Per Affinati i nuovi cittadini italiani sono il nostro sangue

Scrittore e fondatore, insieme a Anna Luce Lenzi, della scuola Penny Wirton, in questa intervista Eraldo Affinati spiega come abbia sentito l'esigenza di azioni da svolgere - quali insegnare, scrivere e documentare l'immigrazione - per dare forza e legittimità alle sue parole. E sui nuovi cittadini italiani afferma: «Sono il nostro sangue. In realtà siamo…

L’arte non rivoluziona la società. Con le canzoni, è possibile aiutare le persone a maturare consapevolezza e a fare piccoli passi verso il cambiamento, ma la rivoluzione sociale avviene attraverso iniziative della politica.
Gato Barbieri, musicista, Argentina

 

 

Definire Eraldo Affinati, 62 anni, di Roma, solo uno scrittore è riduttivo. Con Campo del sangue, uscito nel 1997 per Mondadori, ha vinto il premio Campiello. Ha scritto decine di libri, molti con migranti come protagonisti. Insieme alla moglie Anna Luce Lenzi si è inventato la scuola Penny Wirton, che insegna gratuitamente italiano agli stranieri.

Chi è Penny Wirton? Perché ha il nome della vostra scuola?

Penny Wirton e sua madre è il titolo di un romanzo di Silvio D’Arzo, grande scrittore italiano, poco noto al grande pubblico, sul quale io e mia moglie, Anna Luce Lenzi, ci siamo laureati. In quell’opera, di notevole fascino stilistico, in senso stevensoniano, Penny è un ragazzo senza padre. Io e Luce abbiamo fondato una scuola di italiano per immigrati pensando ai Penny di oggi: i minori non accompagnati a cui insegniamo la nostra lingua.

Ci racconta un po’ la scuola… Com’è nata, chi la frequenta, chi insegna, chi sono i migranti…

La scuola Penny Wirton, frequentata da uomini e donne di ogni età, è nata dieci anni fa, al tempo in cui io insegnavo italiano nella comunità della Città dei Ragazzi di Roma. Vedevo la difficoltà che avevano i miei alunni posti all’interno di un gruppo chiuso. Così abbiamo pensato di costruire una scuola tutta per loro: uno a uno, senza classi, senza burocrazie, basata sul volontariato. Ad ogni immigrato affianchiamo un professore che, negli ultimi tempi, è spesso uno studente italiano, il quale svolge un tirocinio formativo presso di noi. In questi anni siamo molto cresciuti: a Roma abbiamo un centinaio di volontari. Esiste una dimensione nazionale delle scuole Penny Wirton: si tratta di associazioni che si richiamano al nostro stile didattico e spirituale firmando una carta d’intesa. Attualmente ci sono trentacinque postazioni in Italia, da Nord a Sud. Abbiamo una presenza anche a Lugano, in Ticino. Il 16 giugno scorso c’è stato il primo incontro di tutte le Penny Wirton d’Italia. Crediamo nei valori della gratuità e dell’accoglienza. A chiunque volesse saperne di più, consiglio di consultare il nostro sito che teniamo sempre aggiornato www.scuolapennywirton.it.

Ne La città dei ragazzi lei ha fatto un viaggio a ritroso, tornando in Marocco da dove erano venuti Omar e Faris, alcuni dei suoi allievi. È un viaggio che nella realtà non fa nessuno. Dall’Africa si scappa e basta. Sembra che non interessi a nessuno conoscere la sorgente di questo inarrestabile fiume in piena. Lei invece cosa voleva raccontare?

Voglio conoscere e far conoscere la realtà delle popolazioni che emigrano. Se io fossi nato in certe condizioni di povertà assoluta, di sicuro avrei cercato di migliorare le mie condizioni. Siccome insegno agli immigrati, vado nei luoghi da cui sono partiti i miei studenti: lo faccio per capire loro e me stesso. Ho scritto diversi libri su questo tema: La città dei ragazzi, appunto ambientato in Marocco; Vita di vita, la storia di un viaggio in Gambia, insieme a Khaliq, un mio scolaro che non sapeva se sua madre fosse viva o morta; Tutti i nomi del mondo: una sorta di appello planetario in cui i viaggi dei miei scolari tornano come schegge di un mosaico non ricomposto. Anche nel libro dedicato a don Milani, L’uomo del futuro, metto al centro l’emigrazione andando a cercare in ogni parte della Terra quegli educatori isolati che si occupano dei più svantaggiati. I ragazzi di Barbiana di oggi si chiamano Alì, Fatima e Mohamed. A settembre uscirà, presso Piemme, un secondo mio testo su don Milani, stavolta rivolto ai ragazzi: Il sogno di un’altra scuola. Ho immaginato una classe multietnica che mi fa domande su questo strano prete.

La letteratura si è sempre occupata di migrazioni e migranti. Magari in Italia meno. Gli intellettuali, gli scrittori, che ruolo possono avere in questo dibattito?

Io sento l’esigenza di azioni da svolgere per dare forza e legittimità alle mie parole. Va in questa direzione anche un docufilm, prodotto da Tv2000, che ho girato in Italia e Marocco, con la regia di Giuseppe Carrieri: In viaggio con Mohamed. Abbiamo voluto raccontare la storia di un migrante, anche lui mio ex allievo, diventato cittadino italiano, il quale rivede coi suoi occhi il percorso che ha fatto attraverso gli immigrati di oggi. Il film uscirà a settembre e verrà presentato nei principali festival internazionali.

Ci sono 1 milione e 300 mila nuovi italiani. 240 mila solo l’anno scorso. Nessuno lo sa tutti parlano solo di sbarchi. E il dibattito da noi è ancora fermo alle emergenze. Alla fine i migranti sono o un problema o tutte vittime?

Questi nuovi cittadini italiani sono il nostro sangue. In realtà siamo noi stessi. Non c’è più, non ci sarà più in futuro, alcuna differenza fra noi e loro. Si tratta solo di una questione di tempo. La fusione è l’essenza della civiltà umana che altrimenti non si sarebbe sviluppata. Cose ovvie, persino banali, se osserviamo con lungimiranza storica il fenomeno delle immigrazioni. Se invece guardiamo a due metri da noi, registriamo soltanto la paura, le diffidenze, gli egoismi, la fragilità delle nostre stesse identità che si sentono minacciate perché non sono certe. La fusione è l’essenza della civiltà umana che altrimenti non si sarebbe sviluppata. Cose ovvie, persino banali, se osserviamo con lungimiranza storica il fenomeno delle immigrazioni. Se invece guardiamo a due metri da noi, registriamo soltanto la paura, le diffidenze, gli egoismi, la fragilità delle nostre stesse identità che si sentono minacciate perché non sono certe. Se uno è sicuro di se stesso, non ha nulla da temere dal rapporto con altre persone, ma tutto da guadagnare. Guardiamo il Papa: la sua identità non può certo essere messa in discussione. Eppure oggi nel mondo è lui quello che più di tutti ci spinge all’accoglienza, arrivando fino al punto di portarsi a Roma dall’isola di Lesbo una famiglia musulmana!

Lo stereotipo dell’extracomunitario che fa il lavoro che gli italiani non vogliono fare – e quindi non ci rubano niente per altro – non andrebbe sfatato davanti ai nuovi italiani che si stanno imponendo sempre più in alto nella scala sociale? Imprenditori, chirurghi, ricercatori… Ha qualche esperienza personale oltre una sua idea in merito?

Gli immigrati non sono più buoni o cattivi di noi. Non sono migliori o peggiori. È pura umanità che, spostandosi dai luoghi dell’origine, produce nuove combinazioni culturali. Ho scolari che ricordo analfabeti e ora vedo laureati: chi in Scienze dell’educazione, chi in Giurisprudenza, chi in Scienze infermieristiche. Potrei anche citare casi di strade sbagliate, di fallimenti e sconfitte. Ma il punto non è questo. Per superare il cosiddetto stereotipo dell’extracomunitario dovremmo guardare un po’ più in là, andando oltre lo schema sociologico e politico. La piattaforma dove sto dando questa intervista si chiama Radici. Ecco, se ci pensiamo bene, le radici di un essere umano non sono soltanto sue. Ogni radice s’intreccia con quella di un altro. Tocchi la tua radice e vibra tutta la pianta. Nessuno può stare da solo.

Il nostro Paese si è emozionato davanti alla vittoria della staffetta italiana a Saragozza. Tutte nostre connazionali di pelle scura. Non è che come sempre gli stranieri ci piacciono solo se ci divertono, ci fanno vincere o si spaccano la schiena per noi? Non è che anche questo modo di ragionare fa di noi un Paese razzista?

Accettare la presenza dell’immigrato è una cosa grossa che chiama in causa i nostri grovigli interiori. Non basta il precetto giuridico a superare le incomprensioni, gli equivoci, le ignoranze. Ci vuole molto di più. Bisogna mettersi in gioco. Rischiare di farsi male. Di non capire. Soltanto così l’incontro sarà proficuo. Altrimenti l’ipocrisia o il razzismo vinceranno sempre. È in corso un lavoro umano e culturale che riguarda tutti noi e non possiamo sottovalutare. Si tratta di un’elaborazione collettiva inevitabile che passa anche attraverso immagini simboliche come quella, per me stupenda (lo dico anche da ex quattrocentista), delle quattro ragazze vincitrici a Saragozza.

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