Le radici non si spezzano: l’esordio di Maryam Madjidi

Cittadina francese di origine iraniana, a soli trentotto anni Maryam Madjidi afferma di essere nata tre volte: la prima in Iran nel 1980, la seconda nel 1986 quando è arrivata a Parigi e l'ultima nel 2003, quando è tornata in Iran. In Io non sono un albero, il suo esordio letterario, oggi pubblicato anche in…

Si può scappare dalla fame e dalla miseria. Molto spesso anche dal terrore. Ma scappare non basta. Dovunque si scappi la lingua che si parla dopo averla imparata da piccoli è come un ancora che, con forza, ti inchioda alla tua terra. Lo sa bene Maryam Madjidi, nata in Iran nel 1980, rifugiata in Francia quando aveva sei anni, dietro a genitori militanti comunisti in fuga dal regime degli ayatollah. La sua storia, meglio i suoi pensieri di albero sradicato, nel suo primo libro, Io non sono un albero, premiato in Francia con il prestigioso Goncourt e ora pubblicato in Italia da Bompiani. Ne parlerà al festival della Mente di Sarzana il primo settembre nell’incontro Le radici ritrovate.
Non più iraniana, non ancora del tutto francese, la piccola Maryam cresce sapendo di essere diventata tante cose: «Vorrei starmene zitta quando mi chiedono delle mie origini. Vorrei raccontare altro, qualsiasi altra cosa, inventare, mentire. (…) E allo stesso tempo mi crogiolo nel mio piccolo esotico e ne traggo una fierezza appagante. L’orgoglio di essere diversa. Ma resta il disagio, la voce interiore che mi ricorda che io non sono questo, che mi nascondo dietro una maschera, che la mia è la finzione dell’esule romanzesca».
Scappando da Teheran, Maryam non vuole abbandonare i giocattoli. A Parigi per mesi alle scuole elementari si rifiuta di parlare quella nuova lingua, che capisce bene ma che non gli fa aprire bocca. Quando lo fa, finalmente, il francese diventa una barriera verso i suoi genitori che lo parlano male. La vita da esule è difficile, anche solo cambiare casa: «Quel trasloco è stato un nuovo trauma per me, lo spettro dell’esilio si era insinuato in ogni cambiamento di luogo, anche minimo».

L’Iran è lontano. I suoni della gente per strada non glielo ricordano: «Una bambina che cercava la sua lingua. (…) Osservava le persone con i suoi grandi occhi neri nel tentativo di ritrovare la musica nella sua lingua materna». La poesia della sua terra, la scuola dove muove i primi passi da insegnante e poi l’università alla Sorbona, le fanno ricucire il filo con un mondo che sembrava aver perso. Quando torna a Teheran dopo diciassette anni è sua nonna che la invita a ritornare in Francia, la sua Francia: «Se stasera non parti per la Francia distruggerai le certezze della tua vita. Sarai un foglia, una povera foglia trasportata qua e là da tutti i venti di passaggio». Maryam tornerà in Francia. E poi ancora a Teheran. E in Cina e in Turchia per anni di lavoro. Ma come scrive lei, certe radici non si possono estirpare: «Questi primi pezzi della mia vita, uno dopo l’altro, hanno formato la mia sensibilità e rappresentano ciò che oggi ho di più prezioso, la mia infanzia. Un giorno sono stati troncati, sradicati e gettati nel buco del passato, in una regione irraggiungibile. A volte viene da chiedersi se tutto questo sia esistito. Cerco una grande quercia nel cortile della scuola che vegli su di me».

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