Lesbo, le storie dei volontari ignoti che accolgono i profughi afghani

Dallo studente alla quarantenne che insegna inglese: i racconti di chi grazie a Sant’Egidio cerca di tenere in piedi il sistema d'aiuto sull'isola greca.

DiStefano Pasta

Set 14, 2021

L’altra Europa comincia qui. Dalle storie dei 250 volontari della Comunità di Sant’Egidio, di tutte le età, che da Ungheria, Italia, Polonia, Spagna, Francia, Belgio ed altri Paesi dell’Unione, si alternano nelle settimane estive a Lesbo, l’isola greca dove sorge il più grande campo profughi d’Europa. Ciascuno di loro – risparmiando nei mesi precedenti – si è pagato il viaggio per testimoniare l’Europa dei ponti e non dei muri. Convocati sull’isola greca per non rassegnarsi all’indifferenza e al filo spinato che circonda il campo, con i suoi 4.200 profughi, per il 45% minori, a cui l’Europa continua a chiudere le porte. Afghani, somali, siriani, congolesi e di altre nazionalità chiusi nelle tende e nei container da uno, due, tre anni.

Tutti provenienti dalla Turchia, le cui coste si vedono bene dall’altra parte del mare e ora abbandonati nella calma irreale di questo accampamento, senza soluzioni: si arriva fino anche a quattro rigetti alla domanda di protezione internazionale e ogni volta è un colpo alla speranza. Come quello dato alla vecchia di 95 anni, arrivata qui dalla Siria sopravvivendo alle bombe, alla perdita delle persone care, camminando per tutta la Turchia e, alla fine, salendo su una barca che l’ha portata in un campo dove il termometro segna 40 gradi e non c’è ombra. Il campo e non l’Europa, negata, come a lei, a intere famiglie in fuga dalla guerra e a bambini di uno, tre, sei anni.

La Scuola della Pace 

Per restituire dignità, Sant’Egidio ha montato la Tenda dell’Amicizia, rossa, ben visibile, proprio accanto a Kara Tepe. Qui al mattino si svolge la Scuola della Pace, dove i bambini studiano, cantano, giocano, sorridono. In altri gazebo, gli adulti imparano l’inglese, provando a costruire un pezzo di futuro. Al pomeriggio, le famiglie si siedono ai tavoli, finalmente all’ombra, e mangiano con un amico accanto che, con un po’ di inglese e la lingua internazionale dell’amicizia, mostra un volto europeo diverso da quello dei muri. 450 pasti a giorno, a cui si accede a turno, l’unico “cibo buono” della settimana. Appena vuotano i piatti, i bambini corrono in un’area che i giovani di Sant’Egidio hanno attrezzato per giocare. Sono affamati anche di questo: giocare come dovrebbero fare tutti i bambini del mondo.

Nel week-end momenti speciali: con i pochi che non vivono più nel campo ma hanno ottenuto un alloggio a Mitilene si va in gita, si va a conoscere quest’isola, tanto diversa dalla loro terra, ma in cui la pietà di qualcuno ha creato il “cimitero dei giubbotti”, luogo dove sono stati raccolti i salvagenti dei migranti giunti con i barconi. I 250 dell’Altra Europa, quella dei ponti e non dei muri, ci sono stati in pellegrinaggio insieme ad un gruppo di rifugiati. Per non dimenticare chi non ce l’ha fatta, per non lasciar cadere l’invito del Papa, quando il 16 aprile 2016 visitò l’isola: : «Risvegliaci – pregò Francesco – dal sonno dell’indifferenza, apri i nostri occhi alle loro sofferenze e liberaci dall’insensibilità, frutto del benessere mondano e del ripiegamento su noi stessi».

 

Le storie: Marc Vidal

Marc Vidal, 20 anni studente di Ingegneria chimica, è arrivato da Barcellona con 11 coetanei: «Durante l’anno abbiamo messo da parte i soldi per venire a Lesbo. Io e un’altra ragazza eravamo già venuti la scorsa estate, abbiamo invitato i nostri amici». Marc porta i piatti ai tavoli sotto la Tenda dell’Amicizia e intanto scambia sorrisi e parole. Ha in mente una coppia afghana: «Sono scappati perché di due etnie diverse. Sono rimasto impressionato dai gesti delle loro mani, di paura, quando mi raccontavano che per questo hanno rischiato la vita». Poi mi spiega delle difficoltà tra le etnie pashtun, tagiki, hazara, uzbeki e di come a Lesbo ci si appassioni a paesi lontani L’Afghanistan è anche il paese di Elias, suo coetaneo, che aiuta con la traduzione i giovani di Sant’Egidio e con cui in questi giorni Marc Vidal è diventato amico: «Ci assomigliamo molto, abbiamo interessi e gusti simili, ma tra di noi c’è il muro: mi domando come sarebbe la mia vita se io fossi dall’altra parte».

Gli chiedo dell’Europa: «Sono confuso, non può essere così, sogno una nuova Europa in cui i rifugiati siano parte di una storia comune»

Le storie: Lara Berretta

Lara Berretta, 20 anni, viene da Albairate, alle porte di Milano, la città in cui studia Giurisprudenza. Durante l’anno, con Sant’Egidio, partecipa alla Scuola della Pace, un doposcuola in cui si insegna a vivere insieme tra bambini di origini diverse, li si aiuta nei compiti, li si educa alla solidarietà e all’attenzione al mondo. «Quest’inverno ho partecipato a un’assemblea via zoom in cui alcuni amici ci hanno raccontato cosa succedeva a Lesbo e a Bihac, in Bosnia, dove anche ora ci sono altri volontari della Comunità. Ho sentito che dovevo esserci». Tra pochi giorni riparte per Milano: «Porto con me tante storie raccolte sotto la Tenda dell’Amicizia. Un pomeriggio – si mangia presto perché dopo le 20 non si può rientrare al campo – due ragazzi afghani hanno voluto cantare una canzone del loro Paese al termine della cena. In tanti ci siamo commossi. Parlava di amore, chissà se potranno sperimentarlo nella loro vita». Anche loro, come quasi tutti gli abitanti di Kara Tepe, hanno ricevuto il rigetto.

Le storie: Anna Mikolajczyk

Anna Mikolajczyk è una quarantenne di Varsavia che aiuta al corso di inglese per gli adulti: «Una cinquantina di persone, dall’analfabeta al laureato, tutti con una grande voglia di imparare». Racconta la gioia di un uomo di 49 anni, quando, al termine della settimana, «ci ha mostrato con dignità di riuscire a scrivere il proprio nome». O di due gemelle siriane, che sono sempre le prime ad arrivare per aiutare la Comunità a preparare l’aula. «I muri non dovrebbero esistere. Sono polacca, nata durante la guerra fredda, e il sogno europeo è proprio che i muri non ci siano più», dice. Lo ripete rivelando un particolare della sua biografia: Anna è nata il 31 agosto 1980, lo stesso giorno in cui a Danzica Lech Walesa fondava il sindacato che avrebbe combattuto per la libertà dei polacchi. «Tu sei la ragazza di Solidarnosc», le ripetevano i genitori.

Oggi con Sant’Egidio provo a tenere fede a quel soprannome, testimoniando in Polonia e alla Chiesa polacca che vivere il Vangelo vuol dire commuoverci e essere solidali con chiunque scappi dalla guerra e dalla povertà

Le storie: Concetta Potenza

Concetta Potenza è una dottoressa sessantenne di Roma che, in queste giornate a Lesbo, si è data molto da fare: «Soprattutto abbiamo dovuto spiegare alle persone con un problema di salute di cosa si trattasse». Insomma «un lavoro di amicizia e di supporto alla comprensione di referti, scritti in una lingua per loro incomprensibile». Un pomeriggio, alla Tenda dell’Amicizia si è presentata una coppia afghana: «Venivano da Herat e la moglie aveva un disturbo agli occhi a causa di una bomba scoppiata nella loro città. Cercavano con insistenza un medico, ma non per il problema alla vista. Avevano una carta medica, erano spaventatissimi per la diagnosi di un tumore alla mammella». Con un forte lavoro di traduzione, tra greco, italiano e farsi (una delle lingue afghane), la bella notizia: «Non era maligno e si trattava di un problema molto meno grave di quello di cui erano convinti. Nel dirglielo, mi sono commossa anche io».

Concetta sottolinea anche il disagio psicologico presente al campo: «Quasi tutti faticano a dormire la notte, in molti assumono psicofarmaci, non mancano i tentativi di suicidio e i bambini cresciuti tra guerre e campi patiscono di disturbi psicologici»

Le storie: Rita Gomes

Rita Gomes, 32 anni, è arrivata da Lisbona, dove lavora in un’azienda farmaceutica. Racconta due emozioni: «Da un lato la gioia di vedere le facce dei bambini trasformate. Al campo sembrano senza sentimenti, alla Scuola della Pace finalmente sorridono. Così rinasce la speranza». Bambini di Siria, Somalia, paesi in cui c’è la guerra da quando sono nati. Poi c’è la seconda emozione: «La frustrazione, quando ho rivisto un ragazzo congolese che avevo conosciuto nel 2019. Era ancora qui, tra un rigetto e l’altro, invecchiato da un’attesa infinita». Tra le giornate che più l’hanno colpita, quella di sabato in cui con alcuni migranti che vivono sull’isola ma non a Kara Tepe – il campo è chiuso nel weekend, non si può uscire – la Comunità ha organizzato una gita: «Prima siamo stati al Cimitero dei Giubbotti, dove sono conservati i giubbotti di salvataggio del viaggio verso l’Europa. Raccontano tanta ingiustizia e sofferenza quegli effetti personali: giacche a vento, biberon, scarpine». Una commuovente cerimonia di memoria e un ulivo piantato con i nomi dei presenti, profughi e volontari insieme.

Poi – conclude Rita – siamo stati al mare con questi amici; come ha detto un bambino, è stato “un giorno perfetto”

Le storie: Dawood Yousefi

Dawood Yousefi, 36 anni di Roma – «Trastevere», precisa –, vive in Italia da 20 anni, ma è nato in Afghanistan. Dawood partecipa con Sant’Egidio dal 2019 a quelli che chiama “viaggi di ritorno”: «Sono sbarcato a 16 anni sull’isola di Leros, anche io provenendo dalla Turchia e dopo due settimane sono andato verso la terraferma». Pochi giorni fa mi è capitato di parlare con un sedicenne: «Scappava dalle torture, sperava di uscire dall’inferno e aveva gli stessi sogni di futuro di molti ragazzi europei. Mi sono rivisto in lui». Il suo aiuto è prezioso, per la traduzione e perché intuisce molto di ciò che vivono i profughi del campo. Il 45% dei migranti di Kara Tepe viene dall’Afghanistan: «Moltissimi sono hazara, la mia stessa etnia, che è da tempo perseguitata. In realtà è l’intero Paese che è in guerra dal ’78. Ora però sono settimane drammatiche, i talebani avanzano e controllano il 95% del territorio».Dawood, anche se ancora non ha la cittadinanza, si sente europeo e anche per questo si è recato a Lesbo:

Da nuovo europeo – dice – voglio contribuire a costruire un’Europa che non sia spaventata di fronte a persone in fuga dalla guerra, spesso bambini

Foto/Sant’Egidio

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