Milano: il virus (democratico) che non colpisce i migranti

L’inchiesta di NRW nei centri di accoglienza del capoluogo lombardo. Nel pieno dell’emergenza da coronavirus e delle critiche alla gestione della crisi, il paradosso è una rete di solidarietà che regge e non registra particolari criticità.

Questa volta gli altri siamo noi. Per la prima volta nel terzo millennio, complice il coronavirus, gli italiani si ritrovano ad essere respinti alle frontiere altrui, ad essere quelli che vanno aiutati e rispediti “a casa loro”.
Per via di questo paradosso, abbiamo interpellato le associazioni che accolgono i migranti. E l’inchiesta di NRW nei centri di accoglienza del capoluogo lombardo dimostra che ad essere colpiti da un’emergenza siamo solo noi. «Il coronavirus è democratico» afferma Marzia Pontone, consigliere comunale e volontaria della Comunità di Sant’Egidio a Milano, «perché il rischio colpisce italiani e non, allo stesso modo. Ma chi ne risente maggiormente sono i più vulnerabili». Le misure restrittive legate alla diffusione del virus hanno inceppato anche il sistema di accoglienza dei migranti, in Lombardia?

Unità di strada (con termometro)

Una parte fondamentale dell’assistenza agli stranieri in Italia è rivolta alle unità di strada. Alcune associazioni hanno dovuto interrompere le loro attività, come Genti di Pace. La Fondazione Progetto Arca è invece riuscita a garantire la funzionalità del servizio, seppure con una forte riduzione del numero di volontari. «Con le unità mobili escono solo gli operatori e infermieri: provvedono anche alla misurazione della temperatura a tutti quelli che mostrano sintomi sospetti», ci spiega Silvia Panzarin.

Refugees Welcome, associazione che si occupa di inserire giovani migranti all’interno di famiglie italiane, ci racconta che le attività degli operatori sono pressoché invariate, ma le maggiori difficoltà si hanno a livello organizzativo. Molti incontri sono stati annullati, il direttivo non può riunirsi e perfino una convention che era stata programmata per maggio rischia di essere cancellata. A livello pratico, molti dei ragazzi che sono stati accolti dalle famiglie grazie al loro progetto non vanno più a scuola ma lavorano, molti come muratori o magazzinieri, professioni che non sono certo adatte allo smartworking.

Didattica in tempo di emergenza

Dalla didattica all’assistenza agli anziani, per raggirare la quarantena c’è una sola strada: quella digitale. Nel centro di insegnamento dell’italiano a stranieri della Comunità di Sant’Egidio a Milano circa 400 studenti sono dovuti rimanere a casa. Le attività sono cessate già da domenica scorsa. «Stiamo però pensando a un sistema di smart learning attraverso internet per i nostri studenti, oltre a mandare i compiti tramite WhatsApp, come stiamo già facendo», racconta ancora Marzia Pontone. Hanno dovuto interrompere quasi tutte le iniziative legate alle attività sul territorio, incluso lo sportello legale e la caffetteria per i senzatetto, così come le attività di Genti di Pace, organizzazione che porta stranieri volontari nei centri per anziani. L’obiettivo, però, è compensare velocemente la sospensione dei servizi. Per quanto riguarda le visite nei centri anziani, Sant’Egidio punta sulla comunicazione virtuale.

In un momento in cui la socialità fisica è stata ridotta, non deve comunque mancare un modo per far sentire la vicinanza, tenuto conto del legame che ormai si è creato tra volontari e anziani. Un’altra idea potrebbe essere quella di consegnare lettere e dei piccoli regalini.

Iniziativa simile a quella lanciata dalla Civil Week 2020. L’iniziativa che si doveva tenere a Milano è stata sospesa, ma il Comitato promotore dell’evento ha lanciato la campagna Una telefonata vale come un abbraccio”, che invita a non dimenticarsi delle persone più vulnerabili anche in una situazione emergenziale come questa.

La speranza all’epoca del Coronavirus

«È importante che si spieghi agli stranieri cosa sta succedendo, noi abbiamo pensato di distribuire le norme di prevenzione in varie lingue», continua Marzia Pontone. I quali, però, sembrano però reagire con meno panico rispetto agli italiani, perché sono stati in emergenze molto più gravi:

Ne ho parlato con due siriani arrivati attraverso i corridoi umanitari, dopo un periodo di transito in un campo profughi in Libano. Erano molto stupiti dalla cura che il sistema italiano sta avendo delle persone in questo momento. Paradossalmente una circostanza del genere può dare loro un senso di speranza.

Per quanto riguarda l’arrivo di nuove persone, i corridoi umanitari per il momento non sembrano risentire di queste misure emergenziali e per il momento non ci sono persone bloccate.

Nei centri di accoglienza

Anna Maria Lodi, presidente di Farsi Prossimo, spiega che i servizi essenziali nei centri di prima accoglienza non sono sospesi. Gli ingressi programmati negli SPRAR (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) di Milano, 5 questa settimana, non hanno subito restrizioni.
Nel centro di accoglienza Casa Soraya, destinata alle famiglie di migranti, sono state richieste delle misure igieniche di pulizia ulteriori rispetto a quelle già messe in pratica quotidianamente. Il problema, semmai, è quello che in queste ore accomuna molte strutture a contatto con il pubblico, spiega Anna Maria Lodi «La vera difficoltà? Reperire mascherine e igienizzanti».

Foto; Gregory Smirnov / Unsplash

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