione del detenuto. È un problema annoso, che investe le strutture detentive soprattutto davanti a una popolazione carceraria di stranieri. Al di là delle loro condizioni oggettive c’è un reale problema di risorse, tra interpreti e mediatori culturali che sono sempre troppo pochi, per ridurre il gap dettato dalle difficoltà di comunicazione».

Anche in Europa una maggioranza di carcerati di origini straniere

Il problema è noto ma non è solo italiano. L’Università di Losanna ha censito la popolazione carceraria in Europa. Su circa 800 milioni di abitanti i detenuti sono 1 milione e 737 mila secondo i rilevamenti dell’anno scorso. La percentuale media di detenuti di origine straniera in Europa è del 21%. Ma in Svizzera, il Paese che detiene il record, si arriva al 74,3%. L’Italia è al quarto posto, ma con il 35,3% di detenuti stranieri quasi doppia la media europea. Drammatici pure i dati sui detenuti in attesa di giudizio. La media europea per gli stranieri si attesta al 28%. In Olanda tocca il 53,7%, l’Italia è al quarto posto, al 43,1%.
Se il carcere è lo specchio peggiore della società, almeno su un punto sembra essere migliore. Gli episodi di razzismo pur di fronte a una così alta concentrazione di detenuti stranieri sono marginali. Una spiegazione ce la fornisce l’ex direttore di San Vittore Luigi Pagano: «Più che alla solidarietà tra detenuti bisogna guardare al carcere considerato come un terreno comune di privazioni simile per ogni detenuto. In cella devi convivere con gli altri reclusi da qualsiasi Paese provengano. E alla fine ognuno pensa solo per sè».

Foto:Flickr/Trent

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